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Bugonia, recensione: tra il delirio, il potere e gli alieni di Yorgos Lanthimos

Tra il delirio, il potere e gli alieni di Bugonia il nuovo film Yorgor Lanthimos, con protagonisti Emma Stone e Jesse Plemons.

Dopo il Leone d’Oro vinto nel 2023 con Povere creature! e il recente passaggio a Cannes con Kinds of Kindness, Yorgos Lanthimos — ormai figura cardine del cinema d’autore contemporaneo — firma il remake della commedia fantascientifica sudcoreana Save the Green Planet, trasformandola in un’oscura parabola sulla paranoia, il potere e la precarietà della percezione umana.

Con Bugonia infatti, il regista greco non solo torna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, giunta alla sua 82esima edizione, ma prosegue il suo percorso nel territorio del cinema di genere, portandolo verso derive grottesche, ambigue e profondamente destabilizzanti.

Scritto da Will Tracy (The Menu, Succession) Bugonia ruota attorno a due uomini, convinti che il CEO di una grande azienda sia in realtà un alieno con piani distruttivi per l’umanità. Da questo spunto surreale prende forma un racconto che oscilla tra comicità folle e disagio esistenziale, filtrato dallo sguardo analitico e disturbante che contraddistingue la poetica di Lanthimos.

Paranoia, potere e alienazione di un’universo distorto

immagine film bugonia

Con la consueta eleganza visiva, dialoghi spiazzanti e un tono sospeso tra ironia e tragedia, Yorgos Lanthimos torna a interrogare i meccanismi dell’identità, della manipolazione e della follia, dimostrando ancora una volta la sua capacità di trasformare una narrazione apparentemente assurda in un’esperienza profonda, disturbante e sorprendentemente lucida.

Dopo aver smontato il romanticismo gotico in Povere creature! e decostruito la morale contemporanea in Kinds of Kindness, con Bugonia il regista si immerge nuovamente in quello spazio ambiguo tra realtà e delirio che non è mai fine a sé stesso, ma si trasforma in uno specchio deformante del nostro presente. Un universo visivo geometrico, freddo e claustrofobico, una satira allucinata dove il complottismo non viene affrontato come un semplice e puro fenomeno sociale, bensì come sintomo di un disagio psicologico.

Il titolo stesso, Bugonia, richiama un mito antico: quello secondo cui dalle carcasse in putrefazione possono nascere api. Una metafora potente che diventa chiave di lettura dell’intero film, in cui la decomposizione morale e sociale genera mostri, illusioni, derive ideologiche e verità alternative. Il film è attraversato da una tensione sottile e costante, da una lotta di classe che si manifesta senza esclusione di colpi tra scariche elettriche, colpi di fucile, corpi martoriati e manipolazioni mentali, mettendo in scena un’epoca e una società dominata dall’incertezza e alla deriva, sempre più schiava di sé stessa e ossessionata dalla ricerca di un nemico, anche immaginario, che diventa l’unico modo per dare un senso al caos.

Con un filtro autoriale che dialoga con il cinema schizofrenico, Lanthimos smonta e ricompone i codici del genere, grazie anche alla fotografia di Robbie Ryan alterna tinte spente e grigie a guizzi improvvisi e onirici, e al montaggio di Yorgos Mavropsaridis che lavora per sottrazione mantenendo un’angoscia emotiva mai risolta.

Lanthimos non offre mai soluzioni né consolazione, e l’agitazione, la preoccupazione e il nervosismo non sono spettacolarizzati, ma insinuati, sottili, psicologici. Il vero orrore non proviene dall’esterno, bensì dall’interno: dalla possibilità che ciò in cui crediamo e riteniamo reale, sia solo un fragile immaginario pronto a crollare al minimo scossone.

Emma Stone dà vita a un personaggio dal cuore freddo e dalla mente calcolatrice, la cui complessità si cela dietro un’apparente imperturbabilità. La CEO rapita che interpreta è feroce e determinata, capace di mantenere un certo autocontrollo anche sotto pressione estrema con una forza bilanciata da una vulnerabilità nascosta che la rende ‘apparentemente umana.’

Accanto a lei, Jesse Plemons interpreta un uomo consumato dall’ossessione per teorie e notizie online. La sua mente si perde in un labirinto di paranoia e dubbi, dove realtà e paura si confondono, e la sua crescente sfiducia lo spinge verso azioni estreme, trasformando la sua ossessione digitale in una spirale di follia inquietante e tragica.

Un viaggio disturbante nella psicosi collettiva

immagine film Bugonia

Bugonia non è semplicemente un remake, né un’operazione di genere, è una nuova, lucida incursione nell’universo di Yorgos Lanthimos, che continua a evolvere un linguaggio personale e spiazzante, capace di interrogare il nostro presente con forza visionaria.

E’ un film che disorienta, provoca, sfida lo spettatore a rinunciare a ogni certezza, non cerca adesione emotiva, né comprensione immediata. La sua potenza sta nell’ambiguità, nella capacità di insinuare dubbi e inquietudini, nel portare lo spettatore a confrontarsi con l’assurdo e con l’angoscia dell’incomprensibile. In questo senso, Bugonia è tra le opere più estreme e rigorose di Lanthimos: meno barocca rispetto a Povere creature!, ma più tagliente, più essenziale, più feroce.

Lanthimos continua a essere una voce controcorrente e Bugonia, non è solo un altro tassello del suo cinema, è una riflessione inquieta sul bisogno umano di credere e su quanto possa diventare pericolosa, a volte, la fede nel falso.

Come molte delle sue opere precedenti, anche Bugonia è un film che chiede tempo per essere davvero assorbito e metabolizzato. Lanthimos non cerca mai il consenso facile, né offre chiavi di lettura immediate, la sua è una poetica dell’inquietudine, del paradosso, dell’ambiguità morale, e non tutti saranno disposti o pronti a seguirlo fino in fondo. Ed è proprio questo il punto: nel suo cinema, capire davvero non è l’obiettivo, è il dubbio, non la verità, a rimanere impresso, e la domanda più inquietante non è se ciò che abbiamo visto sia reale, ma se lo sia, in fondo, tutto il resto.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


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