Margherita Buy e Domenico Procacci al Bif&st 2026: “Torniamo a illuminare il nostro cinema con prodotti originali”.
Margherita Buy e Domenico Procacci, in un incontro con il pubblico moderato da Angela Prudenzi al Teatro Petruzzelli, hanno dato il via alla sesta giornata del Bif&st. L’occasione è stata offerta dalla proiezione a 35 anni dall’uscita in sala de La stazione, debutto alla regia di Sergio Rubini, primo film prodotto da Fandango con protagonisti lo stesso Rubini e Margherita Buy. Il film, segnalato dai massimi premi e festival di cinema italiani – Nastro d’Argento, David di Donatello, Globo d’Oro, Grolla d’Oro, Ciak d’Oro, Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Kodak – Cinecritica e Premio FIPRESCI – è stato presentato al pubblico di Bari nella sua versione restaurata in 4K da Cinecittà nel 2021.
La prima curiosità riguarda le aspettative che l’attrice e il produttore avevano al momento delle riprese e se si aspettavano un successo così duraturo:
Margherita Buy: “All’epoca non mi interessava tanto sapere del mio futuro. Andavo avanti, mi piaceva tanto quello che facevo, i progetti che mi capitavano. E non ho mai pensato che questo film potesse avere un riscontro così importante in Italia ma anche all’estero, perché La stazione incredibilmente è andata anche a New York.”
Domenico Procacci: “Mai mi sarei aspettato di vedere, ventisei anni dopo, il Petruzzelli così pieno di gente. Peraltro, La stazione è stato il primo film della Fandango. Nasceva come una pièce teatrale di Umberto Marino con la regia di Ennio Botto e lo stesso cast. Inizialmente non era previsto che fosse Sergio Rubini a curare la regia. Una sera gli dico: “Perché non la fai tu? Nessuno conosce quel mondo così bene”. Ci sono tante proposte che ho fatto di cui poi mi sono pentito negli anni. Questa non è tra quelle. Sergio ha fatto un bellissimo lavoro su La stazione e questo gli ha dato l’opportunità di portare avanti parallelamente alla carriera d’attore anche quella da regista.”
La lavorazione de La stazione fu intensa e molto sentita da tutta la troupe ma non priva di difficoltà e incertezze:
Margherita Buy: “È stato un set mostruoso perché giravamo sempre di notte e faceva freddissimo; non ho mai sentito un freddo così nella mia vita, mi scongelavano i piedi con il phon. Ma il progetto aveva un cuore fortissimo che batteva in tutte le persone che erano lì e volevano realizzare questo film con grandissima passione e una dedizione enorme. Io poi ero anche la fidanzata del regista e quindi mi cuccavo anche tutte le riunioni. Per la regia Sergio aveva programmato tutto, realizzando anche gli storyboard. Secondo me sia lui che gli altri sentivano una grande responsabilità nei confronti di Domenico, che rischiava più di tutti.”
In un momento di crisi per il cinema italiano, scovare e trovare nuovi talenti, facendoli esordire, rappresenta una sfida ardua per qualsiasi produttore:
Domenico Procacci: “È indispensabile o si finisce per lavorare solo con un numero ristretto di autori o registi. Sì, è un momento di grande difficoltà per il nostro cinema. Suona male ma credo sia più difficile adesso di quando ho iniziato – e quando ho iniziato non era facile; soprattutto, è più complicato lavorare sulle opere prime e seconde, sui giovani registi, i talenti ci sono ma è più difficile far sì che si esprimano al meglio. Immaginate che in questo momento non sappiamo quali sono le regole di gioco di questo stesso anno. È come iniziare un campionato e non sapere di quanti giocatori sarà composta la squadra. È un momento difficile a vari livelli.”
In questo scenario, gli attori coinvolti in un progetto sono il fronte su cui si scontrano modi diversi di intendere il cinema:
Margherita Buy: “Noto che si sta tornando alla vecchia politica di fare film sempre con le stesse persone, ovvero quelle che ti danno una sicurezza in più. Che poi sicurezza non è, perché in un film devono esserci le persone giuste nel ruolo giusto, se incastri qualcuno fuori posto, si sente. Nonostante la difficoltà di questo periodo stanno emergendo tanti talenti e c’è molta attenzione nel fare dei bei film; per questo spero ci sia sempre la libertà di far lavorare chi lo merita. Oggi spesso ci sono pressioni anche sulla storia, su chi deve scrivere e come deve scrivere, e le piattaforme hanno appiattito molto lo scenario, spingendo tante persone in progetti che non li vedono davvero coinvolti. Io direi invece di lasciar stare certe luci che non sono così brillanti come sembrano e tornare a illuminare il nostro cinema, lavorando sui talenti e la bellezza di questa arte.”
Domenico Procacci: “Non entro nel merito della scelta di tutti gli attori di un film ma dei ruoli principali ovviamente sì. Il cast deve essere bilanciato anche rispetto al budget: un regista, soprattutto se non ancora affermatissimo, non può pensare di realizzare un film molto costoso con un cast totalmente sconosciuto. A volte mi capita di trovarmi in queste situazioni. Altre volte, invece, mi trovo a difendere un cast che artisticamente funziona molto bene, a dispetto della sua notorietà. Quando abbiamo prodotto insieme alla Indigo Film Le conseguenze dell’amore, ad esempio, ho combattuto per difendere Toni Servillo, perché in quel momento tutti mi dicevano “è un attore di teatro, non va bene”. Ogni volta c’è da mettere d’accordo più teste – coproduttori, distributori, finanziatori – e qualche volta mi trovo a difendere certe scelte. A volte ho ragione, a volte no. Anch’io ho paura di sbagliare, ovviamente. Mio padre usava sempre questa frase: chi non spara non sbaglia mai centro. È un’espressione un po’ militaresca, e lui non lo era per niente, che sta a significare che chi fa, sbaglia. Ci sta.”
Il confronto tra sala e piattaforma, film e serialità, si è fatto negli ultimi anni sempre più acceso. Una ricetta unica, però, non esiste:
Domenico Procacci: “Raccontare una storia in due ore è qualcosa che mi sembra funzioni ancora oggi molto bene; è altresì vero che per certe storie, certi racconti, avere un tempo più lungo è un vantaggio e non comporta necessariamente un abbassamento della qualità. Il lavoro che dobbiamo fare è cercare di non seguire pedissequamente regole che finiscono per imbrigliare il racconto, rendendo le storie tutte uguali. Le cose più interessanti sulle piattaforme sono proprio i lavori più liberi, che piacciono anche per la loro diversità. Dobbiamo dare a regista, attori e sceneggiatori più libertà possibile per cercare di creare prodotti veramente originali.”
Margherita Buy: “Il cinema ha bisogno di attenzione e dedizione anche da parte di chi scrive, di una libertà che, per l’appunto, a volte queste consuetudini delle piattaforme, questo modo di sfornare, sfornare, sfornare prodotti, appiattisce.”
In un Petruzzelli affollato anche da tante scolaresche, la domanda per il produttore è quasi scontata: consiglierebbe ai giovani di fare il suo stesso mestiere?
Domenico Procacci: “No, non lo consiglierei. Anzi, se a 18 anni qualcuno mi dovesse dire di avere la passione per la produzione, da genitore un po’ mi preoccuperei per lui o per lei! Asseconderei però quella passione. Penso sia giusto che i ragazzi provino a seguire quello che amano intorno a quell’età. Poi avranno tempo per capire che ci sono altre possibilità o che non possiedono tutto il talento o tutta la passione necessaria.”
Il Bif&st – Bari International Film&TV Festival giunto alla sua 17° edizione, è diretto dal giornalista e critico cinematografico Oscar Iarussi, è il festival della Regione Puglia, presieduta da Antonio Decaro, prodotto dalla Fondazione Apulia Film Commission, con presidente Anna Maria Tosto e direttore Antonio Parente.






