After the Hunt, la recensione del nuovo film diretto da Luca Giafdagnino, un cinema di tensioni sottili e verità nascoste.
Luca Guadagnino vanta un rapporto consolidato con la Mostra del Cinema di Venezia, dove ha esordito nel 1999 con The Protagonists. Nel corso degli anni, il regista è tornato più volte al Lido con opere significative che hanno confermato il suo stile distintivo e il suo legame speciale con il festival.
Ora presenta in anteprima, fuori concorso, all’82ª edizione del prestigioso evento After the Hunt – Dopo la caccia, scritto da Nora Garrett e interpretato da un cast d’eccezione che include Julia Roberts – per la prima volta sul red carpet veneziano – Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Chloë Sevigny, Michael Stuhlbarg, Lio Mehiel, Ariyan e Will Price.
Il film, nelle sale italiane il 16 ottobre, è ambientato nel mondo accademico statunitense e vede al centro della scena una professoressa universitaria (Julia Roberts) che si trova ad affrontare una crisi delicata quando una brillante studentessa (Ayo Edebiri) accusa un collega (Andrew Garfield) di comportamenti inappropriati. Questo evento sconvolgerà l’equilibrio dell’istituzione, costringendo la protagonista a fare i conti con un segreto nascosto nel proprio passato.
Verità sospese e coscienze in bilico
After the Hunt – Dopo la caccia segna un nuovo tassello nel percorso autoriale di Luca Guadagnino, che realizza un film intenso, carico di tensione emotiva e ricco di spunti tematici rilevanti. Il regista affronta con lucidità temi complessi come l’abuso di potere, le ambiguità morali, le disuguaglianze razziali e le dinamiche di genere nel mondo accademico, affidandosi a una regia controllata e rigorosa, che predilige l’ambiguità e il dubbio rispetto a facili prese di posizione.
Lo stile scelto è essenziale e misurato: inquadrature spesso statiche, dialoghi ridotti al minimo, montaggio asciutto e una colonna sonora che contribuisce a creare un’atmosfera di sospensione costante. Una scelta che può anche creare una certa distanza emotiva, soprattutto per chi è abituato a un linguaggio cinematografico più diretto o coinvolgente.
La fotografia, molto curata di Malik Hassan Sayeed, lavora su contrasti di luce e ombra per sottolineare l’instabilità dei personaggi e l’ambiente carico di tensione dell’università, che viene rappresentata come uno spazio di controllo e osservazione più che di dialogo o protezione.
After the Hunt è un film che non cerca di semplificare, ma al tempo stesso non sempre riesce a tradurre la sua complessa stratificazione in un coinvolgimento pieno, procedendo con lentezza e scegliendo la via dell’essenzialità e dell’attesa. Il film gioca molto sul non detto, prediligendo il suggerire piuttosto che mostrare apertamente lasciando ampio spazio all’interpretazione dello spettatore. Questa strategia di rarefazione e sottrazione, pur creando un’atmosfera densa di tensione e mistero, rende tuttavia l’esperienza visiva meno immediata e più riflessiva, invitando a cogliere ciò che rimane nascosto tra le pieghe della storia, e offrendo un’esperienza che, pur non travolgendo, risulta stimolante.
Le interpretazioni del cast, di altissimo livello, contribuiscono in modo decisivo a sostenere la tensione morale e narrativa del film, restituendo la complessità dei personaggi con misura, profondità e grande precisione emotiva.
Julia Roberts è impeccabile nel ruolo di una docente stimata che si ritrova al centro di un’accusa in grado di mettere in discussione tutto ciò in cui crede. Il suo volto riflette con forza il conflitto tra il desiderio di proteggere ciò che ha costruito e la necessità di affrontare una verità scomoda. La sua è un’interpretazione intensa, trattenuta, mai retorica, che dà spessore alla tensione morale del film.
Andrew Garfield, nel ruolo di un collega apparentemente amichevole ma ambiguo, bilancia con precisione calore e minaccia, incarnando l’ipocrisia di un sistema che si nasconde dietro una facciata di correttezza, è affascinante, ma anche freddo e manipolatore, aumentando il senso di disagio.
Ayo Edebiri infine, nei panni di una giovane accademica coinvolta nella vicenda, regala una performance delicata e potente che esprime fragilità ma anche una crescente consapevolezza, diventando il simbolo di chi si trova a fare i conti con un sistema che premia il silenzio.
Un’opera che interroga e divide
After the Hunt è un film che richiede attenzione e pazienza. Il ritmo è lento, quasi ipnotico, e la narrazione si sviluppa attraverso dialoghi misurati, silenzi prolungati e situazioni sospese che alimentano un costante senso di disagio. Guadagnino costruisce la tensione in modo graduale, senza mai forzare la mano, affidandosi alla sensibilità dello spettatore per comporre il quadro morale che emerge poco alla volta, senza soluzioni facili.
È una scelta stilistica precisa, che può disorientare chi cerca un racconto più lineare o una risoluzione netta. Ma è proprio in questa ambiguità che il film trova la sua autenticità. Guadagnino non semplifica i conflitti, né cerca di rassicurare: preferisce muoversi in una zona grigia fatta di dubbi, silenzi e verità parziali, dove ogni gesto o sguardo può cambiare il senso di ciò che vediamo.
After the Hunt non è un film che pretende di dare risposte, ma riesce a porre domande con intelligenza e misura, non ti dice cosa pensare, e anche se può risultare distante in alcuni momenti, è proprio questa sobrietà a renderlo efficace. Un film che senza alcun dubbio non colpisce subito, ma che lascia traccia.
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Emanuela Giuliani
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