Dwayne Johnson racconta l’infanzia disfunzionale, la liberazione dal peso di “dover piacere a tutti” il ruolo in The Smashing Machine.
Dwayne Johnson ha costruito una carriera basata su forza, carisma e intrattenimento globale, ma dietro l’immagine dell’eroe invincibile si nasconde una storia personale segnata dal caos e dal dolore. L’attore ha recentemente raccontato come sia riuscito a sopravvivere a un’infanzia profondamente disfunzionale e come, solo oggi, abbia trovato il coraggio di liberarsi dalla responsabilità di far sentire sempre bene il pubblico.
Da adolescente, Johnson e la sua famiglia si spostavano continuamente attraverso gli Stati Uniti, dalla Carolina del Nord urbana ai sobborghi del Connecticut. Un’instabilità geografica che rifletteva quella emotiva. “I miei genitori avevano un rapporto esplosivo e vulcanico”, ricorda l’attore. Suo padre, Rocky Johnson, era un wrestler professionista in un’epoca priva di tutele e contratti milionari, costretto a vivere alla giornata mentre lottava contro le dipendenze. Sua madre, Ata Johnson, aveva invece messo da parte i propri sogni per crescere il figlio e sostenere l’uomo che amava, senza mai sentirsi davvero vista o riconosciuta.
Crescendo, Johnson ha assistito al deteriorarsi della relazione dei genitori, osservando da vicino il peso dei demoni interiori e delle liti continue. Un dolore che, per anni, ha scelto di compartimentalizzare.
Per oltre 26 anni di carriera cinematografica, l’attore ha infatti costruito la propria immagine interpretando personaggi duri, carismatici e spensierati in blockbuster miliardari come Jumanji: Benvenuti nella giungla e Fast & Furious 7.
“Per molto tempo non ho pensato che il mio trauma potesse trovare spazio nel mio lavoro”, spiega. “Probabilmente avevo paura di affrontarlo”.
La svolta arriva nel 2017, quando Johnson decide di esplorare il proprio passato emotivo attraverso un progetto rischioso: The Smashing Machine, film prodotto da A24 e diretto da Benny Safdie, incentrato sulla vita del lottatore di MMA Mark Kerr. Due volte campione dei pesi massimi UFC alla fine degli anni ’90, Kerr vide la sua carriera compromessa dalla tossicodipendenza.
Il film segna un punto di svolta nella carriera di Johnson, che si trasforma fisicamente ed emotivamente fino a risultare quasi irriconoscibile, dando vita a un protagonista profondamente ferito. Una performance che gli è valsa la prima nomination ai Golden Globe e celebrata, come riportato da Variety, con il Creative Impact in Acting Award al Palm Springs International Film Festival 2026.
Con questo ruolo, Johnson si inserisce in una recente tendenza che ha visto interpreti a lungo definiti dal loro corpo o dalla loro immagine pubblica offrire performance sorprendenti e intime, come Demi Moore, Nicole Scherzinger e Pamela Anderson. Un percorso ancora più raro per gli attori uomini.
L’incontro con Benny Safdie nel 2019 è stato decisivo. Il regista ha riconosciuto subito il potenziale del progetto, scrivendo la sceneggiatura su misura per Johnson. La sintonia tra i due è nata anche da esperienze personali condivise legate all’abuso di sostanze. “Ho perso 15 amici a causa della dipendenza e del suicidio”, racconta Johnson. “Ho pensato che questo film potesse diventare un faro per chi sta lottando”.
Le esperienze di Safdie hanno influenzato alcune delle scene più intense del film, come una sequenza di otto minuti ambientata in un bagno, in cui Johnson ed Emily Blunt – che interpreta la compagna di Kerr – mostrano il punto più basso della loro spirale distruttiva. Una scena nata da vissuti reali, che ha reso il racconto ancora più autentico e doloroso.
Per Johnson, The Smashing Machine rappresenta qualcosa di completamente nuovo: la possibilità di condividere il proprio dolore senza filtri. “È stata la sensazione più liberatoria della mia carriera”, confessa. “Quando fai film di grande successo, senti la responsabilità di far sentire bene il pubblico. Qui, per la prima volta, questa idea non mi ha mai sfiorato. Ogni scena, ogni giorno, ero semplicemente libero”.
Un film che non segna solo una svolta artistica, ma anche personale: il momento in cui Dwayne Johnson smette di essere soltanto The Rock e diventa, finalmente, vulnerabile.






