Sentimental Value di Joachim Trier esplora memoria, famiglia e ferite del passato in un intenso dramma sui legami, l’arte e l’identità personale.
Ci sono luoghi che custodiscono più segreti di quanti possiamo affrontare e famiglie in cui il silenzio pesa quanto una colpa. Un tessuto affettivo da cui nasce Sentimental Value, il dramma, nelle sale italiane il 22 gennaio distribuito da Lucky Red, attraverso cui il regista Joaquin Trier esplora le fratture di una famiglia segnata dall’assenza, con la casa come custode — e simbolica “crepa” — della storia.
Uno scrigno dall’atmosfera quasi ancestrale, dove Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) sono cresciute all’ombra dell’abbandono del padre Gustav (Stellan Skarsgård), un tempo celebre regista e ora anziano, il cui ritorno, dopo la morte dell’ex moglie e madre delle sue figlie, riapre ferite mai rimarginate. Incapace di comunicare al di fuori dell’arte, Gustav tenta un riavvicinamento offrendo a Nora il ruolo principale del suo nuovo film, ispirato al traumatico suicidio di sua madre e ambientato proprio nella casa di famiglia, che diventa il vero campo di battaglia emotivo.
Nora, attrice di talento ma fragile, rifiuta, accentuando la distanza tra loro, e Gustav affida la parte a Rachel Kemp (Elle Fanning), giovane star americana, il cui ingresso nella casa non fa altro che alimentare il pensiero di Nora: per il padre, la famiglia è soprattutto materia narrativa.
E mentre Rachel si prepara al ruolo, comprende che il film non parla della nonna, ma di Nora stessa, e della volontà di Gustav di dare voce a un dolore taciuto, assottigliando il confine tra vita e finzione, e trasformando Sentimental Value nel racconto di un confronto emotivo inevitabile e di un passato che non può più essere nascosto.
Tra memoria e legami
Joachim Trier con Sentimental Value, sfruttando il dispositivo del “film nel film”, racconta con grande raffinatezza una storia che parla a tutti e affonda le radici nelle esperienze più intime legate alla famiglia, ai ricordi e alle ferite che ci portiamo dietro. Muovendosi con delicatezza tra passato e presente e mostrando come ciò che abbiamo vissuto continui a influenzare chi siamo oggi, Trier fa delle relazioni il luogo in cui affiorano insicurezze, desideri mai espressi e conflitti irrisolti, spesso nati nell’infanzia e mai davvero superati.
Nel cuore del racconto c’è il peso della memoria e la necessità di fare i conti con ciò che è stato evitato o rimosso. Nora e Agnes rappresentano due reazioni diverse all’eredità sentimentale lasciata dal padre: da una parte il bisogno di chiudere con il passato, dall’altra il tentativo di accettarlo. Tra perdono e rabbia, ribellione e adattamento, il loro rapporto di sorelle — nato all’interno di una “famiglia spezzata” — si trasforma in uno spazio di guarigione profonda, fatto di affetto sincero e della costante paura di essere abbandonate, con la figura di Gustav che assume un valore simbolico.
Carismatico e creativo, ma anche distante e inaffidabile, Gustav incarna insieme fascino e delusione. La sua presenza non serve solo a far avanzare la storia, ma agisce come una forza destabilizzante, costringendo tutti a confrontarsi con timori, rimpianti e desideri mai detti, confermando quanto le figure genitoriali condizionino in modo duraturo la crescita interiore dei figli.
Un bagaglio non elaborato all’interno del quale l’arte è il riflesso delle incomprensioni, che trovano così voce e sfogo, e il cinema strumento di potere e ambizione. Il confronto tra Nora e Rachel Kemp non riguarda infatti solo il lavoro, ma mette in scena due visioni opposte della vita, del talento e delle possibilità di realizzarsi, suggerendo che l’arte non è mai innocente, ma porta con sé contrasti, insicurezze e compromessi che rispecchiano le dinamiche delle relazioni umane.
Riflettendo sul fragile equilibrio tra amore, cura, protezione e le ferite del passato, che, se ignorate, continuano a pesare sul presente, mentre affrontarle può aprire la strada al cambiamento e alla crescita, Trier racconta quindi la famiglia come un vero laboratorio emotivo.
Un luogo in cui l’identità si plasma e si mette continuamente in discussione, dove ogni scelta e ogni silenzio lascia un segno indelebile tra ricordi, rimpianti e tentativi di ricominciare alla ricerca di una delicata necessaria armonia. Stabilità che invita per l’appunto a riflettere sul valore dei sentimenti, sulla responsabilità affettiva e sul coraggio richiesto per superare i propri tormenti interiori, vivendo in modo più autentico con una nuova consapevolezza.
L’arte di Joachim Trier
In Sentimental Value, ogni inquadratura riflette le contraddizioni interiori dei personaggi: silenzi, gesti e sguardi diventano strumenti narrativi potenti, carichi di significato quanto i dialoghi. La fotografia valorizza l’intimità e la compressione degli spazi domestici, respirando insieme ai personaggi e accompagnandoli nei momenti di introspezione.
Senza scadere nel melodramma, Trier gioca con i tempi dilatando alcune scene per enfatizzare la sospensione emotiva, e accelerando altre per sottolineare l’irruenza dei conflitti, trascinando il cuore nella storia, la cui profondità psicologica è rafforzata dalle interpretazioni straordinarie del cast e dalla chimica tra gli attori capaci di risuonare nello spettatore.
Renate Reinsve conferma il suo straordinario talento, dando vita a Nora con forza, vulnerabilità e determinazione; accanto a lei, Stellan Skarsgård incarna Gustav in modo intenso e tangibile, e la loro relazione sullo schermo vibra di sincerità, tra conflitto e affetto sottile. Elle Fanning porta energia e leggerezza, creando un contrasto stimolante con le sorelle, mentre Inga Ibsdotter Lilleaas offre una Agnes autentica e naturale, contribuendo a rendere il dramma tanto forte quanto delicato.
Un dramma familiare che parla a tutti
Presentato al Festival di Cannes, scelto dalla Norvegia per rappresentare il Paese agli Oscar 2026 come Miglior Film Internazionale, Sentimental Value lascia un segno duraturo grazie alla sensibilità con cui Joachim Trier esplora la complessità dei legami familiari e delle emozioni non dette. Il film non offre soluzioni semplici, ma apre una riflessione sul coraggio necessario per affrontare i propri tormenti interiori e sulle responsabilità affettive che ci legano agli altri, confermando la capacità di Trier di portare sul grande schermo esperienze personali in cui è facile riconoscersi.
Sentimental Value non è solo una storia di conflitti familiari: è un invito a confrontarsi con ciò che ci ha segnato, a riconoscere la fragilità delle relazioni e, attraverso di essa, a ritrovare una forma di armonia intensa e necessaria.
©Riproduzione Riservata
Emanuela Giuliani
Il Voto della Redazione:






