Enola Holmes 3

Enola Holmes 3, recensione: quando il lieto fine diventa un mistero

Enola Holmes torna tra nozze sospese e un rapimento che cambia tutto: un’indagine personale tra misteri, emozioni e colpi di scena.

Con Enola Holmes 3 il viaggio della giovane detective interpretata da Millie Bobby Brown continua a crescere, arrivando a un punto in cui il personaggio non è più quello dei primi film. Nei capitoli precedenti, infatti, avevamo conosciuto una ragazza curiosa, ribelle e ancora in cerca del proprio posto, sempre in equilibrio tra il bisogno di indipendenza e il legame con la famiglia Holmes. Qui, invece, Enola è diventata una figura più sicura, una detective riconosciuta che ha già dimostrato di saper vedere ciò che gli altri ignorano.

Questa evoluzione si vede anche nel modo in cui il film, diretto da Philip Barantini, è costruito, con la crescita della protagonista non più sullo sfondo ma centrale. Attraverso lo spirito leggero e avventuroso della saga, il racconto si fa più emotivo e personale: non si tratta più di scoprire chi è Enola, ma di capire dove vuole andare.

Da un matrimonio sospeso al mistero più personale di sempre

È difficile non pensare che qualcosa stia già andando storto quando un film mostra il suo momento più felice come una semplice parentesi destinata a durare poco. In Enola Holmes 3, attualmente diponibile su Netflix, questa sensazione arriva subito, con Enola in abito da sposa e il matrimonio apparentemente perfetto, ma instabile fin dal primo secondo.

La cerimonia infatti si rivela di breve durata: Enola capisce che le sue nozze dovranno aspettare finché non risolverà un altro crimine, il più personale di tutti, ovvero il rapimento del suo burbero fratello Sherlock (Henry Cavill), già sospettoso dell’ambiente circostante durante il matrimonio e poco convinto della scelta della sorella di conformarsi alla tradizione matrimoniale.

Che Sherlock finisca vittima di un rapimento, assieme alla futura suocera di Enola, è forse l’aspetto meno convincente del film, per quanto la sceneggiatura si sforzi di renderlo credibile. Tuttavia, una volta che Enola prende in mano le indagini, il meccanismo torna subito a funzionare: si aggira con sicurezza sulla scena del crimine, scopre impronte digitali codificate in Morse su uno specchio davanti a un attonito Dottor Watson (Himesh Patel) e passa da un indizio nascosto all’altro in una serie di sequenze che fanno passare in secondo piano le lacune della sceneggiatura, complice anche l’affascinante cornice di Malta, con le sue acque cristalline a fare da sfondo.

Al di là della dinamica investigativa, però, alcuni riferimenti attuali, come il movimento per il suffragio femminile e la lotta per i diritti dei lavoratori, che avevano reso i due film precedenti così vitali, qui mancano. Le trame legate ai combattenti per la libertà maltesi e al passato del dottor Watson nelle guerre anglo-afghane sembrano quasi inserite più per caso e risultano funzionali soprattutto alla riconciliazione personale e familiare di Enola, in particolare con la sua testarda madre Eudoria (Helena Bonham Carter, fantastica come sempre).

Questa svolta più intima dà forma al secondo livello del film, spostando il focus sul futuro di Enola e sul suo percorso emotivo, che diventa centrale rispetto alla componente investigativa. Qui trova anche spazio, in modo quasi inconsapevole, l’ansia prematrimoniale. Si chiede se stia facendo la cosa giusta, sposando la persona giusta, scegliendo il tipo di futuro che desidera per sé. Il mistero che avvolge questi interrogativi esistenziali sembra però insignificante al confronto: cosa potrebbe mai competere con la mentalità idealista di una giovane donna, vestita con un’eleganza autorevole come una Annie Hall vittoriana, che contempla il cammino sconosciuto che si prospetta davanti a lei?

Ed è qui che Enola Holmes compie il suo più grande atto di ribellione rifiutandosi di soccombere al vuoto “femminismo da brava ragazza”, in cui le eroine forti sono spesso definite solo dalla loro forza fisica, con un cuore fieramente romantico, che sa di non dover compromettere per diventare tutto ciò che desidera.

Il film accompagna quindi Enola nel pieno della sua maturità investigativa: non è più un’eroina ingenua e inesperta, ma si è costruita una solida reputazione come detective perspicace e attenta, capace di osservare per pochi istanti anche una scena apparentemente insignificante e coglierne subito una mezza dozzina di stranezze.

Philip Barantini, regista di Adolescence, subentrato a Harry Bradbeer, mantiene il ritmo incalzante e la leggerezza che caratterizzavano i film precedenti, ma li rilegge con un approccio più controllato e rifinito. La messa in scena appare più curata, con effetti meglio integrati e un montaggio serrato che dà maggiore precisione all’azione. Il risultato è un episodio che conserva lo spirito giocoso del franchise, segnando però un’evoluzione stilistica evidente, che vale la pena di essere visto anche per la presenza di Moriarty (Sharon Duncan-Brewster), i cui dettagli sarebbe ingiusto svelare.

Un caso risolto, ma soprattutto una crescita personale

Enola Holmes 3 è un film che privilegia chiaramente la dimensione emotiva rispetto alla complessità del giallo. La regia più matura di Barantini, l’ambientazione ricca e la buona costruzione del ritmo rendono il film solido e scorrevole, anche quando la sceneggiatura semplifica alcuni passaggi.

Al centro non c’è tanto il mistero del rapimento, quanto il percorso di crescita di Enola: la protagonista non è più chiamata a dimostrare il proprio valore, ma a decidere cosa farne. Tra indipendenza, legami familiari e desiderio di futuro, il film chiude il suo arco come racconto di formazione, ridefinendo il percorso della sua protagonista. Un capitolo solido, che conferma la crescita del franchise senza però superare davvero i suoi limiti.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

7


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