Border – Creature di Confine, la recensione: un viaggio oscuro tra identità e diversità

La recensione di: Border – Creature di Confine, il viaggio oscuro tra identità e diversità diretto dal regista Ali Abbasi.

Dal 28 marzo arriva nelle sale cinematografiche italiane BORDER – CREATURE DI CONFINE, secondo lungometraggio del regista svedese di origini iraniane Ali Abbasi. Tratto dal racconto Gräns di John Ajvide Lindqvist — autore spesso definito lo “Stephen King scandinavo” e già noto per il best seller horror Lasciami entrare — il film mette immediatamente in crisi l’idea di identità come qualcosa di stabile e definito, lavorando su un intreccio di percezione, corpo e alterità che rende il confine tra umano e non umano una soglia incerta e continuamente attraversabile.

Attraverso un impasto di fantasy, thriller e dramma esistenziale, l’opera non si limita a raccontare la diversità, ma interroga il modo in cui essa viene costruita e percepita, mostrando come la nozione di “normalità” nasca spesso da meccanismi di esclusione, paura e controllo sociale dell’altro.

La protagonista della storia è Tina (Eva Melander), un’impiegata della dogana dotata di un olfatto eccezionale, capace di percepire le emozioni nascoste delle persone, come senso di colpa, paura e vergogna. La sua abilità infallibile le ha sempre permesso di svolgere il suo lavoro con impeccabile precisione, fino a quando incontra il misterioso Vore (Eero Milonoff), un uomo enigmatico dal comportamento insolito. Attraverso Tina il film introduce anche il tema dello sguardo sociale: il modo in cui chi è “diverso” viene percepito, controllato o isolato prima ancora di essere compreso.

Fin dall’inizio il film costruisce un mondo in cui ciò che si percepisce conta più della realtà stessa. Tina non si limita a osservare le persone: le “sente” attraverso le loro emozioni, e questo la mette in una posizione ambigua, tra controllo e isolamento. Quello che all’inizio sembra un vantaggio sul lavoro diventa piano piano una condizione di esclusione, perché la sua capacità la tiene distante dagli altri invece di avvicinarla. Capire troppo, nel suo caso, non significa davvero comprendere, ma restare sempre un passo fuori.

L’incontro con Vore rompe questo equilibrio, non è solo un evento della storia, ma qualcosa che mette in crisi il modo in cui Tina interpreta sé stessa e ciò che la circonda. Quello che non si riesce a definire diventa subito inquietante, ma anche attraente, e proprio questa attrazione, difficile da spiegare in modo razionale, manda in crisi ogni idea di controllo e di identità stabile.

Da qui il film si muove sempre più chiaramente verso il tema dell’identità come qualcosa di instabile, non esiste un punto fermo: chi si è dipende anche da come si viene guardati e dalle etichette che gli altri applicano. Tina non è semplicemente “diversa”, ma qualcuno che non riesce a rientrare in nessuna definizione precisa, e questo la condanna a una continua incertezza su di sé.

Allo stesso tempo, il concetto di confine si allarga sempre di più, non riguarda solo la dogana o i passaggi tra luoghi, ma anche il corpo, le relazioni e le regole morali. Il confine diventa qualcosa di mobile: separa, ma allo stesso tempo mostra quanto siano fragili le categorie di normale e diverso, accettabile e inaccettabile.

Anche il corpo ha un ruolo centrale, non come elemento estetico ma come punto in cui la verità emerge in modo diretto. Le trasformazioni fisiche non servono a stupire, ma a far vedere ciò che di solito viene nascosto o rimosso. Il corpo diventa così il luogo dove si scontrano ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, tra natura e costruzione sociale.

Il rapporto tra Tina e Vore porta dentro il film anche una riflessione sul desiderio, che non viene mai semplificato o reso rassicurante. L’attrazione tra loro non segue schemi romantici tradizionali, ma si muove in una zona confusa, dove istinto, riconoscimento e identità si mescolano senza mai trovare una definizione chiara. Il desiderio appare come qualcosa che sfugge al controllo e alle regole.

Infine, il film affronta anche il tema del male, che non viene mai presentato come qualcosa di esterno o facilmente riconoscibile. È piuttosto una possibilità che esiste dentro le dinamiche umane stesse. Per questo il film evita giudizi netti e lascia spazio a una zona grigia in cui è difficile distinguere con precisione tra giusto e sbagliato, normale e mostruoso.

BORDER – CREATURE DI CONFINE sorprende per la sua visione originale e inconsueta, ponendo l’accento su un tema profondo e universale: il confine tra normalità e diversità, con un’estetica cruda e una narrazione che sfida i canoni convenzionali, Abbasi confeziona un’opera che si muove tra il perturbante e il poetico, immergendo lo spettatore in un’atmosfera sospesa tra realtà e mito.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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