Il documentario sugli elefanti dell’Angola è un grande affresco su un angolo di mondo ancora incontaminato.
Se Ghost Elephants di Wener Herzog fosse stato presentato in Concorso Ufficiale a questo 82esima Mostra del cinema di Venezia, difficilmente gli sarebbe scappato un premio importante. Il regista tedesco, fresco di Leone d’oro alla carriera, ci regala un documentario straordinario, che finisce per essere un viaggio universale dentro il concetto di ignoto, sulla potenza della natura.
Cercando gli ultimi gigante dell’Africa
Ghost Elephants è ambientato in Angola, su un altopiano gigantesco situato a 1200 m di quota, vicino a quel deserto del Kalahari e paradossalmente in realtà fonte principale di gran parte dei fiumi e corsi d’acqua nel continente nero. Lì è dove Werner Herzog ambienta il suo Ghost Elephants un documentario con cui segue Steve Boyes, naturalista e soprattutto esperto di elefanti, alla ricerca degli esemplari più giganteschi, che si teorizza siano all’interno delle foreste di quell’angolo di Africa.
Ghost Elephants ha al suo centro un’analisi precisa e spietata del rapporto tra uomo e natura, quella natura che amiamo ma anche temiamo, ed ecco perché nello Smithsonian di New York ancora oggi è esposto Henry, il più gigantesco elefante della storia, 12 tonnellate di colosso, naturalmente abbattuto nel 1955 dall’invidia dell’uomo.
Werner Herzog però rende la ricerca di quella sottospecie di elefanti (una delle poche ancora invisibili all’uomo) un viaggio dentro il concetto di ignoto, l’eterna ricerca di qualcosa di superiore a noi, il grande drago che ci affascina, la natura che ci ricorda i nostri limiti e per questo ci spaventa e assieme ci seduce. Diventa anche un racconto di un tornare alle origini, e per origini teniamo quelle dell’umanità, perché li è nata la civiltà, in mezzo a quelle tribù di nativi che sono totalmente distanti da noi, provengono da un mondo più selvaggio, basilare, in cui un uomo occidentale medio non resistere più di due giorni.
Leggono le impronte nella sabbia, i suoni e gli odori come un bibliotecario i libri, sono tutto ciò che rimane di ciò che eravamo, di quando eravamo legati alla natura da un legame simbiotico sì, ma Herzog non pensa, che questo li renda più puri o superiori, semplicemente li rende diversi dalla cosiddetta civiltà. Ma è inutile negare che anche lui soffra il fascino di questo popolo per il quale la savana, la natura, non ha alcun mistero, che vive in perfetta simbiosi con quel luogo, che è dominato da uno spiritualismo animalista unico nel suo genere.
Un’Odissea ipnotica ed ammaliante
Ghost Elephants più che un documentario, pur rimanendo strettamente fedele al genere, diventa in breve un racconto dove viene revocata la visione dell’uomo vittoriano, quella di una natura fatta di mostri, ignoto, mistero. Werner Herzog ci presenta luoghi, esploratori, le diverse tribù di quel tratto d’Africa, in un viaggio in cui lo spazio e il tempo perdono significato perché non sono più i nostri, contano quelli di quel continente, di una terra asprissima dove alla fine i mezzi non bastano più, bisogna adattarsi e basta.
Questo però è anche un racconto di morte, non solo quella inflitta dall’uomo verso gli animali, quelli che lo terrorizzavano e affascinavano, ma la ricerca di una supremazia sanguinolenta che fino a pochi anni fa era celebrata. Anche gli indigeni dispensano la morte, il rapporto tra umanità e natura lui lo vede come conflittuale in modo inevitabile, in un certo senso quasi meccanico.
Ma intanto, Ghost Elephants è anche la celebrazione del concetto di sogno, di avventura, quel gruppo è come il capitano Acab, circa Moby Dick, la sua distruzione potrebbe avvenire solo quando incontra l’oggetto del suo desiderio o almeno così lui teme. Poi alla fin fine eccoli, gli elefanti fantasma, qualche breve inquadratura tra le foglie, le impronte sul terreno. L’arroganza dell’uomo è stata quella di pensare di aver capito tutto del mondo, e invece anche sulla terraferma esistono luoghi come le profondità degli abissi marittimi, forse l’ultima, vera, scatola vergine del pianeta.
Ghost Elephants ci mostra un mondo in estinzione, quello di un’Africa dove anche questi indigeni alla fin fine usano i cellulari, abiti moderni, per quanto continuino a usare arco e frecce. Il passaggio è avvenuto, oppure solo un’impressione, del resto continuano a credere in quello che credevano i loro avi, mentre l’uomo civilizzato sembra non poter credere in niente. Senza ombra di dubbio Ghost Elephants è uno dei migliori film che Herzog abbia mai fatto, un documentario pneumatico, potentissimo, per certi tratti quasi inquietante nel farci comprendere come la civiltà abbia chiesto come prezzo la nostra incapacità di riconoscerci parte di questo tutto, qualcosa che sarà infine il motivo della nostra scomparsa.
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