Digger di Iñárritu sorprende con Tom Cruise in una veste inedita: tra satira, caos e spettacolo, il film divide e lascia il segno.
Un uomo, un piano e una catastrofe: da questa premessa parte Digger, il nuovo film diretto da Alejandro G. Iñárritu, con protagonista Tom Cruise, destinato a dividere e a far discutere.
Nelle sale italiane dal 1° ottobre, distribuito da Warner Bros. Pictures, il film mette al centro della storia Digger Rockwell, un magnate del petrolio abituato a muoversi in un mondo fatto di grandi affari, ambizione e potere, la cui vita viene improvvisamente sconvolta da un evento di proporzioni globali. Costretto a lasciare il terreno che conosce meglio, Digger si ritrova a confrontarsi con una situazione che non riguarda più soltanto i suoi interessi: una minaccia capace di coinvolgere l’intero pianeta, che lo porta a intervenire in prima persona per cercare una soluzione.
Questa premessa permette a Iñárritu di costruire una storia sospesa tra commedia, dramma e cinema catastrofico, affidandosi a un protagonista molto diverso dall’eroe tradizionale. Un viaggio tanto brillante quanto sconcertante, grottesco, tortuoso e caotico, che accompagna lo spettatore in un mondo dove tutto sembra poter sfuggire di mano.
Quando il salvatore è parte del problema
Il cuore di Digger non è la catastrofe in sé, ma la posizione particolare nella quale si trova il suo protagonista, dietro cui si sviluppa un discorso sul modo in cui l’uomo si rapporta al potere e alle conseguenze delle proprie scelte.
Digger Rockwell ha costruito la propria fortuna sulla capacità di sfruttare le risorse e sulla sicurezza di chi è abituato a trasformare ogni ostacolo e difficoltà in un’occasione. Il denaro, l’influenza e il prestigio non sono soltanto gli strumenti attraverso i quali ha raggiunto il successo, ma sono parte della sua identità e del modo con cui misura il proprio valore.
Digger è convinto di poter intervenire su qualsiasi cosa e di trovare, grazie alla propria posizione, una soluzione a ogni problema: quando però una delle sue attività provoca un disastro ambientale dalle proporzioni globali, questa logica entra in crisi. La situazione infatti lo coinvolge direttamente e lo obbliga a misurarsi con qualcosa che non può essere trattato come un normale affare, né tanto meno delegato a qualcuno disposto a occuparsene al posto suo.
Tuttavia, nonostante la crisi riguardi tutti e assuma un significato che va oltre la necessità di trovare una soluzione, lui continua a percepirla come una questione personale, con la quale dimostrare ancora una volta di essere all’altezza dell’immagine che ha costruito di sé.
La responsabilità diventa così una delle linee fondamentali del racconto, che pur partendo da una struttura tipica del cinema catastrofico, ne modifica il punto di vista con la minaccia che non è semplicemente qualcosa che arriva dall’esterno e contro cui l’umanità deve difendersi, ma è legata alle scelte degli uomini e a un modo preciso di intendere lo sfruttamento delle risorse.
E proprio questa condizione mette Digger nella posizione scomoda di dover intervenire su una crisi alla quale il suo stesso sistema di vita ha contribuito, facendo venire meno la separazione netta tra chi ha provocato il problema e chi deve risolverlo, perché le due figure finiscono per corrispondere allo stesso individuo.
Da qui nasce il tema ambientale, con Digger non crea semplicemente una contrapposizione tra un’industria cattiva e una natura buona, ma mette in discussione l’idea che ogni problema possa essere risolto grazie al possesso delle risorse. Digger appartiene a un mondo in cui denaro, tecnologia, organizzazione e potere sembrano offrire una risposta a tutto, ma la catastrofe sfugge a tutto questo e il petrolio, che ha contribuito a costruire la sua ricchezza, rende visibile il costo di un sistema fondato sul continuo sfruttamento di ciò che il pianeta offre.
In questo modo entra in gioco l’idea di onnipotenza che accompagna il personaggio, abituato a vivere come se avere potere significasse poter ottenere tutto ciò che desidera. Una sicurezza le cui crepe emergono nel momento in cui la catastrofe mostra una realtà che non può controllare, nella quale non esistono più garanzie e l’intervento umano non è sufficiente a ristabilire un ordine.
A questo quadro si aggiunge anche la satira del potere, evidente nel modo in cui Digger affronta la missione di salvezza, mantenendo lo stesso atteggiamento che ha caratterizzato il resto della sua vita: intervenire, decidere, dirigere e soprattutto occupare una posizione centrale. Anche quando ciò che è in gioco è la sopravvivenza collettiva, il suo bisogno di essere riconosciuto rimane quindi presente, e la sua volontà di aiutare non può essere separata dal desiderio di essere colui che ha reso possibile quella sopravvivenza.
Il film evita però di ridurre questa contraddizione a una semplice distinzione tra buoni e cattivi, delineando Digger come un personaggio ambiguo, diviso tra ciò che vuole ottenere per sé e le conseguenze che finiscono per andare oltre le sue intenzioni.
Questo principio, secondo cui, davanti a problemi sempre più grandi e difficili da governare, la ricchezza e la visibilità si trasformano in una forma di autorità anche fuori dal proprio campo è diventato negli ultimi anni sempre più evidente, con personalità provenienti dal mondo dell’impresa e della tecnologia che entrano direttamente nel dibattito politico, proponendosi come alternative alla classe dirigente tradizionale. E il film porta questo modello all’estremo, mettendo al centro un uomo che non riesce a concepire un mondo in cui non sia lui a prendere in mano la situazione.
Tom Cruise e la costruzione di Digger
Una figura che funziona grazie a Tom Cruise, che dà al personaggio una dimensione riconoscibile, trasferendo la propria sicurezza e preparazione in un corpo, in un volto e in un modo di stare in scena completamente diversi.
Capelli radi e bianchi, accento del Sud degli Stati Uniti, abiti da cowboy e una fisicità appesantita attraverso trucco prostetico e costume, modificano infatti radicalmente la presenza di Cruise sullo schermo, che rinuncia all’immagine del protagonista atletico e impeccabile per una presenza che cerca continuamente di apparire più imponente di quanto non sia, vistosa, dalla postura, gestualità ed espressività comici e sproporzionati. Teatrali, spesso ridicoli, eccessivi ma non caricaturali.
Una commedia dentro la catastrofe
Digger trova il suo tono nel modo in cui fa convivere momenti sempre più caotici con una comicità che nasce direttamente da ciò che accade, con l’umorismo che passa dalle reazioni dei personaggi e dall’assurdità di certe circostanze, tanto che una scena può cambiare registro in pochi secondi senza bisogno di sottolinearlo. L’equilibrio non è sempre perfetto, ma è proprio questa alternanza tra tensione e grottesco a dare al racconto il suo carattere.
La sceneggiatura segue lo stesso principio e lascia che siano gli eventi a portare avanti la storia. Le reazioni dei personaggi diventano parte del ritmo e permettono all’ironia di emergere. Alcune scene si sviluppano con maggiore naturalezza, trovando un andamento vivace; altre, invece, a causa dell’accumulo di spunti, rendono il racconto dispersivo.
Un ritmo che Iñárritu trasmette nelle immagini mantenendo spesso la macchina da presa vicina ai personaggi per poi allargare improvvisamente lo sguardo, che la fotografia di Emmanuel Lubezki accompagna mentre gli ambienti vengono progressivamente trasformati da quello che accade.
Un racconto quindi che si muove costantemente tra il grottesco e lo spettacolo, passando dalle reazioni dei singoli a immagini sempre più ampie senza separare i due registri. Una libertà che dà a Digger un’identità anche quando la scrittura non riesce a mantenere lo stesso equilibrio.
Alla fine, Digger
Digger, come detto, è uno di quei film destinati a lasciare opinioni nettamente contrastanti. Le sue scelte possono conquistare oppure respingere, poiché ciò che mostra non trova un equilibrio capace di mettere tutti d’accordo. Una natura irregolare che però lo rende difficile da archiviare come un film qualsiasi e che conferma l’intenzione di Iñárritu di non aver realizzato un’opera accomodante e facilmente classificabile.
Le sue decisioni sono precise, e anche se alcune sono riuscite più di altre, le porta avanti senza preoccuparsi troppo di incontrare le aspettative dello spettatore, lasciando spesso senza alcun dubbio perplessi. E forse questo è l’aspetto che rimane maggiormente dopo la visione e la rende difficilmente dimenticabile.
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Emanuela Giuliani
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