Vanessa Scalera e Lino Musella - foto di Anna Camerlingo

Il fuoco che ti porti dentro, recensione: quando l’amore diventa ferita e memoria

Amore, rancore e memoria nel film di Edoardo De Angelis, tratto dal romanzo di Antonio Franchini: una storia familiare intensa e dolorosa.

Un fuoco interiore che diventa ferita, memoria e destino: è questo il cuore di Il fuoco che ti porti dentro, il film di Edoardo De Angelis, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini e presentato in concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Una storia familiare intensa e dolorosa, che ruota attorno a uno dei rapporti più complessi e contraddittori che possano esistere: quello tra una madre e un figlio, in cui amore e risentimento possono convivere fino a diventare inseparabili.

Ed è proprio da qui che la storia prende forma, con Antonio (Lino Musella) che ha scelto di vivere lontano dalla madre Angela (Vanessa Scalera), costruendosi a Milano una famiglia e una carriera. La distanza, però, non è bastata a liberarlo del tutto da ciò che quella relazione ha lasciato dentro di lui e, quando Angela arriva per Natale, l’equilibrio che ha costruito negli anni si incrina inevitabilmente. La cena della Vigilia, che dovrebbe essere un momento di condivisione e serenità familiare, si trasforma così in un confronto nel quale riemergono vecchie incomprensioni, rancori e questioni mai realmente risolte.

Perché ciò che amiamo può essere anche ciò che più profondamente ci ferisce, e per questo è ciò da cui diventa più difficile allontanarsi.

La famiglia che ci portiamo dentro

Ne Il fuoco che ti porti dentro la metafora attraverso cui leggere l’intera vicenda è racchiusa nel titolo, con il fuoco che rappresenta il sentimento nella sua forma più intensa, pura e incontrollabile: è amore, rabbia, desiderio, rancore e nostalgia. Scalda e allo stesso tempo brucia, proprio come il rapporto tra Antonio e Angela, che non può essere semplicemente spento perché appartiene alla storia dei due protagonisti e, più profondamente, alla loro identità.

Una dimensione familiare e universale del legame tra genitori e figli che non si sceglie, e dal quale non è possibile liberarsi completamente neanche quando ci si allontana, si costruisce una nuova vita, e si cerca di prendere le distanze dalla propria origine, perché ciò che si è ricevuto continua a vivere dentro di noi.  Il passato infatti non scompare, ma cambia semplicemente forma, riaffiorando nei ricordi, nelle parole, nei comportamenti e nelle reazioni emotive. Ed è proprio questa continuità a rendere così complesso il rapporto tra Antonio e Angela, poiché la distanza può separare due persone, ma non cancella ciò che le unisce.

In tal senso, la memoria gioca un ruolo fondamentale, rimanendo una presenza costante, con il passato di Antonio che non appartiene a un tempo definitivamente concluso, ma continua a condizionare il presente, fino a trovare nella cena della Vigilia il momento in cui ciò che sembrava sepolto sotto gli anni e sotto la distanza riemerge con forza, rivelando come la scelta del Natale, l’idea della famiglia riunita, della riconciliazione, del ritorno alle proprie origini e della possibilità di ricomporre le fratture, non sia una scelta casuale.

Un immaginario che tuttavia De Angelis rovescia, trasformando la festa nel momento della resa dei conti, la tavola familiare, emblema di condivisione e intimità, nello spazio del conflitto, e il mangiare nell’essere costretti a stare insieme e a confrontarsi con ciò che per anni si è cercato di evitare.

Lo stesso vale per la casa, simbolo di rifugio e prigione, intimità e scontro: un luogo in cui la famiglia si sente protetta, ma anche in cui le tensioni non possono più essere nascoste. Ambivalenza da cui nasce uno degli aspetti più interessanti, ovvero l’impossibilità di stabilire una volta per tutte chi sia la vittima e chi il responsabile.

Angela è difficile, esagerata e ostile; può provocare, ferire e invadere lo spazio degli altri, ma non viene mai ridotta a una figura esclusivamente negativa. Allo stesso modo, Antonio non è soltanto un figlio che cerca di liberarsi da una madre ingombrante, ma un uomo adulto ancora condizionato dal bisogno di essere riconosciuto proprio da quella persona da cui vorrebbe prendere le distanze.

Questa intensità rende Il fuoco che ti porti dentro così profondo, perché non si limita a raccontare una vicenda familiare, ma la trasforma in corpi, silenzi e conflitti, senza ridurre Angela a una semplice figura negativa né Antonio alla vittima di un passato da cui liberarsi.

Il loro è un rapporto nel quale amore e risentimento non sono sentimenti opposti, bensì convivono e si alimentano reciprocamente: più forte è il legame, più profonda è la ferita; più profonda è la ferita e più difficile diventa smettere di cercare di ritrovare una parte di sé nell’altro.

Un duello emotivo nel quale il fuoco richiama anche l’eredità familiare: gesti, paure, ferite, modi di amare, di reagire, una particolare idea di se stessi e del proprio posto nel mondo, da cui è impossibile liberarsi. Bagaglio che si può solo comprendere, accettarne la presenza e dargli un significato diverso. Non si tratta di ciò che ci viene trasmesso consapevolmente, ma di tutto ciò che assorbiamo senza rendercene conto, e che permette a Il fuoco che ti porti dentro di superare il racconto della storia familiare.

Antonio e Angela sono di fatto figure attraverso le quali interrogarsi su quanto della nostra identità sia realmente frutto delle nostre scelte e quanto, invece, sia stato determinato dalle persone che ci hanno cresciuto.

Il film non offre una risposta rassicurante, né suggerisce che sia possibile tagliare completamente il legame con il proprio passato, ma lascia emergere l’idea che diventare adulti significhi imparare a riconoscere ciò che ci ha formato senza permettere che continui a definire chi siamo.

Il fuoco, dunque, non è soltanto quello della rabbia o del dolore, ma anche quello di un legame che continua a esistere quando sembra ormai consumato. È la memoria di ciò che è stato e la traccia di ciò che siamo diventati, qualcosa che può ferire, ma che proprio perché brucia rende impossibile dimenticare del tutto da dove veniamo.

Dare corpo alla storia

De Angelis realizza un film che coinvolge senza cercare di commuovere a tutti i costi e trova un equilibrio personale tra dolore, ironia e tensione, dando al film una forza che va oltre la singola vicenda raccontata. Questo impatto nasce dal modo in cui il confronto tra Antonio e Angela viene portato sullo schermo, grazie a una regia che, lavorando sullo spazio ristretto della casa e della tavola della Vigilia, fa crescere la tensione senza bisogno di esplicitarla nei dialoghi, lasciando che siano le reazioni dei personaggi a raccontare quello che non riescono a dire.

La sceneggiatura, firmata da Francesco Piccolo, Ilaria Macchia e lo stesso De Angelis, accompagna questo confronto alternando dramma, provocazioni e battute, che entrano nelle scene più tese evitando che il conflitto familiare scivoli in una rappresentazione da tragicommedia.

Ma il vero cuore è il rapporto tra i due personaggi e soprattutto la presenza di Vanessa Scalera e Lino Musella. Scalera dà ad Angela un’imponenza fisica, entrando nelle scene con energia, una voce e una gestualità che riempiono lo spazio, rendendo tangibile quel fuoco difficile da sostenere che il personaggio ha. Musella, al contrario, parte da una presenza più chiusa e trattenuta, facendo crescere e accumulando la sua tensione lentamente, attraverso quello che Antonio non dice, fino a quando finalmente esplode, segnando il punto di rottura tra i due, ma non la fine del loro rapporto. Dopo la tempesta, d’altronde, arriva la quiete e una nuova possibilità di stare insieme, riscoprendo un legame mai davvero finito.

Ciò che resta del fuoco

Il fuoco che ti porti dentro non ha bisogno di cercare grandi risposte per lasciare il segno. La sua forza sta nella sincerità con cui racconta una storia che non pretende di offrire soluzioni, ma semplicemente di mostrare le persone nella loro contraddittorietà, nei momenti in cui sono più difficili da comprendere e anche da giudicare. E’ un film che resta accanto allo spettatore fino alla fine senza forzare le emozioni, lasciando che siano le immagini, i silenzi e gli sguardi a trovare il proprio spazio, e quando la visione finisce, rimane la sensazione di aver assistito a qualcosa di autentico, profondamente umano e difficile da dimenticare.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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