Emerald Fennell reinventa Cime Tempestose trasformando desiderio, ossessione e conflitto in un’esperienza cinematografica intensa e corporea.
Con il suo “Cime Tempestose”, Emerald Fennell non realizza una semplice trasposizione del romanzo di Emily Brontë, ma compie una riscrittura radicale, trasformando il testo in un’esperienza sensoriale e viscerale, abbandonando la centralità del paesaggio e la malinconia lirica come strumenti principali di racconto, e facendo della sceneggiatura il vero motore emotivo. Dialoghi, silenzi e ritmo rendono desiderio e ossessione percezioni fisiche: la parola da sola non basta, ma deve dialogare con gesto, corpo, spazio e suono, facendo sentire le emozioni in maniera immediata e intensa.
Qui la RECENSIONE: “Cime Tempestose”, la recensione: quando l’amore diventa desiderio e condanna
Essenzialità e ossessione: la sceneggiatura come strumento di tensione
Nella sua versione di Cime Tempestose, la Fennell riduce drasticamente il testo brontiano e, a differenza del romanzo originale, che costruisce i conflitti attraverso monologhi interiori, cornici narrative e descrizioni atmosferiche, concentra tutto sui nuclei pulsionali: desiderio, potere ed esclusione. La sceneggiatura diventa così uno strumento di compressione emotiva: ogni parola, gesto e silenzio è calibrato per suscitare tensione, eliminando deviazioni e abbellimenti stilistici e lasciando sullo schermo l’essenza ardente del conflitto.
I dialoghi sono ridotti all’osso, e le frasi diventano fendenti brevi, taglienti e cariche di sottintesi, mentre il vuoto, pari al discorso esplicito, non si limita a trasmettere informazioni, ma crea un ritmo emotivo che alterna il peso del non detto e la densità del desiderio. Un esempio emblematico è la scena in cui Catherine osserva Heathcliff nelle brughiere: tutto si concentra sui micro-movimenti, dallo sguardo trattenuto alla postura irrigidita, fino alle mani che stringono il tessuto del vestito. Dettagli che trasformano il corpo in linguaggio: il desiderio non viene dichiarato, ma percepito dallo spettatore attraverso silenzi e pause, diventando un contrappunto alla parola, uno spazio in cui emerge la densità interiore e si comunica l’ossessione e la bramosia dei sentimenti.
Nella rilettura della Fennell, la storia nasce dal corpo: i personaggi comunicano attraverso collisioni fisiche, distanze, posture e movimenti improvvisi. La sceneggiatura indica con precisione come muoversi, trasformando la recitazione in un linguaggio primario, dove ogni azione conta e ogni gesto trasmette emozioni. La discussione tra Catherine e Heathcliff a Wuthering Heights non è solo uno scambio di parole: è fatta di urla spezzate, porte sbattute, vento che invade gli interni e pioggia che filtra dalle finestre. Il conflitto emotivo si traduce in ritmo fisico e ambientale, legando azioni, spazio e tensione psicologica, e spingendo lo spettatore a percepire quasi fisicamente l’inquietudine, leggendo tra le pieghe e cogliendo angosce che nel romanzo erano espresse con monologhi lunghi e dettagliati.
Tempo, ritmo e ossessione
Nel film, il tempo stesso diventa uno strumento di tensione. La Fennell smette di seguire la linearità narrativa e comprime gli eventi, condensando ciò che nel romanzo si sviluppa in settimane o mesi in sequenze brevi e dense, dove la durata delle scene rispecchia l’intensità dei sentimenti piuttosto che il tempo cronologico, alternando momenti carichi di emozione e pause improvvise.
Dopo un litigio, ad esempio, il confronto tra Catherine e Heathcliff si svolge in scambi rapidissimi, quasi sincopati, intervallati da silenzi prolungati che amplificano la tensione, accelerando, sospendendo e interrompendo il flusso emotivo e creando un effetto di straniamento nello spettatore.
Questo approccio si lega al minimalismo verbale e alla centralità del corpo: ogni secondo della scena è calibrato per intensificare l’esperienza emotiva, e ogni pausa comunica significato. La compressione temporale rende l’ossessione dei personaggi tangibile, quasi claustrofobica, evidenziando la loro impossibilità di liberarsi dai desideri e dai rancori che li consumano.
Un elemento distintivo è l’uso della colonna sonora contemporanea, con brani di artisti come Charlie XCX, che rompe la coerenza storica e introduce una frattura temporale evidente. La musica non accompagna semplicemente l’azione: invade, sovrasta e dialoga con silenzi e corpi, trasformando la scena in un’esperienza quasi fisica. La sceneggiatura integra questi ingressi sonori nella costruzione narrativa, indicando tempi, volumi e momenti di impatto emotivo.
A differenza delle colonne sonore tradizionali, il suono qui è contrasto: strategico, non decorativo. L’anacronismo musicale avvicina la bramosia dei protagonisti alla sensibilità contemporanea, rendendola disturbante e immediata, contribuendo a creare una stratificazione sensoriale complessa.
Desiderio, esclusione e potere: il corpo come narratore
Concentrandosi su tre temi fondamentali — desiderio, esclusione e potere — e riducendo le cornici sociali del romanzo, la Fennell esplora la passione dei personaggi. L’ossessione di Heathcliff emerge non attraverso monologhi o spiegazioni psicologiche, ma in gesti ripetuti, sguardi insistenti e presenze silenziose, trasformando il desiderio in una forza primordiale, viscerale e inarrestabile.
Questa pressione emotiva si intreccia con la dimensione sociale, che pur restando sullo sfondo agisce come forza costante: l’esclusione di Heathcliff appare nella coreografia dei corpi, nei silenzi e negli scontri involontari, mentre il potere si rivela nel controllo dello spazio e delle persone, in un continuo gioco di sottomissione e sfida. I temi del romanzo diventano così esperienza sensoriale e fisica.
La Fennell reinventa i personaggi, rendendoli complessi sia emotivamente sia fisicamente, lontani dagli stereotipi romantici. Catherine Earnshaw, ad esempio, è un concentrato di passioni incontrollabili: il tormento interiore si manifesta in gesti compulsivi, sguardi carichi di desiderio e repulsione, movimenti improvvisi che rivelano tensione costante. La sua libertà si esprime nel corpo: attraversa la casa, si abbandona alle brughiere e occupa lo spazio seguendo impulsi imprevedibili.
Heathcliff canalizza dolore e vendetta in fisicità ossessiva: ogni urlo, passo o contatto rivela il suo stato interiore, rendendo tangibili marginalità, frustrazione sociale e ossessione. A contrasto, Edgar e Isabella Linton rappresentano rigidità borghese e incapacità di sfuggire a dinamiche emotive soffocanti: posture misurate e gesti contenuti evidenziano fragilità e amplificano il contrasto con l’energia dei protagonisti.
In sintesi, la narrazione della Fennell diventa un organismo vivo: parola, movimento e respiro sono portatori di significato, rendendo la narrazione intensamente corporea e profondamente psicologica, e permettendo allo spettatore di vivere direttamente il conflitto dei personaggi.
Un adattamento che divide
L’opera di Emerald Fennell divide dunque perché si allontana dalle aspettative tradizionali: chi cerca fedeltà narrativa o poesia romantica nel testo della Brontë può percepirla come fredda o stilizzata. Eppure, è proprio questa radicalità a renderla affascinante. La Fennell non trasporta il romanzo sullo schermo, lo reinventa come esperienza cinematografica totale, in cui sceneggiatura, corpo, spazio e suono producono un impatto emotivo diretto, proiettando desiderio, potere, esclusione, in una dimensione contemporanea, privilegiando l’energia e la tensione dei conflitti rispetto alla fedeltà narrativa.
Catherine e Heathcliff non parlano soltanto, ma respirano, si muovono, urtano, esprimendo desiderio, ossessione e rancore in modo immediato e percepibile, rendendo “Cime tempestose” un organismo vivo, lontano dagli stereotipi romantici, dove lo spettatore non osserva passivamente, ma vive il tumulto interiore dei personaggi in prima persona.
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Emanuela Giuliani





