28 anni dopo: il tempio delle ossa

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, la recensione: la paura è la nuova fede

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa spinge la saga verso un orrore più oscuro, dove fede distorta e disumanità superano il virus.

Fin dove può spingersi l’essere umano quando il mondo sembra già finito? Dopo il successo di 28 Anni Dopo, uscito lo scorso anno, la nuova trilogia sequel di 28 Giorni Dopo continua con: 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa.

Nelle sale italiane dal 15 gennaio, distribuito da Eagle Pictures, il film è diretto da Nia DaCosta che spinge il franchise, ideato da Danny Boyle e Alex Garland, verso territori ancora più oscuri e disturbanti ampliandone la narrazione, senza tradirne l’essenza, con una visione personale e riconoscibile.

Pur mantenendo un forte legame con 28 Anni Dopo, la regista adotta infatti un approccio più destabilizzante, capace di rinnovare il linguaggio della saga con l’orrore che non solo nasce dalla fine della civiltà, ma anche dalla fede distorta e dalla disumanità dell’essere umano.

L’orrore come atto di fede

In 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, la paura smette di essere solo una conseguenza dell’infezione e si trasforma in un sistema di controllo che plasma le relazioni tra i sopravvissuti. Con immagini potenti, una fotografia cupa e un crescendo di tensione costante, Nia DaCosta rielabora i codici del passato per costruire un’atmosfera ancora più oppressiva e inquietante, che definisce l’identità del film andando oltre lo shock visivo e lavora sulla suggestione.

Raccogliendo l’eredità sporca e istintiva di Danny Boyle, la DaCosta si avventura in dimensioni più simbolici, spirituali e ideologici in cui, grazie a un’estetica curata e coerente, ogni spazio in rovina e abbandonato non è un semplice scenario post-apocalittici, ma un luogo carico di significato. Templi improvvisati e comunità chiuse evocano di fatto dogma e sottomissione, contribuendo a rendere credibile un mondo devastato ma ancora tragicamente umano in cui risiede il vero pericolo.

In un ambiente privo di strutture sociali consolidate, mentre il virus continua a mutare e diffondersi, i sopravvissuti ridefiniscono regole morali e sistemi di convivenza ricorrendo alla violenza, all’anarchia e al fanatismo. La paura diventa così una religione, l’orrore non è più solo fisico ma culto, e la lotta per vivere giustifica qualsiasi atrocità da parte dei superstiti, con la macchina da presa che indugia sui volti, sugli sguardi e sui corpi segnati dal tempo e dalla violenza, più che sugli attacchi degli infetti.

I movimenti sono calibrati come se ogni inquadratura fosse parte di una liturgia macabra, e quando la regia accelera, lo fa con improvvise fratture visive e sonore che spezzano l’equilibrio destabilizzando la tensione. L’orrore non esplode subito, ma si insinua gradualmente attraverso dettagli angoscianti e silenzi prolungati che suggeriscono una minaccia costante, e spostando l’attenzione dalla spettacolarizzazione della brutalità alla sua interiorizzazione.

Attraverso un’attenta direzione dei contrasti – luce e ombra, silenzio e caos, immobilità e ferocia repentina – Nia DaCosta firma quindi un capitolo che non si limita a espandere l’universo di 28 Giorni Dopo, ma ne cambia radicalmente la prospettiva. Il suo sguardo è più politico, etico e inquietante: l’apocalisse non è più solo un evento da cui fuggire, ma una condizione dell’anima, alimentata dalla paura e legittimata da una fede deviata tanto da confondere e fondere Dio e Satana.

Un mondo dove il virus evolve, ma l’uomo peggiora

Dopo quasi tre decenni di incubi virali, 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa individua una forma di terrore più sottile e vicina alla realtà: la disumanità consapevole. L’epidemia resta sullo sfondo, mentre in primo piano emergono ideologie, traumi e pulsioni di dominio che trasformano i sopravvissuti nei veri mostri del racconto.

In tal senso, il dottor Kelson rappresenta la conoscenza e il senso di responsabilità, vivendo nel conflitto costante tra ciò che è necessario fare per sopravvivere e il bisogno di restare umano. Ralph Fiennes lo interpreta con calma e intensità, rendendo tangibile il peso delle decisioni che è chiamato a prendere.

All’estremo opposto troviamo Jimmy Crystal, incarnazione di un male che ha già trionfato: segnato da un trauma infantile, è diventato una forza distruttiva e il simbolo di una violenza che nasce dall’abbandono, dall’isolamento e dal risentimento. Jack O’Connell lo definisce una fisicità minacciosa che ne amplifica la presenza.

Il giovane Spike infine, è il fragile ponte tra l’innocenza e l’orrore. La sua esperienza è il lato più vulnerabile e umano del racconto, quello che osserva e subisce la degenerazione morale del mondo circostante, e Alfie Williams lo veste con delicatezza, restituendo paura, smarrimento e una curiosità ancora intatta. Attraverso i suoi scambi con Jimmy e i giovani seguaci di quest’ultimo, il film mostra quanto sia sottile il confine tra moralità e sopravvivenza, e come persino la purezza possa essere corrotta da un ambiente dominato dalla violenza.

Una deriva morale che sposta definitivamente l’asse dell’orrore dalla minaccia biologica a quella etica, con la disumanità, il fanatismo, l’uso della paura come strumento di controllo e la lotta per il potere metafore e riflesso della fragilità dell’uomo contemporaneo, e di come l’ideologia possa rendere chiunque in una minaccia per gli altri.

Il cuore oscuro dell’umanità

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un anello di congiunzione tra passato e futuro del franchise, che da un lato recupera lo spirito brutale e realistico che ha reso iconico 28 Giorni Dopo, e dall’altro approfondisce ulteriormente il discorso affrontato in 28 Anni Dopo, interrogandosi sul significato di essere umani quando ogni riferimento è crollato e non è il virus a incutere paura, ma la crudeltà deliberata dei sopravvissuti.

E’ una riflessione oscura sulla fede, sulla paura e sulla violenza come strumenti di controllo, con il conflitto dal “mostro” esterno che diventa interiore, evolvendosi in qualcosa che supera il confine del racconto post-apocalittico.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


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