Due Spicci, la nuova serie di Zerocalcare, racconta il peso dell’età adulta tra relazioni, responsabilità e una quotidianità instabile.
Quando una storia riesce a farti sentire che ogni cosa ha un peso e che nulla si chiude davvero, non sta semplicemente raccontando una vicenda, ma un’intera condizione. Questo è ciò che accade con Due Spicci, la terza serie animata firmata da Zerocalcare, disponibile su Netflix, che prosegue il percorso iniziato con Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo. Una nuova storia che rimette in gioco personaggi, atmosfere e, soprattutto, il linguaggio inconfondibile dell’autore: ironico, veloce, pieno di dialoghi taglienti, riferimenti pop e quella voce interiore che commenta, smonta e rilegge tutto ciò che accade.
Tra relazioni, responsabilità e precarietà
In Due Spicci la storia parte da una situazione semplice e molto concreta: un piccolo progetto tra amici, un locale da mandare avanti, soldi che non tornano e un equilibrio che inizia a incrinarsi poco a poco. Ma nonostante la superficie leggera, si percepisce immediatamente un cambio di respiro rispetto ai lavori precedenti, con la trama che apre tutta la narrazione, in cui ogni problema non si risolve ma ne genera un altro, ancora più complesso, accumulandosi e alimentando una pressione costante che accompagna ogni episodio.
Le vicende si ricorrono influenzandosi senza mai sistemarsi davvero ma allargandosi, le decisioni si riflettono su amicizie, legami di fiducia, rapporti affettivi e scelte personali. Tutto resta in sospeso con al centro un insieme responsabilità e fragilità quotidiane che faticano a mantenere un equilibrio quando tutto è sul punto di crollare.
Dentro questo sistema si muove Zero, che non è solo un osservatore ma qualcuno che viene continuamente attraversato dagli eventi, e proprio per questo non riesce mai a restarne fuori. La sua voce interiore, incarnata sempre dall’Armadillo, come negli altri progetti, non è solo una presenza comica o di disturbo, ma la sua controvoce critica che amplifica, commenta e irrigidisce ulteriormente il suo dialogo interno, diventando così un secondo livello della narrazione in cui quello che succede fuori viene subito riletto, filtrato, scomposto e spesso contraddetto da ciò che succede dentro la sua testa, creando una sovrapposizione continua tra realtà e interpretazione.
Da qui nasce una frattura costante: tra azione e pensiero, tra ciò che accade e il modo in cui viene subito rielaborato. Non esiste mai un evento “puro”, perché ogni cosa viene immediatamente trasformata in dubbio, autocritica o ironia difensiva, che ne cambia il significato mentre sta ancora succedendo.
In tal senso, Due Spicci mostra come gli eventi vengano continuamente rielaborati nella mente del protagonista, e come le sue percezioni diventino motori narrativi che orientano le azioni. I personaggi non si limitano a vivere ciò che accade, ma soprattutto lo interpretano, e questa lettura spesso conta più dei fatti stessi: può generare blocchi, esitazioni, accelerazioni improvvise o ripensamenti. Ansia, senso di inadeguatezza, paura di sbagliare e sovraccarico emotivo non sono elementi accessori, ma componenti strutturali della narrazione, perché influenzano direttamente le scelte e il ritmo degli eventi.
Accanto a questo livello psicologico, la serie costruisce un ritratto molto concreto dei rapporti umani, non idealizzando né semplificando le amicizie, che sono relazioni in cui convivono affetto, sincerità, incomprensioni irrisolte, silenzi che diventano parte del linguaggio, aspettative mai esplicitate e tensioni che non esplodono mai del tutto. Nessun rapporto è davvero solido, ma nessuno si rompe in modo definitivo e netto, perché tutto si regge su una fragilità, su un sistema aperto che cambia senza arrivare mai a una definizione finale.
Un altro nodo centrale è la responsabilità, che non viene mai affrontata in modo astratto o teorico, ma come qualcosa di tangibile che entra nella storia e la modifica. Non è un’idea morale esterna, ma una presenza che si manifesta nelle decisioni pratiche, nelle questioni economiche e nei legami personali, spingendo i protagonisti ad esporsi a conseguenze che non si possono controllare del tutto e che spesso si accumulano invece di risolversi.
In questo quadro, Roma diventa un elemento attivo della narrazione con gli spostamenti, i tempi morti, la logistica quotidiana e gli spazi stretti che contribuiscono a mantenere una pressione costante. Così anche le azioni più semplici sembrano pesanti, come se l’ambiente stesso rendesse tutto più faticoso e meno fluido.
Infine, l’ironia non serve solo ad alleggerire, ma è un modo per sostenere il carico delle situazioni. Le battute, i riferimenti e il linguaggio non spezzano di fatto la tensione, ma la accompagnano trasformandosi non in una fuga dalla sofferenza, ma in una sua forma di gestione.
Due Spicci quindi racconta una condizione generazionale fatta di precarietà e disorientamento senza usarla come semplice sfondo, ma rendendola parte integrante della struttura della storia: il lavoro è sempre legato al valore personale, il tempo non basta mai perché viene assorbito da emergenze continue e le scelte arrivano dentro un contesto che non permette mai piena lucidità.
La maturità visiva
In Due Spicci anche la parte visiva attraversa tutta la serie nel passaggio continuo tra ciò che accade e il modo in cui viene percepito, rielaborato e trasformato. Lo stile resta immediatamente riconoscibile e profondamente legato a quello fumettistico di Zerocalcare, con linee irregolari, personaggi espressivi e ambienti ricchi di dettagli che non hanno mai una funzione puramente decorativa.
Una coerenza che non impedisce la crescita dell’animazione, ma permette ai movimenti di risultare più fluidi, alle scene più dinamiche di sostenersi su un ritmo più sicuro e ai passaggi tra realtà, immaginazione e dimensione mentale di avere una maggiore naturalezza.
Gli ambienti contribuiscono a rafforzare questa sensazione, così come i colori che accompagnano le diverse sfumature emotive mantenendo quella condizione di instabilità continua che attraversa l’intero racconto. Anche le pause e i momenti più lenti non spezzano il ritmo, ma lasciano spazio a ciò che nella serie spesso pesa più dei fatti stessi.
La componente visiva finisce così per inserirsi nello stesso meccanismo della narrazione, rendendo ancora più evidente il continuo intreccio tra realtà e interpretazione che definisce l’intera serie.
Nessuna soluzione semplice
Due Spicci conferma la capacità di Zerocalcare di trasformare il quotidiano in una narrazione emotiva complessa, senza rinunciare a un linguaggio accessibile e immediato, ma soprattutto senza semplificare le situazioni che racconta. La serie non punta mai a ridurre ciò che mette in scena, ma al contrario a mostrarne la stratificazione continua in cui, come spiegato, ogni problema ne contiene altri, ogni scelta apre conseguenze impreviste, e ogni tentativo di ordine genera nuove complicazioni che non si risolvono ma si accumulano.
Il risultato è un racconto più maturo rispetto ai precedenti progetti, con la forza che non risiede nei singoli episodi o nei momenti isolati, ma nel modo in cui tutto si accumula, si intreccia e si influenza reciprocamente fino a costruire un unico flusso coerente proprio nella sua instabilità.
Tra ironia e malinconia, tra pensiero e azione, tra realtà e interpretazione, Due Spicci riflette in modo molto fedele la condizione che rappresenta. Non offre soluzioni nette né chiusure rassicuranti, ma lascia una sensazione persistente in cui la vita di Zero, Secco, Sarah, Stella e degli altri personaggi — come del resto quella di molti spettatori — è fatta di tentativi parziali, aggiustamenti e situazioni che raramente si chiudono definitivamente.
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Emanuela Giuliani
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