El ser querido, di Rodrigo Sorogoyen, è un intenso viaggio tra cinema, famiglia, memoria e il difficile rapporto tra padre e figlia.
Dopo essere stato presentato in concorso al 79° Festival di Cannes, El ser querido, diretto da Rodrigo Sorogoyen, arriva alla 21ª Festa del Cinema di Roma con una storia in cui cinema e vita finiscono per ritrovarsi sullo stesso set. Il regista torna a dirigere Javier Bardem, affiancato da Victoria Luengo, nei ruoli di Esteban Martínez, un regista affermato che torna in Spagna dopo anni trascorsi negli Stati Uniti, e di sua figlia Emilia, un’attrice che non è ancora riuscita a trovare una vera affermazione professionale.
I due si ritrovano dopo tredici anni di distanza, in occasione del nuovo film che Esteban sta preparando e per il quale sceglie proprio Emilia come protagonista. Padre e figlia tornano così a lavorare fianco a fianco, all’interno di un progetto ambientato nel Sahara degli anni Trenta, e da cui prende forma un racconto che si sviluppa su più livelli, alternando la lavorazione del film alla storia dei suoi protagonisti, fino a sovrapporre progressivamente finzione e realtà e a lasciare emergere, poco alla volta, le complessità di una relazione che il film sceglie di svelare senza fretta.
Quello che un padre non può recuperare
Il cuore di El ser querido ovviamente è il rapporto tra Esteban e sua figlia Emilia, che il film non racconta semplicemente come il riavvicinamento di un padre alla vita della figlia, bensì mostrando cosa succede quando qualcuno torna dopo aver lasciato un’assenza che, nel frattempo, è diventata parte della vita dell’altra persona. Esteban può cercare un contatto con Emilia e provare a costruire con lei un nuovo legame, ma di certo non può recuperare gli anni che non ha vissuto accanto a lei. Emilia non è più la ragazza che lui ha lasciato: è cresciuta, ha costruito la propria personalità e ha imparato a vivere senza di lui. Per questo il loro incontro non può essere una ripresa della normalità: Esteban deve prima di tutto conoscere una figlia che è diventata quella che è proprio a causa della sua assenza.
Non si tratta infatti di non esserci stato fisicamente, ma di tutto ciò che quella mancanza lascia dietro di sé e che continua a pesare su Emilia anche quando Esteban ritorna, condizionando il modo in cui si guardano e parlano. Tredici anni non possono essere cancellati, e se per Esteban il ritorno rappresenta l’inizio di una nuova possibilità, per Emilia significa riaprire una ferita mai chiusa, a conferma che tornare nella vita di qualcuno non significa automaticamente riprendere il rapporto da dove lo si era lasciato.
Da qui nasce la responsabilità, con Esteban che deve fare i conti con le proprie scelte e le conseguenze che hanno avuto sulla figlia. Il film, però, non lo trasforma in un personaggio negativo e non riduce il loro rapporto all’opposizione tra un padre colpevole e una figlia ferita: Esteban rimane una persona contraddittoria, capace di sbagliare ma anche di cercare, a modo suo, un contatto. E proprio questa complessità rende autentico il loro rapporto, perché riconoscere di aver sbagliato non vuol dire poter cancellare il dolore provocato e, soprattutto, non significa avere il diritto di decidere quando l’altra persona debba essere pronta a perdonare.
Il perdono, infatti, non è qualcosa di immediato, ed Emilia, nonostante voglia ancora bene a suo padre, è allo stesso tempo arrabbiata con lui. Sentimenti che convivono e racchiudono uno degli aspetti più umani del film, poiché l’amore non cancella il dolore e, quando a ferirci è una persona importante per noi, ciò che proviamo nei suoi confronti diventa molto più complicato. Per questo il rapporto tra Esteban ed Emilia non è fatto soltanto di rabbia o di affetto, ma di entrambe le cose.
A questo si aggiunge la comunicazione. Tra padre e figlia ci sono molte cose che non vengono dette apertamente, e in tal senso i silenzi, le esitazioni e alcune conversazioni nascondono qualcosa di più profondo. Ma il problema non è trovare le parole per parlare del passato, bensì riuscire ad ascoltare davvero l’altra persona. Esteban vorrebbe recuperare il rapporto, tuttavia non capisce quanto la sua assenza abbia segnato Emilia. Lei, invece, non vuole spiegargli tutto da capo e vorrebbe che lui riuscisse a comprendere il dolore che ha provocato senza che fosse lei a doverlo tradurre in parole. La distanza tra loro, dunque, deriva anche dalla difficoltà di comprendere il punto di vista dell’altro, aprendo la riflessione sul potere.
Esteban è un regista affermato e abituato a dirigere le persone, prendere decisioni e avere il controllo della situazione, ma con Emilia questo meccanismo non funziona, perché non può dirigere sua figlia e non può decidere come lei debba sentirsi nei suoi confronti. Questa condizione lo mette in crisi e lo costringe a confrontarsi con qualcosa che sfugge alla sua volontà: una relazione familiare non è una scena cinematografica, non si può fermare, rifare o modificare fino a ottenere il risultato desiderato.
Il cinema diventa così un modo attraverso cui il film parla della vita e dei rapporti umani, mettendo in relazione la vicenda dei protagonisti con quella che stanno portando sullo schermo. Il set si trasforma in uno spazio in cui Esteban ed Emilia sono costretti a condividere un’esperienza, mentre la finzione cinematografica finisce per mescolarsi con la loro realtà. Emilia interpreta un personaggio che la porta inevitabilmente a pensare alla propria storia, facendo emergere emozioni che nella vita reale sono difficili da esprimere.
Il film che Esteban sta girando, ambientato nel Sahara degli anni Trenta e legato al passato coloniale spagnolo, affianca inoltre alla vicenda privata una dimensione storica più ampia, mettendo in relazione la memoria personale e quella collettiva e ampliando così lo sguardo oltre il rapporto tra padre e figlia. In questo modo il racconto evita di rimanere confinato entro i limiti del dramma familiare.
Dentro il film, fuori dal copione
In El ser querido, Sorogoyen segue da vicino i personaggi e le loro reazioni, soffermandosi sui volti e sulle espressioni lasciando che siano soprattutto i silenzi a far emergere ciò che non riescono a dire. Javier Bardem e Victoria Luengo danno spessore a Esteban ed Emilia, rendendo reale un rapporto in cui l’affetto convive con il risentimento e in cui anche i gesti più semplici rivelano una distanza difficile da colmare, restituendo la tensione tra i due senza bisogno di sottolinearla, e introducendo subito la difficoltà di comunicare che caratterizza il rapporto tra padre e figlia.
Particolarmente significativa è la lunga scena iniziale dell’incontro tra Esteban ed Emilia, girata in un unico piano sequenza con cinque telecamere nascoste nel ristorante e della durata di circa 18-20 minuti nel montaggio finale, a partire da una ripresa originale di circa un’ora e mezza. La scelta di mantenere la scena senza interruzioni permette di seguire il confronto nel suo svolgimento, lasciando che siano i tempi e i movimenti dei personaggi a guidarlo. Anche l’utilizzo di diversi formati visivi, tra cui il bianco e nero, contribuisce a distinguere i piani narrativi e a giocare sul confine tra la realtà dei personaggi e la finzione cinematografica. La forma diventa così parte del racconto, accompagnando il passaggio tra esperienza e rappresentazione.
Il ritmo alterna scene intime e dialogate a momenti corali e situazioni più leggere. Questa varietà evita che la storia rimanga concentrata soltanto sul conflitto tra padre e figlia, permettendo di osservare i personaggi anche al di fuori del loro dolore e restituendo le sfumature del loro rapporto.
Il punto di arrivo
La cosa che colpisce di El ser querido è il modo in cui Sorogoyen riesce a dare forma a una storia personale senza perdere di vista tutto ciò che le ruota intorno. Il film ha uno sguardo preciso, una regia che sa quando avvicinarsi ai personaggi e quando lasciare spazio alle immagini, e due interpreti, Javier Bardem e Victoria Luengo, che reggono il racconto con grande naturalezza.
È un film che non cerca di rendersi più importante di quello che è, ma che trova proprio nella cura con cui è costruito la sua forza. La storia procede senza forzature, lasciando che siano i personaggi e le situazioni a dare peso a ciò che accade, e quando arriva alla fine, El ser querido lascia la sensazione di aver visto un film in cui le scelte narrative e quelle registiche lavorano nella stessa direzione, dando vita a un racconto intenso, mai banale e capace di lasciare qualcosa di potente allo spettatore.
©Riproduzione Riservata
Emanuela Giuliani
Il Voto della Redazione:






