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I Play Rocky, recensione: Prima del mito, c’era un uomo che non voleva arrendersi

Con ironia e sensibilità, Peter Farrelly trasforma la scommessa di Stallone in una storia coinvolgente, con un Anthony Ippolito straordinario.

Prima di diventare Rocky Balboa, Sylvester Stallone era un attore che Hollywood aveva deciso di non prendere sul serio, da qui parte I Play Rocky, il nuovo film di Peter Farrelly sulla nascita di uno dei personaggi più celebri della storia del cinema. Non dalla gloria, non dagli Oscar, non dalle scale del Philadelphia Museum of Art, ma da un uomo che non riesce a ottenere nemmeno i ruoli che vorrebbe e che si ritrova davanti a una scelta apparentemente semplice: vendere la propria sceneggiatura e incassare una somma che potrebbe cambiargli la vita oppure rischiare tutto pur di interpretare il protagonista.

Il paradosso è che sappiamo già come è finita. Stallone riuscirà a imporsi, Rocky verrà realizzato e diventerà un fenomeno mondiale. Ma proprio perché il finale è già scritto, Farrelly sceglie di guardare nella direzione opposta tornando indietro, a quando Stallone non era ancora una leggenda e nessuno aveva particolari motivi per pensare che sarebbe diventato una star.

La nascita di Rocky racconta così anche qualcosa di Stallone, perché il personaggio che ha scritto gli somiglia: un uomo che non ha nulla dalla sua parte, che non viene considerato abbastanza bravo, importante e adatto, ma che vuole almeno avere la possibilità di provarci. E quando Hollywood gli chiede di lasciare il ruolo a qualcun altro, quindi, la questione diventa molto più personale di una semplice trattativa.

Da attore sconosciuto a Rocky: la scommessa di Stallone

La storia comincia a New York nel 1974, con Stallone in condizioni di estrema precarietà, costretto ad accettare parti insignificanti e a sottoporsi a provini umilianti, come quello per un film softcore, pur di continuare a inseguire la carriera da attore che desidera. Una condizione che il film racconta senza però trasformare Stallone nella caricatura dell’attore fallito, perché dietro le difficoltà e le umiliazioni rimane un uomo convinto di poter fare qualcosa di più, che continua a cercare l’occasione che gli permetta di dimostrare il proprio valore anche quando tutto intorno a lui gli suggerisce il contrario.

Questa ostinazione rappresenta il punto di partenza della riflessione di I Play Rocky, che attraverso la vicenda di Stallone affronta il rapporto tra ambizione, identità e bisogno di autodeterminazione. Il protagonista infatti non vuole semplicemente diventare famoso, ma riuscire a dimostrare di essere qualcosa di più di ciò che gli altri vedono in lui. In un ambiente come Hollywood, dove le opportunità dipendono anche dalla notorietà e dal riconoscimento del proprio valore da parte degli altri, Stallone si trova costretto a fare i conti con un sistema che sembra aver già stabilito quali possibilità gli spettino, e la sua decisione di scrivere un personaggio da interpretare nasce proprio dal rifiuto di accettare quei limiti come definitivi. Se nessuno è disposto a offrirgli l’occasione che desidera, può almeno provare a costruirla da sé, rendendo la frustrazione qualcosa di concreto.

I Play Rocky dimostra però soprattutto che i sogni non hanno prezzo e il rifiuto delle offerte dei produttori da parte di Stallone, pur di interpretare Rocky, assume un significato che supera la semplice ambizione professionale. In condizioni economiche tanto difficili, rinunciare a somme di denaro considerevoli può sembrare assurdo e irresponsabile, ma per lui accettare avrebbe significato ottenere una sicurezza immediata rinunciando alla possibilità di realizzare fino in fondo la propria visione. Il denaro, di fatto, può compensare una rinuncia sul piano economico, ma non può garantire la soddisfazione di aver dato forma a un progetto nel quale ci si riconosce profondamente. Stallone non voleva soltanto vendere una sceneggiatura, ma diventare il personaggio che aveva immaginato.

Qui I Play Rocky trova una delle sue riflessioni più profonde, perché il valore di un sogno non dipende da ciò che può offrire sul piano economico, ma da quanto sia legato alla persona che lo coltiva. Per Stallone, Rocky è l’occasione di uscire da una condizione in cui sono gli altri a stabilire fin dove può arrivare, per dare finalmente spazio a qualcosa che sente davvero suo. Non si tratta quindi soltanto di ottenere un ruolo da protagonista, ma di trovare un posto per sé in un ambiente che fino a quel momento gli ha lasciato poco spazio.

Stallone non può controllare il giudizio dei produttori, né costringerli a riconoscere il suo talento, ma può decidere se accettare o meno le condizioni che gli vengono proposte. La sua libertà è limitata dalle circostanze, dalla precarietà e dalla mancanza di alternative, e così ogni scelta ha un peso particolare. Non è un uomo che può permettersi dei rischi, ma qualcuno che cerca di conservare almeno il diritto di decidere per sé, non lasciando che siano gli altri a stabilire chi possa essere e quali aspirazioni debba abbandonare.

La scelta, però, non è una garanzia di successo, dal momento che Stallone non può sapere se Rocky verrà girato, se il pubblico apprezzerà il protagonista o se il suo investimento personale si rivelerà un errore, facendogli perdere un’occasione economicamente vantaggiosa senza ottenere nulla in cambio. La sua determinazione non nasce dalla certezza di riuscire, ma dalla volontà di provare a realizzare ciò in cui crede.

È una distinzione importante, perché il successo di Rocky, che oggi conosciamo, può far apparire inevitabile un risultato che all’epoca non lo era affatto. Sapere come andrà a finire rende più facile celebrare la scelta di Stallone, ma significa anche dimenticare quanto fosse incerto il risultato. Non tutte le persone che perseverano riescono a raggiungere i propri obiettivi, e la forza di volontà da sola non basta a realizzare un sogno: contano anche il talento, le risorse, le circostanze e le decisioni degli altri. In tal senso I Play Rocky non vuole suggerire che credere in se stessi sia sufficiente per avere successo, ma che la paura di fallire non dovrebbe essere l’unico criterio con cui decidere se valga la pena provarci.

Da questo punto di vista, il parallelismo con Rocky Balboa va oltre la somiglianza tra autore e personaggio. Entrambi affrontano una sfida il cui risultato non è scontato, ma mentre Stallone cerca di farsi strada a Hollywood, Rocky deve vedersela con un avversario che sembra molto più forte di lui. In entrambi i casi, si tratta di andare oltre i propri limiti, senza sapere se si riuscirà a farcela.

A complicare ulteriormente le cose ci sono i problemi produttivi, il budget limitato e gli imprevisti, che costringono Stallone a trovare soluzioni diverse da quelle che aveva immaginato, senza perdere di vista l’idea da cui tutto è partito. Inseguire un sogno significa anche sapersi adattare alle difficoltà, senza per questo dover rinunciare a ciò che per noi conta davvero.

Farrelly racconta Stallone, Ippolito gli dà un volto

Peter Farrelly racconta la nascita di Rocky attraverso una commedia che alterna ironia e momenti più seri senza trasformare la storia in un racconto celebrativo. Le trattative con i produttori, le discussioni e gli imprevisti danno ritmo alla vicenda, mentre la ricostruzione degli anni Settanta passa dagli ambienti, dai costumi e dalle strade di Philadelphia, senza puntare troppo sulla nostalgia.

La sceneggiatura di Peter Gamble segue un percorso piuttosto classico, ma lascia spazio ai rapporti tra i personaggi. Irwin Winkler e Robert Chartoff, per esempio, non sono semplici ostacoli che Stallone deve superare: le loro perplessità rendono le trattative più credibili e impediscono di ridurre il confronto a una contrapposizione tra chi crede nel progetto e chi invece non è disposto a sostenerlo. Farrelly sceglie inoltre di fermarsi quando Rocky è pronto ad arrivare sullo schermo, senza prolungare il racconto con i premi e la fama che sarebbero arrivati in seguito.

A dare un volto a questo Stallone ancora lontano dal successo è Anthony Ippolito, che non si limita a imitarne l’aspetto e il modo di parlare. Il suo personaggio ha qualcosa di impacciato e ironico, ma anche una testardaggine che emerge soprattutto quando deve discutere con i produttori e insistere sulle proprie richieste. Ippolito evita di trasformarlo in un uomo sempre sicuro di sé: il suo Stallone sa quello che vuole, ma non sempre riesce a far capire agli altri quanto sia importante per lui. È questa combinazione di ostinazione e insicurezza a renderlo diverso dall’immagine della star che conosciamo oggi. Il film ci porta infatti a incontrare Stallone prima che il successo cambi la percezione che gli altri hanno di lui, quando il futuro è ancora tutto da decidere.

Una scommessa che vale la pena raccontare

Chi ama Rocky troverà in I Play Rocky pane per i propri denti: vedere come è nato uno dei personaggi più amati della storia del cinema, tra difficoltà produttive, occasioni mancate e una scommessa tutt’altro che sicura, è un’esperienza che saprà entusiasmare i fan di Stallone. Il film, però, non strizza l’occhio solo a chi conosce già il mito, ma rende appassionante una vicenda che conserva tutto il fascino delle storie in cui il risultato finale non è ancora scritto. I Play Rocky racconta quindi una pagina di storia del cinema con il giusto spirito, alternando momenti divertenti a passaggi più sentiti, restituendo la passione e la determinazione che hanno portato alla nascita di Rocky.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

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