“Avatar: La Via dell’Acqua” – Recensione: l’acqua non ha inizio ne fine…

Ripensare ad “Avatar”, e alla sua uscita nelle sale di tutto il mondo nel 2009, significa compiere un balzo indietro di tredici anni, iperbolico intervallo di tempo con al suo interno tutti i cambiamenti propri di una transizione fra epoche.

Ancora insuperato fra le opere di maggior incasso della storia (se omettiamo la parentesi di “Avengers: Endgame”, che per un breve periodo lo scavalcò), “Avatar” delibera cos’è e cosa può essere il kolossal contemporaneo pochi anni prima che il futuro e la fortuna del cinema in sala fossero quasi interamente affidati ai cinematic universe dei supereroi di casa DC e Marvel.

Non solo apprezzamenti e grandi risultati, ma anche critiche ingenerose sono piovute sull’opera di James Cameron, che tornava dopo dodici anni di silenzio da “Titanic”, ultimo kolossal in senso “classico”. Dai raffronti con “Pocahontas”, sia nelle vesti di eroina disneyiana che in quelle del mito statunitense, al legittimo confronto con “Balla coi lupi” (confermato dallo stesso Cameron), “Avatar” è stato al centro di un universale tentativo di ridimensionamento nel corso degli anni che hanno preceduto il suo sequel.

Un titanico successo a cui si è legata una reazione, più o meno condivisa, che tendeva a minimizzare la portata della sua impresa in difesa della pura originalità narrativa come valore assoluto per determinare la bellezza di un racconto.

L’ironia è proprio qui: chiamare in giudizio le storie fondanti dell’identità statunitense, specialmente quella di “Pocahontas”, e involontariamente approvare l’entrata di “Avatar” in quel ricco corpus di narrazioni che adattano il resoconto alla leggenda per mettere una mitologia a disposizione di un popolo in cerca di radici. Ed è proprio di radici e di soluzioni di continuità fra sfere che sembrano padrone di sé e chiuse si parla in “Avatar: La Via dell’Acqua”, al cinema dal 14 dicembre.

A dieci anni di distanza dall’ultimo scontro fra la RDA e gli indigeni su Pandora, il colonnello Miles Quaritch e alcuni marine trovano il modo di reincarnarsi in avatar Na’vi per sferrare un ultimo attacco nel tentativo di catturare il traditore Jake Sully. La famiglia di Sully e Neytiri è costretta a fuggire, abbandonando la foresta e chiedendo aiuto ai Metkayina, tribù del mare di cui gli Omaticaya dovranno imparare gli usi e lo stile di vita nella speranza di sopravvivere ancora una volta alla minaccia umana.

Passato e presente, individualità e collettività, l’io e l’Altro, uomo e natura sono habitat interconnessi, e con le sue istanze ecologiste il primo capitolo lo aveva già illustrato chiaramente. Al discorso sul ruolo della famiglia come corpo unico, integrato ai propri antenati e al proprio luogo di appartenenza in egual modo, si lega stavolta una riflessione sui singoli ruoli all’interno di quello stesso nucleo: famiglia come gruppo, come tribù, ma anche nel suo senso più stretto, in cui a essere osservati sono i padri che devono disimparare per insegnare ai propri figli.

Il legame non è più spontaneo come la connessione alla Grande Madre, anzi; deve essere prima conosciuto e poi praticato per poter essere affidabile. Per questo motivo “La Via dell’Acqua” sfrutta l’unico elemento di Pandora che non aveva ancora scandagliato, per l’appunto quello dell’acqua, priva di forma, eppure capillare e vitale, per accogliere i percorsi intersecati dei propri eroi ed eroine. E quelli centrali sono quelli di Lo’ak, guerriero in divenire, e Kiri, figlia ignara del divino, entrambi colti nella loro chiamata all’avventura oltre la soglia ed entrambi destinati a una nuova versione di sé che giungerà dopo il rispettivo (e differente) viaggio eroico; il primo reietto della propria famiglia, la seconda rifiutata dalla nuova tribù; il primo votato al fallimento, la seconda vincolata a un passato ignoto; il primo indotto a riconnettersi con un padre perduto, la seconda in grado di ricongiungersi a una madre spirituale.

Itinerari paralleli a quello mutilo dell’orfano Spider, che il proprio padre lo ritroverà solo per apprendere la completa emancipazione dal genitore superfluo. Eppure è nello spettacolare world building di Pandora che la nuova creatura del regista rifulge in tutto il suo splendore, perché ci s’inabissa nelle acque cristalline del satellite alieno con la stessa naturalezza con cui ci si destreggiava fra i rami e le fronde della foresta ma con più gusto e con maggiore stupore.

La sceneggiatura, in collaborazione con Rick Jaffa e Amanda Silver, brilla ancor meno per originalità di quanto non facesse il primo, più solido, capitolo: come in un reboot, “La Via dell’Acqua” ripropone iter di formazione già visti e lo fa addirittura sugli stessi personaggi: c’è ancora Jake Sully che tenta di ammaestrare e cavalcare un animale sconosciuto, c’è ancora la necessità di abbandonare il proprio luogo e c’è persino il colonnello Miles Quaritch potenziato da una reincarnazione. Tutto però si raddoppia, dai Na’vi ai cattivi, non più alla ricerca di unobtainium bensì di amrita, sostanza in grado di impedire l’invecchiamento umano.

Esploratore di oceani per vocazione e storyteller regista per necessità, James Cameron affida l’azione convulsa e una didascalica sintesi al primo atto del film solo per bearsi e bearci di un lunghissimo secondo atto quasi interamente sommerso nell’oceano che avvolge i suoi protagonisti per tutta la fase di adattamento alla nuova vita. E lo fa senza timore di rimanere in stallo nella non-narrazione, nel puro piacere estatico della visione e dell’esperienza immersiva e autosufficiente per cui lo stesso “Avatar” fu concepito anni fa. Poi si chiude quest’accorata ode al mare, che proviene da Cameron stesso (pochi dubbi, vista la sua filmografia e i suoi passatempi), con un altrettanto fluviale terzo atto che richiama nei toni l’epilogo del primo capitolo, ma in grande.

La poderosa battaglia sul mare, prevedibile quanto travolgente, annunciata da una scena subacquea che fa esplicitamente (e piacevolmente) il verso a “Thunderball”, avvia il film verso un rimpasto del cinema di Cameron nella sua totalità, passando dalle fiamme di “Terminator” ai bagliori alieni di “The Abyss”, per finire in bellezza con il ciclopico affondamento del “Titanic” traslato su una nave da guerra che, fra l’altro, aveva poco prima combattuto contro un mostro marino. Mentre già possiamo prevedere con relativa certezza che l’universo di “Avatar” verrà espanso da sequel (già pronti o in lavorazione) e da contenuti crossmediali, è ancora presto per stabilire se, e in che misura, questa fondamentale fase nel percorso filmico del regista possa tramutarsi in un punto di rivoluzione in grado di coinvolgere il cinema tutto.

Una cosa però è certa: che James Cameron è quanto di più somigliante a quel mostro solitario che si batte, fino alla fine, per difendere il suo cinema e la sostanza di cui è fatto.

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Federica Cremonini


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