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“Cime Tempestose”, la recensione: quando l’amore diventa desiderio e condanna

“Cime Tempestose” rivive sotto la regia audace di Emerald Fennell: amore, ossessione e desiderio in un classico sconvolgente.

Ci sono storie che promettono amore eterno e finiscono per raccontare tutt’altro: ferite, ossessioni e solitudini che si attraggono come calamite, ed Emerald Fennell, nella sua personale rilettura di “Cime Tempestose”, decide di non sedurre con il mito del romanticismo, ma trascina lo spettatore in un abisso emotivo fatto di desideri irrisolti e autodistruzione.

Un’operazione radicale che non sorprende porti la sua firma: dalla scrittura per Killing Eve (2018‑2022), all’esordio con Promising Young WomanOscar® per la sceneggiatura nel 2020 – fino a Saltburn (2023), la regista britannica ha sempre dimostrato uno spiccato talento nel ribaltare le ipocrisie dei racconti tradizionali, sfidare i codici di genere e indagare personaggi ambigui e moralmente complessi.

Dal 12 febbraio 2026, il capolavoro di Emily Brontë torna dunque nelle sale italiane, avvolto in una luce oscura e intrigante, pronto a stimolare, dividere e colpire, mettendo in discussione ogni idea consolatoria del sentimento.

La passione inevitabile di due anime perdute

Ridurre “Cime Tempestose” a una semplice storia d’amore significherebbe tradire la natura del racconto. Nella visione della Fennell, Cathy e Heathcliff non sono amanti ostacolati dal destino, ma due anime irrisolte incapaci di vivere senza travolgere il mondo e se stesse.

Il loro legame nasce da un vuoto che precede il sentimento e lo rende inevitabile: non cercano di completarsi, ma di riconoscersi. Cathy è divisa tra pulsione e controllo, tra desiderio e ambizione, intrappolata tra ciò che prova e ciò che il mondo le permette di essere; Heathcliff, invece, fin dall’infanzia è un corpo estraneo definito dal rifiuto e dall’esclusione.

Due forme di disagio che si incontrano, si rispecchiano, parlano la stessa lingua e trovano nell’altro non una soluzione, ma un’eco, uno specchio che, vibrando dentro di loro, non consola né salva, ma amplifica un dolore che, da solitario, diventa condiviso e quasi necessario. Una dipendenza, un desiderio che si autoalimenta dissolvendo barriere e inibizioni non per il piacere, ma per una fusione che conduce all’annientamento. Una passione che scivola in una spirale ossessiva e febbrile senza tregua, fatta di ciò che non si può avere, più osservata che vissuta, più raccontata che sentita. Un filtro che, da un lato, ne accentua la brama, rendendola disturbante, dall’altro ne attenua talvolta l’impatto.

Un intreccio di attrazione e smarrimento in cui Heathcliff incarna l’esclusione sociale e Cathy paga l’assoggettamento alle convenzioni con la perdita di una parte di sé, trovando entrambi eco negli spazi che li circondano. Le brughiere, spoglie e selvagge, simboleggiano un’interiorità senza limiti, dove l’ardore esplode oltre ogni vincolo; gli interni domestici, al contrario, imprigionano rigore e repressione, soffocando corpi ed emozioni.

Spazi che non offrono empatia o vie di fuga, ma invitano ad assistere alla deriva di un tormento viscerale e logorante, opprimendo e spingendo i personaggi a rifugiarsi nell’eccesso, riconoscendola come l’unica libertà possibile, potente sul piano evocativo, ma troppo evidente per trasmettere una suggestione più intima. L’amore smette così di essere un ideale e si rivela per ciò che è: una lussuria condivisa e traumatica, capace di consumare ogni equilibrio e identità, senza però ferire davvero chi la osserva.

Corpi e anime in collisione

Al centro del film, più che il sentimento, ci sono i corpi e le inquietudini che li abitano. Cathy e Heathcliff insieme sono contrastanti e complementari, definiti più dai gesti e dai tumulti interiori che dalle parole.

Margot Robbie dà vita a una Cathy stratificata e respingente: desidera la libertà, ma teme il caos; ama Heathcliff, ma non rinuncia alla rispettabilità, al privilegio e alla sicurezza sociale che Edgar le garantisce. È spezzata e contraddittoria, controllata ma mai vittima passiva, con parole sempre sul punto di ferire, consapevole e colpevole delle conseguenze concrete delle sue decisioni.

Jacob Elordi, dal canto suo, tratteggia un Heathcliff di chiusure, con movimenti e posture rigide, e uno sguardo carico di risentimento che raramente si apre alla vulnerabilità. Dominato da un dolore radicato nella carne e da una rabbia costantemente repressa, è deliberatamente distante. Lucido e perturbante, il suo vuoto è minaccia, e il suo fascino è inseparabile dalla violenza latente che non trova mai un pieno sfogo.

Il risultato è un legame tossico e magnetico, in cui attrazione e autodistruzione si fondono, collidono e aggravano. Solitudini che non riescono mai a sprigionare fino in fondo la carica che le pervade, trovando nelle figure che le circondano non un contrappunto, ma un’ulteriore esasperazione.

Shazad Latif con Edgar incarna l’ordine, la stabilità e il conformismo; non è un antagonista diretto, bensì una presenza che mette a nudo l’impossibilità di Cathy di conciliare desiderio e appartenenza sociale. Hong Chau con Nelly, la governante e confidente, è mediatrice e testimone del loro dolore, esercitando un controllo morale che condiziona scelte e comportamenti: un dispositivo di contenimento e giudizio che rafforza l’emarginazione di Heathcliff e le catene emotive di Cathy.

La rilettura audace di Emerald Fennell

Emerald Fennell prende “Cime Tempestose” come un materiale vivo e, rifiutando ogni estetizzazione romantica del dolore, lo scuote e lo riplasma, creando un’esperienza sensoriale e straziante, in cui il racconto lineare cede il passo alla bramosia dei corpi. Non conta infatti la fedeltà al romanzo, ma il far assaporare l’impeto che frantuma ogni stabilità e trasforma l’amore tossico in una fiamma devastante, incontrollabile e irresistibile.

Istinti accentuati dalla musica volutamente anacronistica di Charli XCX, che tuttavia non restituisce la primordiale lussuria ossessiva tra Cathy e Heathcliff, mentre la sceneggiatura, semplificando il testo originale, mette in luce desiderio, potere ed esclusione come ferita identitaria. dialoghi essenziali affidano alle forme e ai silenzi il compito di raccontare, mostrando più di quanto spiegano, sollecitando il confronto con un disagio mai addomesticato.

Ad ampliare questa dimensione contribuiscono la scenografia, con ambienti a emblema di tensioni e conflitti, e i costumi, esprimendo gerarchie sociali e cambiamenti interiori, che rivelano chi Cathy e Heathcliff stanno diventando sotto l’impulso del desiderio. Un’idea potente, che scolpisce il film, ma che a lungo andare può inondare lo spazio emotivo senza toccarlo completamente.

Un’esperienza che stimola più di quanto emozioni

Con “Cime Tempestose”, Emerald Fennell, evitando rifugi narrativi e scorciatoie emotive, lancia una sfida e, esplorando temi come l’alienazione, la dipendenza affettiva e l’identità frammentata, mostra che non si tratta solo di una storia d’amore impossibile, ma dell’impossibilità stessa di amare quando il desiderio nasce da una ferita.

Si tratta di una riflessione moderna e acuta, che privilegia l’immediatezza rispetto all’analisi. Deformando il mito romantico per esaltare l’ossessione, il film potrebbe tuttavia deludere chi, come i puristi della Brontë, cerca le forti emozioni suscitate dalle sottili sfumature del classico, apparendo fin troppo spogliato. Eppure, proprio questa contemporaneità catturerà le nuove generazioni che, lontane dal romanzo, apprezzeranno il film come una visione originale e indimenticabile.

“Cime Tempestose” di Emerald Fennell, in conclusione, è un’opera ambiziosa, che provoca più pensiero che sentimento, più osservazione che immedesimazione. Non tutto arriva con la stessa incisività, lasciando una sensazione di controllo più che di trasporto; eppure, la forza delle interpretazioni e la chiarezza delle intenzioni conferiscono all’opera una solidità che rende questa rilettura un’esperienza compiuta. Non si ama né si odia: si attraversa, si sopporta, si interiorizza; e questo è più che sufficiente per renderla riuscita, divisiva e all’altezza della sua portata.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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