“HUNTER KILLER – CACCIA NEGLI ABISSI”- Recensione

“HUNTER KILLER – CACCIA NEGLI ABISSI” – Recensione

Sotto la superficie ghiacciata del Circolo Polare Artico, la Guerra Fredda non è mai veramente finita, e nelle gelide, estreme ed invisibili profonde acque, i sottomarini americani e russi continuano a navigare, inseguendosi silenziosamente, attraverso stretti passaggi con la costante paura di un’improvviso assalto avversario. In questa tesa e precaria situazione, il Capitano dell’Hunter Killer USS Arkansas”, sofisticato sommergibile, predisposto per gli attacchi nucleari, attrezzato per localizzare e distruggere i sommergibili nemici, Joe Glass verrà incaricato di indagare sulla misteriosa scomparsa di un sottomarino statunitense, finendo per introdursi in territorio russo per fermare l’imminente colpo di stato, salvando il Presidente russo dal rapimento dei sovversivi.

Glass, si troverà, suo malgrado, nelle condizioni di infrangere le regole, costretto dalle pericolose circostanze, a fidarsi di coloro che fino a quel momento erano i suoi avversari numero uno, rischiando la sua vita e quella dell’equipaggio, ed in particolare del Capitano del sommergibile russo Adropov, riflesso speculare del freddo Glass, ed il cui volto è quello di Michael Nyqvist, conosciuto per il ruolo del giornalista Blomkvist nella versione svedese di “Millennium – Uomini che Odiano le Donne”, e visto anche in “John Wick” e “Mission Impossible -Protocollo Fantasma”, scomparso nel 2017 all’età di 56 anni.

Una guerra psicologia tuttavia, non affrontata solo in mare, ma anche sulla terra ferma, dove i militari di Washington DC, tentano di comprendere quale sia la soluzione migliore all’incombente crisi globale, guidati dal Premio Oscar Gary Oldman, un po’ sottotono, nella figura dell’Ammiraglio Charles Donnegan.

Diretto da Donovan Marsh: “HUNTER KILLER – CACCIA NEGLI ABISSI”, al cinema dall’8 novembre, ispirato al romanzo: “Firing Point” scritto da George Wallace, è una storia ricca di azione ed adrenalina, che focalizza l’attenzione non solo, sulle coraggiose, inverosimili decisioni, e relative azioni, del determinato Capitano – Gerard Butler infatti conserva e consolida quella forte, e caricata, mascolinità, vista in re Leonida di “300”  o nel non convenzionale poliziotto di “Nella Tana dei Lupi” – bensì punta ad esaltare, ancora una volta, lo spirito eroico, di unione e sacrificio tipico americano. Unione che da sempre distingue gli uomini impegnati nelle oltremodo difficoltose, e segrete, operazioni militari presenti nei vari film, e che riesce a mantenere alta l’attenzione, non permettendo allo spettatore di perdere la concentrazione. Obiettivo raggiunto giocando con una rappresentazione dalla costruzione e sviluppo, se pur prevedibile e non originale, dalla crescente tensione, che esplode nel finale, per un risultato complessivo non esaltante ma soddisfacente, in grado di intrattenere.

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