Un film-saggio visionario che intreccia scienza, memoria e finzione per esplorare il rapporto tra realtà, osservatore e racconto storico.
Cinema, installazioni artistiche, libri, fotografia: DAU è un coacervo di creatività che attraversa 40 anni di storia sovietica e 20 anni di lavoro. Il film diretto dal russo Ilya Khrzhanovsky e presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è un volo pindarico e vertiginoso di 195 minuti in un’opera multimediale di arte visiva che condensa in sé diversi generi, dal documentario al biopic, dal film in costume alla video art, senza identificarsi in nessuno di essi.
L’idea è nata a Khrzhanovsky nel 2006 inizialmente come film biografico su Lev Landau (1908-1968), fisico teorico sovietico, premio Nobel per la Fisica nel 1962. Ma nel corso della lavorazione, per cui il regista ha scelto di prendersi tutto il tempo necessario, il film si è formato come una materia plastica, con una concezione quasi quantistica dell’arte e ha assunto diverse forme e sviluppi trasformando il protagonista in un personaggio fittizio, di origine greca, interpretato dal direttore d’orchestra Teodor Currentzis.
Nel corso di vent’anni DAU è stato preceduto anche da due film derivati dal progetto originario: DAU. Natasha e DAU. Degeneration, entrambi selezionati alla Berlinale 2020. DAU. Natasha ha ottenuto l‘Orso d’argento per l’eccezionale contributo artistico alla fotografia di Jürgen Jürges.
Dal 1928 al 1968, passando attraverso i regimi di Stalin, Malenkov, Chruščëv e Brežnev, DAU segue per quattro decenni la vita di un brillante fisico di origine greca nell’Unione Sovietica. Desideroso di studiare le leggi dell’universo, Dau entra al servizio dello Stato e contribuisce alla costruzione della bomba atomica sovietica. Diviso tra ambizione scientifica, integrità morale e passione per le donne, Dau subisce e gode al tempo stesso dei privilegi e della repressione violenta che il regime via via gli offre, mentre mantiene fino alla fine della sua esistenza il legame con Nora, suo primo amore, madre di suo figlio e tormentata compagna di una vita costellate di tradimenti.
Dalla storia reale al film
Della figura di Lev Landau DAU ha mantenuto solo alcuni tratti. Il nome Dau deriva dal soprannome di Landau il quale, come il protagonista del film, lavorò nel contesto dell’istituto di ricerca di fisica che poi avrebbe sviluppato la bomba atomica.
Come Landau anche Dau si trasferisce negli anni ’30 a Kharkiv in Ucraina, trovando un Paese, all’epoca sovietico, completamente devastato dalla carestia (nota come Holodomor) causata dalla politica di collettivizzazione forzata voluta Stalin. Nel film si passa dallo scenario quasi circense di una Leningrado caotica e poverissima, ad una ancor più povera e postapocalittica Kharkiv sommersa dal fango e da cavoli marci, unica fonte di sostentamento per la popolazione ormai decimata.
Nel 1938 Landau fu arrestato per le sue posizioni politiche così come anche Dau viene catturato e brutalmente torturato, insieme ai suoi colleghi fisici, per non aver voluto aderire all’imposizione da parte dei gerarchi sovietici di creare armi per la guerra e la difesa della madre patria. Da quel momento Dau, come il suo omonimo originale nella storia, mantiene con il potere sovietico un rapporto sempre problematico e un atteggiamento ambiguo.
Ma più di tutto Dau condivide con il vero Landau la passione per le donne, che nel film diventa una sorta di ossessione e il vero punto debole del protagonista che in questa sua sfrenata ricerca del piacere sessuale finirà per perdere gradualmente se stesso e la capacità di amare.
La scelta di fare di Dau un greco è invece del tutto legata alle finalità narrative del film. secondo Khrzhanovsky l’origine ellenica rimanda alla tragedia e all’etica greca, nella quale destino e libertà convivono: un destino superiore esiste, ma si compie attraverso una serie di scelte umane quasi impercettibili.
“Il film vuole essere contemporaneamente il ritratto intimo di un uomo alla ricerca della felicità e della libertà e un grande affresco di una società fondata sulla violenza e sull’ideologia. Al centro ci sono i piccoli compromessi attraverso i quali una persona costruisce la propria vita e che, sommati, possono modificare il corso della Storia”, spiega Khrzhanovsky.
La fisica quantistica, l’etica scientifica e l’arte multidimensionale
DAU si compone di almeno tre parti diverse in cui luce, colore, suono, ritmo, movimenti della macchina da presa e uso dello spazio cambiano completamente. Ad una prima parte caotica caratterizzata da ampi spazi che disorientano per colore e stimoli visivi, ne segue una seconda fatta di quadri, quasi scene singole inserite in scenografie complesse e specifiche caratterizzate da colori più cupi. Nell’ultima poi gli ambienti si fanno infine più intimi e ristretti e i personaggi sono inquadrati con più insistenza nelle loro espressioni e movimenti.
Ciascuna di queste parti è stata affidata a tre diversi direttori della fotografia, tre scenografi e differenti costumisti, creando tre mondi visivi autonomi in cui documentario, sogno, visione e memoria storica si mischiano insieme e viaggiano come elementi di un’unica realtà.
Interessante è anche che agli interpreti non sia stato fornito un vero e proprio copione. Gli attori in scena seguivano indicazioni entro le quali avevano libertà di spazio e di movimento, lasciando che le azioni semplicemente accadano di fronte alla macchina da presa.
In questo senso il regista Ilya Khrzhanovsky parla di una struttura del progetto che rimanda alla meccanica quantistica, non in senso strettamente scientifico, ma più filosofico e formale. “La realtà è multidimensionale, e anche il cinema può esistere simultaneamente in diverse dimensioni — storia, memoria, psiche, presente, sogni. Tempo e coscienza sono non lineari”, spiega Khrzhanovsky. Le immagini, i contesti, le situazioni, la memoria storica e quella personale dei personaggi e dell’artista, il sogno, le allucinazioni e il tempo convivono insieme generando una realtà unica che non segue un andamento lineare.
L’idea che sta alla base della meccanica quantistica, quindi, offre anche il fondamento su cui si costruisce il film al punto che Khrzhanovsky si è avvalso anche della consulenza del fisico italiano Carlo Rovelli per la realizzazione del suo progetto cinematografico. Tutto questo induce lo spettatore a diventare parte attiva del racconto, il quale, attraverso la propria personale percezione e interpretazione, crea una proprio personale verità rispetto al racconto.
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Vania Amitrano
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