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Frankenstein di Guillermo del Toro: spiegazione del finale e differenze con il romanzo

Frankenstein, Guillermo del Toro ha spiegato le differenze con il romanzo di Mary Shelley, il tema del perdono e il destino della Creatura.

Il finale di Frankenstein, l’adattamento firmato da Guillermo del Toro del celebre romanzo di Mary Shelley, rappresenta una rilettura profondamente personale della storia. Più che sulla paura o sulla vendetta, il regista costruisce la conclusione attorno all’idea del perdono, trasformando la Creatura in una figura tragica e quasi umana, lontana dall’immagine tradizionale del mostro.

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Del Toro ha raccontato di aver riflettuto su questo progetto per decenni: già nel 1987 aveva disegnato uno schizzo della Creatura e da allora l’idea del film lo ha accompagnato a lungo. Realizzarlo oggi, come riportato da Entertainment Weekly, secondo il regista, gli ha permesso di affrontare la storia con una maturità diversa, soprattutto sul tema della riconciliazione.

Nel film, la tragedia nasce dall’ossessione di Victor Frankenstein per la morte. Da bambino prova un forte rancore verso il padre, un chirurgo freddo e violento che ritiene responsabile della morte della madre durante il parto. Questo trauma segna la sua vita: Victor cresce convinto di poter dominare le forze della vita e della morte. Da adulto, interpretato da Oscar Isaac, viene espulso dall’università per i suoi esperimenti estremi sui cadaveri, ma trova il sostegno economico di un misterioso benefattore che gli permette di costruire un laboratorio in una torre abbandonata, dove tenta l’impossibile.

È lì che assembla la Creatura, interpretata da Jacob Elordi, utilizzando parti di corpi di soldati e criminali giustiziati. Dopo un primo apparente fallimento, l’essere prende vita. Tuttavia Victor resta deluso: la Creatura sembra incapace di sviluppare un’intelligenza complessa e riesce a pronunciare solo il suo nome. Convinto di aver creato un errore, Victor la incatena nei sotterranei della torre. L’unica persona che mostra compassione è Elizabeth, interpretata da Mia Goth, la cognata di Victor, che stabilisce con la Creatura un legame inatteso.

La frustrazione e il senso di fallimento portano Victor a compiere un gesto estremo: decide di incendiare la torre con la Creatura ancora dentro. Prima di appiccare il fuoco le promette che la risparmierà se riuscirà a pronunciare un’altra parola oltre al suo nome. Quando l’essere dice “Elizabeth”, Victor mantiene comunque la sua decisione. L’esplosione che segue distrugge la torre e gli causa una grave ferita alla gamba, ma la Creatura riesce a fuggire strappando le catene.

Rifugiatosi vicino a una fattoria, l’essere impara lentamente a parlare e leggere grazie all’aiuto di un anziano cieco. Quando scopre la verità sulla propria origine, il dolore si trasforma in disperazione. Dopo la morte accidentale dell’uomo che lo aveva aiutato — per la quale viene ingiustamente accusato — capisce qualcosa di ancora più terribile: non sembra poter morire. Condannato a un’esistenza solitaria, decide di cercare Victor per chiedergli di creare un compagno simile a lui, qualcuno con cui condividere quella vita impossibile. Victor però rifiuta, terrorizzato dall’idea che il mostro possa moltiplicarsi.

Il conflitto culmina quando Elizabeth si trova nel mezzo dello scontro tra i due. Cercando di proteggere la Creatura, viene colpita accidentalmente da un proiettile sparato da Victor. L’essere porta il suo corpo in una grotta e resta con lei fino alla morte, ascoltando le sue ultime parole: Elizabeth confessa di aver sempre cercato qualcosa di indefinibile e di averlo trovato proprio in lui. È uno dei momenti più umani e struggenti del film.

Dopo questa tragedia, Victor insegue la Creatura fino all’Artico, deciso a distruggerla. L’essere, che ormai desidera la morte, tenta perfino di farsi esplodere con della dinamite, ma sopravvive. Alla fine i due si ritrovano su una nave intrappolata nei ghiacci. Qui avviene la svolta emotiva della storia: Victor ascolta finalmente il racconto della Creatura e comprende la portata dei propri errori. In punto di morte, chiede perdono alla sua creazione, chiamandola “figlio”. Le dice che se la morte non può arrivare, l’unica alternativa è vivere e perdonare anche se stessi per esistere.

La Creatura accetta il perdono e chiama Victor “padre”, segnando un momento di riconciliazione che cambia completamente il significato della storia. Questa scelta narrativa rappresenta la principale differenza rispetto al romanzo di Mary Shelley, in cui il rapporto tra i due non trova una vera pace e la Creatura rimane intrappolata nella disperazione.

Dopo la morte di Victor, il capitano della nave decide di non attaccare l’essere. In risposta, la Creatura usa la propria forza per liberare la nave dal ghiaccio, salvando proprio quelle persone che poco prima avevano tentato di ucciderla. È un gesto simbolico: nel momento in cui Victor e la Creatura si riconoscono come padre e figlio, anche il “mostro” recupera pienamente la propria umanità.

Il film si chiude con una scena potente. La Creatura cammina da sola verso il sole nascente e si toglie il cappuccio, lasciando che la luce illumini il suo volto. È un richiamo diretto al primo incontro con Victor, quando il dottore gli aveva detto che il sole rappresenta la vita. All’inizio l’essere si era ritratto dalla luce; ora invece la accoglie. Il significato è chiaro: nonostante il dolore e l’abbandono, sceglie di vivere.

Con questa conclusione, Guillermo del Toro trasforma Frankenstein in una storia sulla possibilità di redenzione. Se il romanzo termina nella tragedia, il film lascia intravedere qualcosa di diverso: una fragile ma reale speranza. Il perdono, suggerisce il regista, non libera soltanto chi lo riceve, ma anche chi lo concede. E in quel momento finale, mentre la Creatura avanza verso la luce, sembra davvero che entrambi — padre e figlio — abbiano finalmente trovato la propria umanità.


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