Bunker di Florian Zeller trasforma una crisi di coppia in una riflessione su paura, egoismo e disuguaglianze, con Cruz e Bardem.
Penélope Cruz e Javier Bardem insieme fanno brillare il nuovo film di Florian Zeller, Bunker, presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista francese Premio Oscar per The Father (2020) porta a Venezia 83 il suo terzo film e questa volta attraverso la rappresentazione del rapporto di una splendida coppia di professionisti spagnoli trapiantati a Londra affronta temi di portata universale: la paura del futuro e dell’estraneo, le minacce ecologiche, il divario sociale in aumento e l’individualismo sfrenato.
Per amare Bunker si deve partire dalla fine, non esattamente dal finale della storia, ma dall’esito conclusivo del senso del racconto: “Aprire finestre piuttosto che scavare buchi”. Perché è questo che accade nel film, la costruzione di un bunker sotterraneo, un progetto architettonico faraonico (è il caso di dirlo), mette in crisi l’equilibrio di una coppia attraversata da alcuni dei grandi problemi mondiali che affliggono l’umanità contemporanea.
Il mondo fuori, il bunker dentro
Miguel (Javier Bardem) è un architetto che ha raggiunto una grande fama, vive a Londra con sua moglie Sofia (Penélope Cruz) che lavora nel mondo dell’editoria. I due sono sposati da 17 anni, hanno due figlie e appaiono davvero come una coppia invidiabile sotto ogni punto di vista: sembrano affiatati e innamorati, realizzati professionalmente e hanno una vita ben più che agiata. Improvvisamente però qualcosa comincia a creparsi nel loro rapporto, metaforicamente e materialmente. Quando il loro vicino di casa Toby (Stephen Graham) sfonda una parte del muro di recinzione del loro splendido e curato giardino per costruire una finestra per l’appartamento che vuol ricavare dal garage, Miguel comincia a sentire che l’elegante mondo che ha costruito per sé e per la sua famiglia è minacciato.
La sicurezza e la protezione della sua casa e della famiglia diventano sempre più un’ossessione. E proprio mentre Sofia guarda con preoccupazione e sconforto a questa nuova condizione del marito, Miguel viene contattato da un misterioso magnate della tecnologia per realizzare in segreto assoluto un progetto unico e prestigioso: la costruzione di un bunker sotterraneo nelle Hawaii in grado di ospitare in condizioni di lusso e agio perfetto sé e i suoi cari per un anno. Dal punto di vista economico il progetto sembra un’occasione professionale irrinunciabile per Miguel, ma Sofia non ha bisogno di riflettere a lungo per manifestare al marito tutte le perplessità etiche che esso comporta.
Lei si domanda perché un uomo che ha raggiunto fama, potere e ricchezza mettendo in connessione tra loro le persone di tutto il mondo ora desidera tutelare solo ed esclusivamente la salvezza della ristrettissima cerchia dei suoi cari. Lui si domanda invece perché un uomo così potente stia investendo una cifra tanto spropositata per mettere in sicurezza la propria vita e quella delle persone a lui vicine, cosa sa del futuro dell’umanità che lui gli altri ignorano?
Una coppia, un dilemma etico, una crisi
In Bunker ci sono due domande cruciali che pongono prospettive umane quasi agli antipodi e che penetrando nel cuore intimo della coppia la mettono in completa crisi. Da un lato c’è l’apertura verso la salvezza dell’intera umanità, Sofia riflette e dice che se una minaccia globale stesse per mettere a rischio il mondo intero a lei non piacerebbe sopravvivere da sola con un ristretto gruppo di persone, soprattutto quando quegli stessi mezzi impiegati per salvare pochi potrebbero invece essere impegnati per salvare più esseri umani possibile. Dall’altro, in maniera più pragmatica e con meno senso etico, c’è il desiderio di protezione del proprio angolo di mondo perfetto che Miguel percepisce con sempre maggior forza e che lo spinge a maturare la convinzione di doversi chiudere sempre di più all’esterno, a chi è percepito come estraneo e come minaccia.
Metaforicamente la minaccia è incarnata proprio dal vicino Toby. Quella finestra, che lui pretende di aprire sul suo giardino in nome del diritto universale a godere della luce del sole come bene libero da vincoli, diventa l’ossessione che fa crescere in lui rabbia e paura. È singolare il modo in cui narrativamente Zeller ribalta le prospettive dei diritti e dell’accoglienza dell’altro, dal momento che Miguel e Sofia, che godono di un tenore di vita altissimo, sono sostanzialmente due immigrati a Londra, mentre Toby, che è costretto a ricavarsi un’abitazione da quello che prima era un garage, è inglese autoctono. Come a voler sottolineare che l’accoglienza dell’altro e l’integrazione sono in fondo solo una questione di punti di vista.
La sceneggiatura perfetta di Zeller
Con Bunker Zeller, ottimo sceneggiatore oltre che regista esteticamente meticoloso, costruisce un racconto dalla scrittura perfetta, fatto di equilibri e simmetrie metaforiche sbalorditive. A dispetto di una certa noia iniziale, in cui il film si dilunga molto sul tenore di vita dei due coniugi e della loro perfetta famiglia alto borghese, c’è un punto cruciale in cui il film prende una svolta radicale, tutto finalmente accade e tutto assume un senso assai più alto del banale ritratto di un matrimonio.
Quando finalmente Miguel, colto anche da un attacco di gelosia verso Sofia, la aspetta sveglio fino a tardi, la lite che Bardem e Cruz mettono in scena condensa il meglio delle capacità attoriali dei due interpreti (peraltro coppia anche nella vita reale) e tutta l’abilità drammaturgica di Zeller, non per niente nato come regista teatrale. Il confronto tra i due coniugi è un gioiello di equilibri e forze contrapposte che si scontrano con lucidità. In quel momento tutto si fa chiaro a loro, ma soprattutto allo spettatore che comprende anche il senso di una serie di simboli che Zeller aveva disseminato qua e là nel racconto apparentemente senza uno scopo palese, come il quadro da cui Sofia era rimasta letteralmente rapita durante un vernissage, la fuga dello splendido ed elegante gatto di casa e, naturalmente, la finestra, l’orrenda finestra che affaccia ora completata sul loro mondo che sta andando in crisi.
L’epilogo che si sviluppa troppo in fretta
Dal momento del litigio il senso del film si fa chiaro. È chiaro lo splendido monologo di Bardem in apertura del film, una prova d’attore che ricorda l’ancor più riuscito monologo con cui Bardem apre El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, presentato quest’anno in Concorso al Festival di Cannes 2026, mancata Palma d’oro per l’attore spagnolo alla kermesse francese. E si fa chiaro il ruolo di Stephen Graham, ormai apprezzatissimo interprete britannico dopo la serie Adolescence, qui nei panni di Toby, l’estraneo che sembrava minacciare la famiglia con la sua rozzezza. Mentre acquisisce un gusto ancora più particolare il cameo di Paul Dano nei panni del personaggio che con ogni probabilità può essere ricondotto a Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook e CEO di Meta.
È un peccato che a fronte di dialoghi tanto ben scritti l’equilibrio di Bunker si perda un po’ in una regia che ha scelto di dare uno spazio troppo ampio alla relazione matrimoniale nella prima parte del film e troppo esiguo invece all’epilogo finale della storia che, sebbene apprezzabile e cruciale per la comprensione del senso complessivo, finisce per apparire frettoloso e di scarso rilievo nell’economia del racconto.
©Riproduzione Riservata
Vania Amitrano
Il Voto della Redazione:






