Company di Casey Affleck

Company, recensione: una storia nera che non trova sempre la sua strada

Company di Casey Affleck è un gotico americano suggestivo ma irregolare, tra mistero, dolore e presenze inquietanti che lasciano il segno.

C’è qualcosa di profondamente legato alla tradizione del racconto in Company, il nuovo film di Casey Affleck presentato in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, che racconta una storia come si faceva un tempo, ovvero con qualcuno che si siede, comincia a parlare e, mentre fuori cala la notte, diventa sempre più difficile distinguere la realtà dalla leggenda.

Il film si apre infatti come una sorta di storia attorno al fuoco, e muovendosi attraverso epoche e personaggi differenti, collega vicende di perdita, violenza, solitudine e apparizioni tra le montagne del Colorado, dove una coppia di agricoltori si ritrova ad accogliere un ragazzo apparentemente arrivato dal nulla. Quel ragazzo, Caleb, porta con sé un passato che non ha contorni definiti: potrebbe essere semplicemente un giovane in fuga, oppure qualcosa di molto più inquietante.

E proprio in questa ambiguità Company trova il suo territorio naturale, affascinando a tratti per l’atmosfera e per l’evidente passione con cui guarda al gotico americano, ma senza riuscire sempre a trasformarla in una forma davvero compatta.

Il dolore come fantasma

Il vero protagonista di Company è il dolore, ma non quello esplosivo e immediatamente riconoscibile, bensì quello che rimane nelle persone come una presenza indesiderata che non se ne va mai completamente. I personaggi di Affleck, di fatto, abitano tutti una forma di lutto: hanno perso qualcuno, sono stati traditi, non sono stati creduti oppure hanno subito un’ingiustizia alla quale nessuno ha saputo dare una risposta.

Un universo nel quale il passato non scompare davvero, ma continua a bussare alla porta del presente, dando al titolo una sfumatura interessante, perché la compagnia, quella che dovrebbe proteggerci dalla solitudine, può diventare anche una minaccia: chi entra nella nostra vita può essere qualcuno che ci salva dalla nostra stessa disperazione o colui che la porta dentro casa, che nel film non è mai completamente un rifugio.

È un confine fragile: fuori ci sono la neve, la foresta, il buio, la rigidità della natura; dentro le persone che cercano disperatamente di costruire un ordine. Ma basta l’arrivo di uno sconosciuto perché quella stabilità cominci a incrinarsi. La porta di casa diventa così una frontiera morale, e aprirla significa accettare l’idea che l’altro possa entrare nella nostra vita, con tutto ciò che porta con sé.

Affleck lavora molto sulla figura dello sconosciuto, un elemento centrale della tradizione gotica americana, che da sempre è una promessa e una minaccia insieme, e Caleb funziona precisamente in questa zona grigia. Non sappiamo fino in fondo chi sia, e la storia è più intrigante proprio quando rinuncia a spiegarlo.

La natura, dal canto suo, fa da specchio a questa incertezza, con i paesaggi innevati e le distese selvagge che non sono semplicemente sfondi, ma luoghi nei quali l’essere umano perde le proprie coordinate: la neve copre le tracce, il bosco nasconde ciò che non vogliamo vedere, il freddo immobilizza. Si tratta di una metafora fin troppo evidente, ma che Affleck riesce almeno in parte a rendere concreta.

A questo si unisce l’assenza della giustizia. In Company la legge è impotente, tardiva e incapace di distinguere il colpevole dall’innocente, con il mondo raccontato popolato da persone che cercano una forma privata di riparazione, e quando la giustizia istituzionale non arriva, rimangono il rancore, la vendetta e il desiderio di essere finalmente ascoltati.

Un filo conduttore sotterraneo che collega così le diverse storie del film, con i racconti che cambiano epoca e personaggi, ma tornano sempre alla stessa domanda: cosa succede quando una persona viene lasciata sola con il proprio dolore?

La risposta è tutt’altro che consolatoria: a volte il dolore si trasforma in violenza, a volte in vendetta, a volte in una storia che qualcuno continuerà a raccontare per decenni. E forse è questa la metafora più riuscita di Company: il racconto come fantasma che serve a conservare i morti, ma anche le nostre ossessioni, impedendo a qualcosa di scomparire del tutto, ma anche rischiando di rimanere intrappolati dentro quella storia.

Un gotico americano senza fretta

Da regista, Casey Affleck dimostra di avere un’idea abbastanza precisa del mondo che vuole costruire, e in Company non cerca il ritmo serrato né il colpo di scena continuo, preferendo la sospensione, l’attesa, il rumore del vento, una figura che entra nell’inquadratura, una conversazione apparentemente innocua e che lentamente assume un significato diverso.

Si tratta di una scelta coerente con la materia del film, poiché Affleck guarda soprattutto alla tradizione dell’American Gothic, con quella stessa sensibilità che aveva già incontrato da interprete ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, scritto da Ron Hansen, qui coautore della sceneggiatura.

La fotografia, affidata a un gruppo di direttori che comprende Masanobu Takayanagi, Lachlan Milne e Adam Arkapaw, insiste su un’immagine scura, che immerge il film nella penombra diventando parte di un racconto in cui non tutto deve essere spiegato o portare a una rivelazione, ma procede per sottrazione e suggestione. Il problema è che, a volte, la suggestione rimane soltanto suggestione.

Racconti che non sempre trovano la stessa strada

La sceneggiatura di Affleck e Ron Hansen è probabilmente l’aspetto più ambizioso e fragile, con le storie che si attraversano e si richiamano a distanza di tempo. L’idea è affascinante perché permette al film di comportarsi come una leggenda tramandata, in cui ogni racconto modifica quello precedente e aggiunge un nuovo strato al significato complessivo.

Il problema è che non tutti questi strati hanno lo stesso peso e la scrittura tende talvolta ad allargarsi troppo. Alcune deviazioni sembrano appartenere a un altro film, o quantomeno a una versione più lunga e stratificata di quella che Affleck ha effettivamente realizzato. Il desiderio di costruire un’intera mitologia intorno ai personaggi finisce così per appesantire una storia che avrebbe forse guadagnato da qualche omissione.

È un peccato perché Company dimostra di avere un’idea interessante del rapporto tra memoria e narrazione. Ma proprio quando dovrebbe fidarsi maggiormente delle proprie immagini, la sceneggiatura torna a spiegare, aggiungere e sottolineare. Come una storia raccontata davanti a un fuoco, anche Company è più efficace quando lascia qualche pezzo nell’ombra.

Un film che resta sulla soglia

Company è un film imperfetto ma sincero, e Casey Affleck sembra averlo costruito soprattutto perché aveva qualcosa da raccontare e un immaginario nel quale farlo. Non sempre riesce a tenere insieme tutte le sue ambizioni, ma quando il film entra davvero nel territorio del gotico americano trova una voce riconoscibile.

La cosa migliore è probabilmente il suo modo di guardare alla paura non come a un evento straordinario, ma come a qualcosa che può insinuarsi nella normalità. Un uomo bussa alla porta, una coppia decide di farlo entrare, una storia viene raccontata, e improvvisamente ciò che apparteneva al passato torna a occupare il presente.

La cosa meno convincente, invece, è che alcune storie rimangono sospese, alcuni personaggi sembrano chiedere più spazio di quanto il film possa concedere loro e certe simbologie sono ribadite con una certa insistenza.

Company non è il grande film gotico che sembra voler essere, ma nemmeno un esercizio trascurabile. È irregolare: una storia nera, malinconica e a tratti inquietante, e alla fine, più che una risposta, rimane una sensazione: quella di essere stati seduti per un’ora e mezza davanti a un fuoco ad ascoltare qualcuno raccontare una storia che forse conosciamo già, ma che non avevamo mai sentito fare in quel modo. E quando il fuoco si spegne, alcune immagini rimangono, mentre altre si dissolvono insieme al fumo.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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