“Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn)” – Recensione: la nuova libertà di Harley Quinn

“Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn)” – Recensione: la nuova libertà di Harley Quinn

“Questa è la nostra storia. E lo dico, inizierò da dove voglio.”

E’ la stessa Harely Quinn, un innegabile magnetica e fantasmagorica Margot Robbie, ha introdurre e raccontare in prima persona, naturalmente come solo lei sa fare, la storia della sua rinascita, o meglio della ricerca e scoperta di se stessa. Già proprio così, poiché nel momento in cui la nostra Harley, a seguito della rottura con il suo unico e vero amore, Mr. J./Joker, si troverà letteralmente in mezzo alla strada, smarrita e priva di protezione, oltre a fare i conti con le ovvie sofferenze causate dalla fine della relazione più importante della sua vita, rivissuta attraverso alcuni, brevi e rapidissimi flash back del precedente “Suicide Squad”, sarà costretta ad affrontare un intero esercito, se così si può definire, di nemici, decisi a farle pagare i torti subiti.

“Joker ed io? Ci siamo lasciati….Per la prima volta, sono tutta sola.”

Una caccia che vedrà in prima fila il signore del crimine di Gotham Roman Sionis, Ewan McGregor, affiancato dal suo braccio destro Zsasz, Chris Messina, il cui obbiettivo non sarà solo quello di far definitivamente fuori la stravagante antieroina dai codini blu e rossi, bensì di entrare in possesso di un prezioso e raro diamante ora nelle mani dell’adolescente Cassandra “Cass” Cain, Ella Jay Basco al suo esordio sul grande schermo. L’uomo metterà la città sotto sopra, spingendo Harley, al fine di proteggere la piccola, e non solo, a dare vita ad un improbabile banda, assieme alle sue nuove “amiche”. Personaggi dalle differenti, forti, complesse personalità, che traggono ispirazioni da vari fumetti, come la serie dei “Nuovi 52”, dove questa è sola e non più con il Joker, la Cacciatrice, Mary Elizabeth Winstead, Balck Canary, Jurnee Smollett-Bell, e Renee Montoya, Rosie Perez.

“Avete mai sentito la storia della poliziotta, dell’uccello canterino, della psicopatica e della principessa mafiosa?

“Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn)”, come detto quindi più che la rinascita è la scoperta e l’emergere del vero essere della protagonista, e più ingenerale della donna, fin ora, come da lei stesso detto, arlecchino al servizio di un sapiente padrone. E che cosa è un arlecchino senza un padrone?

Un essere allo sbando e completamente fuori controllo, incapace di gestire se stesso poiché non ne ha mai avuta la possibilità, che si rende conto delle proprie reali capacità nel momento in cui inizia ad assaporare quelle libertà negata da una cosciente volontà, poiché accecata dai sentimenti e, di conseguenza, autoconvintasi di non essere all’altezza di alcuna situazione.

Un’emancipazione e consapevolezza in ogni caso, non giustamente valorizzata e rappresentata adeguatamente, a causa di una narrazione che punta tutto su azioni ed inseguimenti spettacolari ed acrobatici. Episodi dall’innegabile e brillante impatto visivo, reso ancor più vivace dalle musiche anni ’80 che ne scandiscono l’incalzante ritmo delle frenetiche scene, tuttavia privi di quell’accattivante, ed in questo caso è il caso di dire intelligente, mordente in grado di conquistare l’attenzione e coinvolgere emotivamente, divertendo, intrigando e, forse, far riflettere, se pur non approfonditamente, sulla situazione e considerazione della donna. Troppo spesso schiacciata, da figure maschili che basano il proprio potere sull’incutere paura agli altri. Uomini che si nutrono di questo terrore, proprio come, per stessa ammissione di Harley, fà il Joker.

“Ma non ero l’unica a Gotham in cerca di una rinascita.”

E se dietro l’atteso cinecomic diretto da Cathy Yan, tutto al femminile, glitter, pattine a rotelle e un siparietto in cui Harley nelle vesti di una cattiva ed egoista Marilyn Monroe, canta “Diamonds are gilr’s best friends”, c’era anche quello di dare risalto all’unione o alleanza che dir si voglia, stretta dal team delle quattro donne, l’assenza di una concreta struttura alla base della sceneggiatura, riduce il tutto ad un legame superficiale e di convenienza. Ancora una volta quindi il tanto decantato “girl power”, viene erroneamente esaltato e ridicolarizzato, attraverso un patto stabilito esclusivamente per salvare rispettivamente la propria pelle. Rinascita ed indipendenza ritrovata in conclusione che non si discosta ed evolve da quella del precedente sregolato, e al quanto provocatorio, estremo stile di vita, poiché sempre borderline, con le interpreti pronte a farsi giustizia, violentemente da sole.

“Psicologicamente parlando. La rabbia non porta alla catarsi che si voleva.”

Emanuela Giuliani

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