Presentato Fuori Concorso a Venezia 83 uno strano mockumentary di Michael Dweck e Gregory Kershaw, tra vini, speranze, delusioni.
Alla fine, ecco che arriva il vino e che vino. Burgundy di Michael Dweck e Gregory Kershaw è forse il film più strano di questa Venezia 83, tanto strano da risultare piacevolissimo ed in effetti non è chiaro perché non sia stato messo in competizione, pure una delle minori. Un viaggio affascinante, atipico e soprattutto ad alta gradazione.
Tanti volti simbolo di una terra unica nel suo genere
Burgundy è un documentario, anzi un film, anzi è un mockumentary, anzi non è chiaro in generale. Michael Dweck e Gregory Kershaw si prendono un bel rischio, però il risultato finale paga eccome, è un’immersione totalizzante nella Borgogna, a tu per tu con una terra meravigliosa, famosa in tutto il mondo per avere alcuni dei vini più pregiati e famosi del mondo. Una terra fatta di tradizione soprattutto, di memoria, di famiglie che da intere generazioni hanno fatto di quel prodotto il centro della propria esistenza nel senso più totale.
Tutto parte da un’immensa proprietà, dove un vecchio patriarca conduce con piglio sicuro la sua attività, chiuso in quel castello fatto di lusso, ricordi, di un lavoro che si ripete inalterato da 160 anni per la sua famiglia. C’è il nipote che invece non ne vuole sapere, sta a Parigi, torna ogni tanto, vuole dedicarsi alla finanza. Il suo posto lo prenderebbe volentieri un altro giovane ragazzo, pieno di ambizione, voglia di fare, che imita Jean Gabin e affascina le donne per questo. Tra di loro c’è quella che diventerà la sua fidanzata, anche lei ama il vino, vuole diventare sommelier, come lo è un signore di mezza età, fresco di separazione, sostanzialmente digiuno da ogni interazione con esseri umani e poi il maître di sala di un ristorante locale.
Tutti loro sono uniti da quella campagna, da quel vino che il mondo gli invidia, dal fascino di un prodotto complesso, frutto di un lavoro aspro ma necessario, e che nelle mani dei due registi diventa in breve una metafora della vita, della Francia stessa, coi suoi pregi e difetti.
Michael Dweck e Gregory Kershaw non sono nuovi a tale pratica, anzi. Ogni loro opera in passato, da The Last Race, Gaucho Gaucho a The Truffle Hunters, si è concentrata su identità e territorio, su ciò che rende certi angoli di mondo speciali.
Ora eccoci qui, in quella fetta di Francia ricchissima di storia, di tradizioni, ma anche immobile come scoprono diversi tra i protagonisti, i più giovani in particolare. Sì perché quel vino, quell’universo di viticoltori famosi, rispettati e efficienti, sono un’élite che ha schiacciato ogni concorrenza, una nobiltà impermeabile da ogni novità. Imitarli? Impossibile, servono capitali, conoscenze, ed allora ecco che il vino rimane simbolo di un sogno, destinato a rimanere tale, almeno per chi vorrebbe farne il centro della propria vita.
Dietro la patina di eleganza, gusto e conoscenza, un paese immobile
Burgundy incrocia le varie vicende umane, generazioni, fasi della vita. Soprattutto ci parla di precarietà, di esistenze che si intrecciano, si sfiorano, paiono appoggiarsi le une alle altre, ma poi è tutta un’illusione. Il vino perfetto esiste? La vita perfetta esista?
Sono entrambe tendenze irrealizzabili ma necessarie, lo capiamo seguendo quel ragazzo che si sbatte in campagna come un matto, ascolta e segue il patriarca, la sua famiglia, cerca di prendere ogni sapienza, conoscenza, anche i modi e i gusti. Poi il brusco risveglio: servono i soldi per diventare come loro, milioni e lui non li avrà mai.
La ragazza? Forse il sogno di fare la sommelier come quell’insegnate severo da cui si reca, come quel cinquantenne pingue che va in terapia per soffocare il dolore di un matrimonio fallito, non è il suo veramente. Forse lo ha preso da quella terra come si prende l’accento, il ritmo di vita, il fascino per quella Parigi in cui si trova sperduta, così come il suo ex compagno si troverà senza un senso, infine, tra ostriche e vecchi dall’altra parte del paese. Davvero era andarsene la soluzione?
Burgundy ci dice che quella bellezza, quel vino di cui si potrebbe parlare per ore come di un poema, ha un prezzo: la fissità nel tempo e nello spazio. Non si sperimenta, non si cambia ascensore sociale, al massimo ci si vote per 20-25 anni alle grandi casate, perché solo loro possono far sopravvivere tutto questo. La Francia la immaginiamo sempre nuova, moderna, emancipata e mobile, rispetto a quest’Italia. Ma invece, ed è parte delle tesi elegante, divertente ed infine malinconica di Burgundy, è anche una terra profondamente classista, immobile, fatta di privilegi e di invisibilità.
Alla fine, più che il vino, tutti cercavano qualcosa da condividere e una ragione di vita, cercavano una possibilità di andare oltre l’ovvio o il prevedibile. Impossibilitati dal comprendere quanto sia vero, quanto sia inventato quello che abbiamo di fronte, Burgundy infine ci costringe ad accettare che quella regione francese è unica, che viverci è diverso, ma che non è per tutti.
Un film sorprendente, arguto, elegante ma umanissimo, anche agrodolce nel finale, quando comprendiamo che in realtà abbiamo visto uno spaccato umano intimo, privo di filtri, unito da un bicchiere, da una terra che non cambierà mai, nel bene e nel male.
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