Poor Things e La sposa! riscrivono La moglie di Frankenstein, esplorando crescita, ribellione ed emancipazione in chiave moderna.
E se il silenzio potesse finalmente gridare? Quando ripensiamo al classico del 1935 La moglie di Frankenstein, la figura della Sposa appare subito come un simbolo potente ed enigmatico: una creatura dal destino deciso da altri, incapace di parola e, quindi, di piena soggettività. In quel contesto, la donna non è un personaggio autonomo, ma un “prodotto” della scienza maschile, un essere concepito per soddisfare un’idea di casa, di compagnia e di controllo. La sua immobilità diventa così metafora di tutte le donne costrette a vivere nelle gabbie invisibili della società patriarcale. Un’immagine che letta in chiave contemporanea, rivela una ferita culturale profonda: il femminile ridotto al silenzio, definito dall’esterno, privato di autonomia, simile a un fiore che può sbocciare solo dentro una serra di vetro.
Su questo sfondo si collocano Poor Things di Yorgos Lanthimos e La sposa! di Maggie Gyllenhaal, due opere apparentemente diverse per stile, tono e contesto, ma accomunate dalla volontà di restituire voce a un personaggio femminile nato nell’ombra di una tradizione narrativa maschilista. Piuttosto che ricreare il mito in modo nostalgico, Lanthimos e Gyllenhaal decidono infatti di farne un laboratorio di consapevolezza, dove l’essere creato diventa protagonista capace di ridefinire se stesso, come uno scultore che trasforma la materia grezza in un’opera viva.
Crescita personale: esplorare il mondo vs. confrontarsi con limiti imposti
Che cosa significa davvero diventare se stessi in un mondo che ti vuole già scritto? In Poor Things, Bella Baxter inizia la sua storia come un essere dalle potenzialità immense ma senza esperienza, simile a una tela bianca su cui il colore della vita si deposita gradualmente. La sua crescita non procede come un’élite moralizzante che “insegna” a un personaggio ad adeguarsi alle regole: è un viaggio di scoperta sensoriale e intellettuale, dove ogni incontro, ogni emozione e ogni errore sono tessere di un mosaico in continua trasformazione. Lanthimos trasforma la narrazione in un esperimento filosofico: la risurrezione di Bella non è solo un evento biologico, ma un simbolo di rinascita del sé, come un fiume che taglia nuove strade attraverso un paesaggio di norme sociali da sondare e sfidare. In questo percorso, la crescita non è qualcosa che le accade, ma qualcosa che lei costruisce attivamente, scegliendo di navigare tra le correnti contraddittorie della vita.
Ne La sposa!, la crescita assume le fattezze di un confronto continuo con il mondo che tenta di definire chi si è. Qui conoscere se stessi significa prima di tutto resistere alle definizioni altrui e smontare le aspettative che la società proietta come un muro invisibile. La protagonista si muove come un funambolo tra regole sociali e desideri personali, cercando un equilibrio instabile tra libertà e imposizione. La sua scoperta di sé non avviene in un terreno neutro o accogliente, ma in un ambiente popolato di contraddizioni sociali, aspettative e imposizioni culturali. La crescita diventa così un atto di resilienza, un mosaico di momenti di consapevolezza e resistenza, più che un’avventura spensierata alla scoperta del mondo.
Evoluzione dell’identità: costruire se stessi tra esperienza e conflitto
Come si forgia un’identità quando il mondo tenta di incasellarla? In Poor Things, l’identità è fluida e aperta, simile a un fiume che si adatta al corso dei suoi affluenti, cambiando direzione ma mantenendo sempre la propria forza. Bella non arriva a un punto di arrivo, non “completa” una trasformazione, ma evolve attraverso un continuo rimodellamento delle sue relazioni con gli altri e con il mondo. Ogni nuova esperienza – dall’amore, alla curiosità sessuale, al confronto morale – arricchisce la sua soggettività, trasformando corpo e mente in spazi di emancipazione permanente. Lanthimos ci mostra che l’evoluzione non è un traguardo, ma un ritmo di vita: un perpetuo divenire che abbraccia gioia e dolore, intuizione e errore, come le onde di un mare che plasmano una costa mutevole.
Ne La sposa!, l’identità si afferma attraverso il conflitto, come un metallo temprato nel fuoco delle prove. La protagonista non sperimenta il mondo come tabula rasa, ma si scontra con ruoli e narrative che cercano di incasellarla. La sua evoluzione è uno scavo interiore, un recupero della propria voce prima ignorata o soffocata. Il conflitto diventa allora strumento formativo: non ciò che lei non è, ma ciò che decide di essere, forgiato nella frizione tra imposizione e autodeterminazione, con la forza di chi costruisce se stesso contro ogni previsione. In questo senso, l’identità diventa architettura del sé, scolpita nell’esperienza e nella resistenza.
Ribellione: rompere le aspettative per affermare l’esistenza
Quando il mondo dice “tu sei questo”, cosa succede se si risponde “io sono altro”? La ribellione in Poor Things non è un gesto sporadico ma uno stato diffuso dell’essere. Bella non si solleva contro qualcuno in particolare, ma contro l’idea che qualcuno possa descrivere, delimitare o spiegare la sua natura prima che lei stessa lo faccia. Ogni infrazione alle regole sociali, ogni gesto che contraddice una norma prestabilita diventa un atto di creazione: la ribellione è il pennello con cui Bella dipinge la propria esistenza, un’affermazione quotidiana della libertà di essere e di sentire. La ribellione diventa una pratica di autenticità, non uno spettacolo, ma un impulso costante verso l’autodeterminazione, una danza di piccoli e grandi gesti che definiscono la sua ontologia.
In La sposa!, la ribellione si fa aspra e concreta, come una lama che taglia vincoli invisibili ma dolorosi. Qui non si tratta solo di dire “non sono questo”: è reclamare spazio, linguaggio e potere di decisione in un mondo che rischia di ridurre la donna a funzione. La resistenza è intensa, spesso violenta, ma necessaria: ogni affermazione di sé diventa un atto di sopravvivenza, un promemoria al mondo che l’essere umano è soggetto e non oggetto, un richiamo costante che la vita non può essere definita da altri.
Emancipazione: libertà come processo continuo
E se la libertà non fosse un traguardo, ma un filo sottile che si tesse giorno dopo giorno? Pur partendo da percorsi diversi, entrambi i film offrono una visione forte di emancipazione come qualcosa di dinamico e profondo. In Poor Things, la liberazione non si raggiunge come un monte da scalare una volta per tutte, ma si disvela nel tessuto stesso dell’esperienza di Bella. La sua libertà nasce nella relazione con il mondo: imparare, sbagliare, ridere, desiderare, affrancarsi dalle aspettative altrui. L’emancipazione diventa uno stato dell’essere, un ritmo vitale che si espande senza chiudersi in definizioni rigide, simile a un vento che modella le dune del deserto, in continuo movimento.
Ne La sposa!, l’emancipazione è vissuta concretamente, spesso a costo di frustrazione e conflitto. Non è un dono, né una conquista magica: è una battaglia quotidiana, fatta di scelte, resistenze e negoziazioni. Mantenere la propria voce, non essere tradotta nei desideri altrui, resistere alle pressioni culturali e sociali: qui la libertà è tessuta come un arazzo fragile ma resistente, un filo che si tende ogni giorno, costruendo uno spazio per la soggettività e il senso di sé.
Un’unica tensione verso il soggetto
Cosa significa davvero essere liberi in un mondo che tenta di definirci prima ancora che possiamo parlare? Guardando Poor Things e La sposa! emerge qualcosa di molto potente: non semplici varianti di un mito, ma riletture profonde che trasformano la narrativa della creazione e della libertà personale. In entrambi i casi, la figura femminile — un tempo relegata a ruolo funzionale o simbolico — assume finalmente soggettività, voce e autonomia. La libertà non è un traguardo fisso né una parola astratta, ma una tensione viva, un processo continuo di scelta e autoaffermarsi. Questi film ci ricordano che essere vivi significa negoziarsi continuamente, reinventarsi, uscire dalle definizioni imposte e costruire se stessi in ogni respiro, in ogni gesto, in ogni parola pronunciata, come un artigiano che modella una scultura in continuo mutamento.
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Emanuela Giuliani






