Cronenberg esplora identità e violenza in A History of Violence, mostrando come il passato e il mito americano plasmano il presente.
Con A History of Violence, David Cronenberg realizza uno dei suoi film più enigmatici e sottili, che, sotto l’apparenza di un thriller lineare, nasconde una riflessione profonda sulla natura stessa della violenza e sulla fragilità dell’identità. Il film racconta la storia di Tom Stall, un tranquillo proprietario di diner in una piccola città dell’Indiana, la cui vita apparentemente normale viene sconvolta quando difende il proprio locale da una rapina con un’inaspettata esplosione di violenza, guadagnandosi l’attenzione dei media e la stima della comunità. Tuttavia, questo atto eroico riapre vecchie ferite: emerge che Tom non è chi sembra, ma un ex gangster di nome Joey Cusack, fuggito anni prima da un mondo di crimine. La rivelazione mette in crisi la sua famiglia e la sua identità costruita, scatenando un confronto ineluttabile con il passato.
Partendo dalla graphic novel di John Wagner e Vince Locke, il regista canadese trasforma il materiale originario in un dramma psicologico rigoroso, in cui la violenza non è soltanto un atto fisico, ma un’eredità invisibile che si sedimenta nel corpo e nella mente dei personaggi, rivelando come, dietro l’illusione di una piccola comunità tranquilla, si nasconda una storia di brutalità fondativa mai davvero superata. Cronenberg esplora così la tensione tra vita ordinaria e pulsione primitiva, tra la famiglia ideale e la minaccia di un passato che ritorna.
La doppia vita di Tom Stall/Joey Cusack
In A History Story, Viggo Mortensen incarna alla perfezione ciò che Vivian Sobchack definisce “recitazione corporea”: non un semplice riferimento emotivo o psicologico, ma un lavoro fisico meticoloso che emerge nei dettagli più minuti del gesto, nella qualità dello sguardo e nei cambiamenti impercettibili della postura da una scena all’altra. Mortensen fa emergere il conflitto identitario del suo personaggio attraverso un corpo che ricorda, permettendo al film di rappresentare la violenza non come un evento esterno, ma come una memoria muscolare.
Tom Stall appare come un uomo perfettamente integrato nella comunità rurale dell’Indiana, quasi un emblema della normalità americana, tuttavia, sin dall’inizio, Cronenberg fa capire quanto questa sia fragile. La vita di Tom sembra costruita per rassicurare chi lo circonda, dando l’idea di continuità e stabilità, ma il problema è che questa continuità è artificiale, e quando reagisce all’assalto dei rapinatori con una rapidità che sorprende tutti, non è che cambi: viene fuori ciò che era già dentro di lui. La violenza non viene dall’esterno, ma è un linguaggio che Tom conosce da tempo, una parte di sé che aveva scelto di tenere nascosta, ma che ritorna appena serve.
Cronenberg mostra questa trasformazione senza enfasi, evitando primi piani psicologici o effetti visivi troppo evidenti. Il cambiamento passa attraverso Mortensen: lo sguardo diventa più attento e distaccato, le spalle più solide, la voce più bassa e diretta, e lo spettatore percepisce che sotto Tom Stall c’è Joey Cusack. Joey però non si manifesta mai come persona separata, è più un’ombra psicologica, un ritorno del rimosso che emerge dall’interno e destabilizza il personaggio, con il doppio che non è una trasformazione fisica, ma un fantasma dell’identità che reclama spazio dall’interno.
Cronenberg e la violenza come organismo vivente
Pur rinunciando agli aspetti più esplicitamente scioccanti del body horror, Cronenberg continua a trattare il corpo come lo spazio in cui la violenza si manifesta. Non ci sono mutazioni biologiche come nei suoi film degli anni Ottanta, ma ci sono mutazioni psicologiche che si riflettono fisicamente: il corpo reagisce, si irrigidisce, colpisce o cede dopo un omicidio. La violenza non è spettacolare: è un organismo vivo che contamina chiunque le si avvicini.
Questo si vede soprattutto nelle scene di uccisione, girate in modo asciutto e realistico, lontano dalle coreografie del cinema d’azione. Cronenberg mostra le ferite, il sangue e i corpi morti senza abbellirli: il risultato è un realismo disturbante in cui la violenza è un trauma che cambia chi la compie e chi la subisce.
Cronenberg tratta la violenza come un contagio. Il ritorno di Joey non è solo psicologico, ma anche “ambientale”: l’apparizione di Tom richiama vecchi complici e nemici, quasi seguendo una logica biologica, come se il passato reclamasse ciò che gli appartiene. La storia non è quindi solo una questione di colpa personale, ma l’emergere di un’energia antica e impersonale a cui si può resistere solo fino a un certo punto. In questo universo, le distinzioni morali tra eroe e criminale perdono importanza: non importa se Tom uccide per difesa o per istinto, ciò che conta è che la violenza è parte della sua natura e, in senso più ampio, della nostra.
La famiglia come campo di battaglia
La crisi di Tom non riguarda solo il suo passato criminale o l’azione diretta: investe la sua vita familiare più intima. Cronenberg trasforma la casa in un laboratorio emotivo, dove la frattura tra Tom e Joey si riflette nei rapporti affettivi.
Edie, interpretata da Maria Bello, veste questa lacerazione. La scoperta del passato del marito non genera solo paura, ma risveglia un desiderio nuovo e più oscuro: la violenza diventa attrattiva, trasformando la passione in qualcosa di più carnale e perturbante. La scena del rapporto sessuale sulle scale mostra come il desiderio possa nascere anche dalla paura, incarnando l’idea dell’oggetto del desiderio come enigma.
Jack, il figlio adolescente, segue un’altra traiettoria. Inizialmente incapace di difendersi, alla fine apprende e riproduce la logica della violenza paterna, mostrando la trasmissione generazionale, tema centrale nella cultura americana. La casa, simbolo di protezione, diventa teatro di conflitto dove passato, presente e futuro si scontrano.
La scena della cena finale è silenziosa e piena di tensione: i gesti minimi, gli sguardi evitati, il piatto che Edie porge a Tom suggeriscono riconoscimento senza perdono né condanna. Cronenberg mostra che il passato non si cancella, si può solo contenere e condividere, con il silenzio a rappresentare una tregua fragile, un equilibrio temporaneo destinato a incrinarsi.
Il peso del passato
A History of Violence è uno dei film più chiari di Cronenberg perché considera la violenza non come eccezione, ma come parte dell’identità. Tom Stall desidera una vita tranquilla, ma deve nascondere un passato che prima o poi riaffiora. La sua doppia identità dimostra che l’individuo non è fisso, ma si costruisce continuamente: Joey rappresenta la parte rimossa che continua a influenzarlo.
Il film non offre soluzioni né giudizi: la violenza è parte della condizione umana, capace di sedurre, proteggere e distruggere. Cronenberg ci lascia con una domanda inquietante: possiamo davvero liberarci delle parti di noi che tentiamo di dimenticare, o le portiamo sempre con noi, come una seconda pelle impossibile da rimuovere?
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Emanuela Giuliani






