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Fjord, recensione: Cristian Mungiu firma un’opera che non lascia indifferenti

Tra tensione familiare e scontro con le istituzioni, Fjord di Cristian Mungiu racconta una storia intensa e difficile da dimenticare.

Una famiglia arriva in un piccolo paese della Norvegia per ricominciare, ma bastano pochi giorni perché quella che doveva essere una nuova partenza si trasformi in un incubo. È da qui che parte Fjord, il nuovo film di Cristian Mungiu, dietro la storia raccontata da Mungiu c’è il caso realmente accaduto alla famiglia Bodnariu, alla quale i servizi sociali norvegesi sottrassero i figli.

Dopo aver vinto la Palma d’Oro al 79esimo Festival di Cannes, il regista ha presentato il film alla 21esima Festa del Cinema di Roma, portando sullo schermo della città capitolina la storia di Mihai e Lisbet Gheorghiu, una coppia rumeno-norvegese interpretata da Sebastian Stan e Renate Reinsve, che torna nel paese d’origine di lei insieme ai propri figli e si ritrova improvvisamente a dover difendere il proprio modo di crescere i figli. Quando una delle bambine si presenta a scuola con alcuni lividi, infatti, il sospetto nei confronti dei genitori cresce rapidamente e l’intervento dei servizi sociali porta la famiglia dentro una situazione dalla quale sarà sempre più difficile uscire. Da quel momento, la vicenda privata dei Gheorghiu comincia ad assumere proporzioni molto più grandi, coinvolgendo scuola, servizi sociali, avvocati e tribunali.

Seguendo le vicende della famiglia Gheorghiu, Fjord mostra quanto possa diventare sottile il confine tra ciò che accade dentro una casa e ciò che, invece, può essere giudicato e deciso dall’esterno.

Quando la protezione diventa controllo

Il cuore di Fjord sta in una domanda semplice solo in apparenza: fino a dove può spingersi un’istituzione quando ritiene che un bambino non sia adeguatamente protetto dalla propria famiglia? Mungiu sviluppa il film partendo da questo interrogativo e, dopo essersi confrontato con altre famiglie coinvolte in situazioni simili, elabora una storia che prende spunto dalla realtà senza coincidere completamente con essa.

A confrontarsi sono Mihai e Lisbet, genitori affettuosi e profondamente legati ai propri figli, ma con un’idea dell’educazione molto rigida, segnata dalla religione, dalla disciplina e da una visione conservatrice della famiglia, e i servizi sociali, chiamati a intervenire quando emerge il sospetto che un minore possa essere in pericolo.

Mungiu evita di trasformare l’attrito in una sfida tra una famiglia che ha necessariamente ragione e un sistema che ha necessariamente torto, mostrando come il problema nasca nel momento in cui le due prospettive smettono di incontrarsi e ciò che per una parte rappresenta una forma di protezione diventa, per l’altra, un’intrusione nella propria vita privata.

La difficoltà di stabilire questo confine rende la storia dei Gheorghiu vicina a una realtà che va ben oltre il caso raccontato dal film. In società molto diverse tra loro, famiglie e istituzioni possono trovarsi a scontrarsi sul modo in cui un bambino deve essere cresciuto, sui limiti dell’autorità dei genitori e sul momento in cui diventa necessario intervenire dall’esterno. Non esiste sempre una linea evidente che separi una scelta educativa discutibile da una situazione realmente pericolosa, così come non è facile per una famiglia capire dove finisca il proprio diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni e dove inizi la responsabilità delle istituzioni di tutelarli.

Una zona grigia in cui Fjord entra senza offrire allo spettatore una posizione dalla quale sentirsi completamente al sicuro. Il film non mette in discussione la necessità di tutelare un bambino quando esiste un pericolo concreto, ma allo stesso tempo sottolinea quanto possa essere destabilizzante per una famiglia scoprire che il proprio modo di vivere, le proprie convinzioni o il proprio rapporto con i figli vengono osservati e giudicati dall’esterno. Questa situazione diventa ancora più delicata quando entrano in gioco differenze culturali e religiose, perché ciò che per una famiglia appartiene alla propria identità può essere percepito da chi la osserva come qualcosa di estraneo o difficile da comprendere.

Ed è qui che la storia dei Gheorghiu smette di essere quella di una famiglia alle prese con i servizi sociali. Mihai e Lisbet vivono infatti tra due mondi diversi, e il ritorno nel paese d’origine di lei evidenzia la distanza tra le loro idee sulla famiglia e sull’educazione e la diversa comprensione di chi li circonda. Man mano che la situazione precipita, il confronto lascia spazio al sospetto, e ogni gesto viene interpretato attraverso ciò che si pensa già dell’altro, ogni spiegazione sembra una giustificazione e ogni reazione diventa una nuova conferma delle proprie convinzioni.

Fjord racconta così anche quanto sia fragile il rapporto tra diversità e integrazione, il cui problema non è avere valori differenti, perché una società è composta da persone, famiglie e comunità che non condividono le stesse idee, bensì dalla distanza che impedisce di riconoscere nell’altro qualcosa di diverso senza trasformarlo in qualcosa di sbagliato. Nel caso dei Gheorghiu, le differenze riguardano aspetti particolarmente delicati come la religione, la disciplina e il ruolo dei genitori, dunque tutto ciò che definisce la quotidianità di una famiglia.

La questione diventa ancora più complessa perché al centro ci sono i bambini, i cui diritti e bisogni non possono essere ridotti al contrasto tra gli adulti. Per questo il film non contrappone semplicemente il diritto dei genitori di educare i propri figli al potere dello Stato di intervenire, ma richiama l’attenzione sulla necessità di proteggere i più piccoli anche quando non possono decidere quale posizione assumere. Il punto quindi è trovare un equilibrio tra la libertà della famiglia e la responsabilità di impedire che quella stessa libertà finisca per danneggiare chi è più vulnerabile, e la forza di Fjord sta nel raccontare proprio quanto facilmente una situazione del genere possa sfuggire di mano.

All’inizio ci sono domande, dubbi e la necessità di capire cosa sia realmente accaduto; poi, poco alla volta, la fiducia diminuisce e ciascuna parte comincia a difendersi dalle intenzioni che attribuisce all’altra. La famiglia sente di non essere ascoltata, mentre le istituzioni leggono la crescente opposizione dei genitori come un ulteriore motivo di preoccupazione. È un meccanismo che può diventare difficile da interrompere proprio perché, una volta persa la fiducia, anche il tentativo di ricostruirla viene guardato con diffidenza.

In Paesi in cui convivono modelli familiari, religioni e culture differenti, il rapporto tra famiglie e istituzioni assume forme diverse, ma resta aperta una questione fondamentale: chi decide cosa sia meglio per un bambino e sulla base di quali criteri?

In tal senso Fjord non cerca una risposta definitiva e soprattutto non pretende di spiegare da quale parte stare, ma accompagna dentro un conflitto nel quale ogni scelta produce nuove conseguenze e il confine tra assistere, aiutare, giudicare e controllare diventa sempre più difficile da distinguere, aprendo alla riflessione più ampia sul rapporto tra genitori, figli e società.

Il peso degli sguardi e dei silenzi

Mungiu racconta Fjord con grande semplicità, senza cercare l’effetto o la scena destinata a rimanere impressa. Il film si prende il suo tempo, osserva i personaggi e lascia che la storia proceda senza fretta accompagnata dai paesaggi norvegesi che fanno da sfondo alla vicenda. L’acqua, le montagne, la neve e gli spazi aperti creano di fatto un’atmosfera sospesa, mentre il ritmo rimane volutamente misurato.

La narrazione segue la stessa linea e trova nei dialoghi quella naturalezza che permette ai personaggi di emergere senza troppe spiegazioni, e di far acquistare ai momenti quotidiani un peso maggiore. La sceneggiatura costruisce il conflitto senza forzare le situazioni, lasciando che siano le reazioni dei personaggi e il modo in cui si rapportano agli altri a far emergere le tensioni. In questo modo, anche i dialoghi più quotidiani contribuiscono a far crescere il disagio e a rendere sempre più difficile il confronto tra le parti.

A dare ulteriore forza alla storia sono Sebastian Stan e Renate Reinsve. Stan interpreta Mihai con una durezza mai completamente esibita, riuscendo a mostrare anche la fragilità che si nasconde dietro il suo carattere, con sguardi, silenzi e piccoli cambiamenti. Reinsve lavora invece in modo più sottile e trattenuto, comunicando molto anche quando rimane in silenzio, facendo percepire le sue esitazioni senza caricarle di pathos.

Un film che lascia il segno

Selezionato per rappresentare la Romania agli Oscar 2027 nella categoria del miglior film internazionale, Fjord è un film importante senza avere bisogno di presentarsi come tale, che conquista poco alla volta, lasciando emergere la propria forza senza cercare scorciatoie o facili compromessi. La sua intensità non termina con la visione, ma continua a farsi sentire anche dopo i titoli di coda, quando rimane il desiderio di ripensare ad alcune scene e alle sensazioni che hanno suscitato.

Un film maturo e consapevole, che conferma la capacità di Cristian Mungiu di affrontare storie complesse senza renderle prevedibili o scontate, lasciando che siano gli eventi e le reazioni dei personaggi a coinvolgere lo spettatore, senza suggerirgli continuamente cosa pensare.

Con Fjord, Mungiu firma un’opera che conferma il suo posto nel cinema contemporaneo e che, attraverso una vicenda capace di superare i confini della singola storia, dimostra ancora una volta quanto il cinema possa lasciare domande aperte e sensazioni difficili da dimenticare.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

9


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