Butterfly Jam di Kantemir Balagov esplora fragilità familiari e mascolinità, tra intuizioni visive riuscite e limiti narrativi.
Dopo Tesnota e La ragazza d’autunno, Kantemir Balagov torna al cinema con Butterfly Jam, il suo primo lungometraggio in lingua inglese, presentato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2026, e ora alla 24esima edizione di Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. Il regista russo, oggi lontano dalla propria terra, ambienta la storia in una comunità circassa di Newark, nel New Jersey, e, muovendosi tra realismo, momenti grotteschi ed elementi simbolici, intreccia le dinamiche familiari con il rapporto tra identità culturale e appartenenza.
Al centro della vicenda c’è Temir, detto Pyteh (Talha Akdogan), un sedicenne promettente nella lotta libera che divide le proprie giornate tra gli allenamenti e il ristorante di famiglia, un’attività in difficoltà economiche gestita dal padre Azik (Barry Keoghan) insieme alla sorella Zalya (Riley Keough). Per il ragazzo, il padre rappresenta ancora un modello da seguire, un uomo capace di cavarsela e di immaginare un futuro migliore per entrambi. La sua impulsività e una decisione destinata a cambiare gli equilibri familiari però metteranno in crisi questa immagine. Attorno a loro si muove anche Marat (Harry Melling), amico di Azik, la cui presenza contribuirà a complicare ulteriormente la situazione.
Il percorso di Temir si sviluppa così tra le aspettative riposte nel padre, le responsabilità che gravano sulla famiglia e le difficoltà di un’adolescenza segnata dal bisogno di trovare la propria strada.
La famiglia, la mascolinità e il difficile passaggio all’età adulta
In Butterfly Jam, il rapporto tra Temir e Azik assume un ruolo centrale, diventando il punto da cui prendono forma le riflessioni del film. Il ragazzo guarda al padre con orgoglio e fiducia, convinto di poter trovare in lui un modello per il proprio futuro. Azik è un adulto che fatica a gestire le proprie responsabilità: affettuoso, fantasioso e a tratti tenero, è anche incostante e incapace di valutare fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni. La distanza tra le sue aspirazioni e la realtà diventa così sempre più evidente, costringendo il figlio a rivedere le proprie aspettative.
Il loro legame è fatto di incomprensioni, gesti contraddittori e affetto autentico. Azik non è semplicemente un uomo da condannare, così come Temir non possiede ancora la maturità necessaria per comprendere pienamente ciò che gli accade intorno. I ruoli finiscono spesso per invertirsi, con il ragazzo a dover dimostrare una maturità che il padre non possiede, mentre quest’ultimo cerca nel figlio una conferma delle proprie ambizioni. La crescita di Temir passa quindi attraverso questa disillusione, che non coincide con il rifiuto del genitore, ma con la necessità di riconoscerne i limiti.
La lotta libera richiama l’aspetto del film legato al modo in cui i suoi personaggi vivono la mascolinità. Gli uomini di Butterfly Jam sembrano sentire il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore, attraverso la forza fisica, la sicurezza e la capacità di imporsi sugli altri. Mostrare paura, vergogna o il bisogno di affetto è invece molto più difficile, e questo finisce per alimentare incomprensioni e tensioni familiari. Nei personaggi di Balagov, ammettere le proprie fragilità equivale a una sconfitta, con conseguenze che ricadono anche sui rapporti con le persone più vicine.
È soprattutto attraverso Azik, il personaggio a cui Barry Keoghan dà volto, che questo paradosso prende forma. L’attore restituisce un padre infantile e irresponsabile, ma anche sinceramente affettuoso e capace di momenti di grande sensibilità. La sua esuberanza, fatta di movimento, eccessi e improvvisazione, nasconde una fragilità più profonda e il tentativo di sottrarsi al confronto con le proprie mancanze. Questa ambivalenza rende comprensibile l’ammirazione di Temir, ma anche la difficoltà del ragazzo nel riconoscere che il padre non può offrirgli tutte le risposte che cerca. La prova di Keoghan è convincente proprio perché lascia convivere tenerezza ed egoismo, desiderio di proteggere la famiglia e tendenza a comprometterne la stabilità. In alcuni passaggi, tuttavia, la sceneggiatura spinge Azik verso situazioni sempre più eccentriche, finendo talvolta per sottolinearne i contrasti anziché approfondirli.
Anche il personaggio di Zalya, a cui dà il volto Riley Keough, contribuisce a definire l’universo familiare. La sorella è più concreta e responsabile, impegnata a tenere insieme il lavoro e gli affetti mentre Azik continua a inseguire soluzioni improvvisate. Dietro la libertà di cui l’uomo sembra godere si nasconde così il lavoro di chi è costretto a compensare le conseguenze delle sue scelte. Keough porta a Zalya una misura meno esplosiva che crea un contrasto con l’energia disordinata di Keoghan, anche se il film non le concede sempre lo spazio necessario per sviluppare pienamente il proprio punto di vista.
Harry Melling, nel ruolo di Marat, accentua la componente più imprevedibile della storia, mostrando come il desiderio di sentirsi parte di un gruppo possa condizionare le scelte individuali, mettendo in secondo piano la capacità di valutarne le conseguenze. La sua eccentricità però funziona meglio quando resta legata alle dinamiche dei rapporti che quando viene spinta verso il puro effetto narrativo.
Alle questioni familiari si affianca il rapporto con le proprie origini, e la scelta di ambientare la storia nella comunità circassa di Newark è legata anche alla storia personale di Balagov. Il legame con la propria cultura attraversa la vita dei personaggi, divisi tra la necessità di conservare un’eredità culturale e il desiderio di costruire un’esistenza autonoma nel luogo in cui vivono. Temir appartiene a una generazione chiamata a decidere cosa fare di questo patrimonio, anche senza conoscerlo fino in fondo, confrontandosi con le aspettative familiari e con il comportamento degli adulti.
In tal senso il ristorante unisce la dimensione culturale a quella economica, diventando il simbolo di una stabilità sempre più difficile da mantenere e condizionando le possibilità di Azik e il futuro che immagina per il figlio. Il padre vorrebbe migliorare la propria condizione per offrire a Temir l’opportunità che lui stesso non ha avuto, ma le sue ambizioni si scontrano con una realtà che richiede costanza e responsabilità, alimentando le tensioni familiari. Lo stesso vale per il cibo. Preparare e condividere un piatto significa prendersi cura degli altri, mantenere un legame e preservare una parte della propria identità, soprattutto lontano dalla propria terra. Il ristorante è il luogo in cui lavoro e affetti si sovrappongono, mentre la cucina offre una forma di vicinanza che non ha bisogno di essere espressa a parole.
Tuttavia, il film lascia sullo sfondo alcuni aspetti concentrandosi soprattutto sui conflitti familiari. I personaggi faticano a esprimere ciò che provano e finiscono per comunicare attraverso i gesti, le reazioni impulsive e il contatto fisico. La lotta, gli scontri e persino i momenti di gioco diventano così modi per esprimere sentimenti che non riescono a dire a parole, tanto che affetto e aggressività spesso si confondono.
In alcuni momenti, l’accumulo di situazioni eccentriche e immagini metaforiche finisce per indebolire il dramma, rendendo meno chiaro il legame tra le azioni dei personaggi e le loro conseguenze. La tensione tra realismo e fiaba è una delle ambizioni più riconoscibili di Butterfly Jam, ma anche l’aspetto in cui emergono maggiormente le incertezze della narrazione.
Un film personale tra ambizione visiva e limiti narrativi
Butterfly Jam conferma la sensibilità visiva di Kantemir Balagov e la sua capacità di costruire un immaginario personale, anche se la scrittura non è sempre all’altezza delle ambizioni del progetto. Alcune situazioni eccentriche finiscono per indebolire il dramma e non tutti i personaggi trovano lo spazio necessario per essere sviluppati fino in fondo. Eppure, tra intuizioni visive riuscite e momenti in cui emerge uno sguardo registico riconoscibile, il film lascia intravedere le qualità di un autore interessante, pur senza trovare sempre il giusto equilibrio tra ciò che vuole raccontare e il modo in cui sceglie di farlo.
©Riproduzione Riservata
Emanuela Giuliani
Il Voto della Redazione:






