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Jay Kelly, la recensione: il sogno stanco di una star senza pace

Jay Kelly, Noah Baumbach racconta a Venezia 82 il sogno stanco di una star senza pace interpretato da George Clooney.

A volte ammirati e osannati, a volte disprezzati e denigrati, le grandi star, soprattutto quelle di Hollywood, sono sempre al centro dell’attenzione del grande pubblico. Eppure, a ben vedere non sono altro che personaggi che interpretano altri personaggi. Il regista e sceneggiatore quattro volte candidato agli Oscar Noah Baumbach ce lo mostra con un’amara, ma gustosa ironia in Jay Kelly, il film che lo riporta per la terza volta alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Presentato in concorso a Venezia 82, prossimamente al cinema a novembre e poi dal 5 dicembre disponibile su Netflix, Jay Kelly è la storia di una grande star di Hollywood in crisi, interpretata da George Clooney, e della sua amicizia con il suo manager Ron, Adam Sandler. Al loro fianco anche Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough con la partecipazione dell’immancabile Greta Gerwig.

Jay Kelly (Geroge Clooney) è un famoso attore cinematografico di fama mondiale. Ha due figlie che riesce a vedere poco e un manager, Ron (Adama Sandler), che lo affianca, lo sostiene e cerca di orientare le sue scelte ad ogni suo passo. Quando però Jay comincia a sentire il peso di una vita spesa solo in funzione del successo, per Ron cominciano i guai.

Finite le riprese del suo nuovo film, Jay decide di mettere da parte tutti i suoi impegni professionali per inseguire sua figlia minore nel suo tour in Europa. Per Ron e Liz (Laura Dern), la sua publicist, non c’è verso di dissuaderlo, tanto più che la morte di un suo caro anziano amico attore e l’incontro fortuito con un suo rancoroso vecchio compagno di studi che non hanno mai raggiunto il successo di Jay, lo portano a riflettere sulla propria vita e sulla propria brillante carriera. Un viaggio astruso e carico di incongruenze comincia, mentre i bizzarri capricci di Jay tormentano i suoi collaboratori, che infatti uno ad uno piano piano lo abbandonano sulla via fino a lasciarlo solo con Ron.

Chi è veramente Jay Kelly? Quel ragazzo che divenne famoso perché ebbe la fortuna di soffiare al suo amico e collega un provino? Quell’uomo che si innamorò sul set di una giovane attrice mentre ripetutamente abbandonava moglie e figlie? O l’artista capriccioso che chiede di ripetere la scena all’infinito perché mai veramente soddisfatto delle proprie prestazioni sul set?

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Jay Kelly sceglie di uscire dalla sua zona di confort e di trascinare tutti i suoi collaboratori in un assurdo viaggio tra la Francia e l’Italia, mentre ripensa, ricorda il suo passato, si illude e si biasima per poi continuare ad indossare quella maschera da grande star che sembra stargli sempre più stretta. George Clooney sembra semplicemente perfetto per questo ruolo, tanto che si sarebbe tentati di chiedersi quanto Jay sia George e quanto il contrario, in un ambiguo gioco di specchi che Baumbach alimenta volentieri con una sceneggiatura ironica e brillante scritta insieme a Emily Mortimer, anche interprete nel film.

Mentre Ron, fedele e meticoloso, cerca disperatamente di dare un criterio allo sconclusionato girovagare di Jay e di riportarlo sulla vecchia strada più sicura, l’attore si abbandona al sogno di rimettere insieme i pezzi di una vita che fino a quel momento ha avuto un solo, unico e in definitiva inappagante obiettivo: il successo.

Con un film popolato di personaggi pittoreschi, tra cui figurano anche i nostri Alba Rohrwacher e Giovanni Esposito, e costellato di paesaggi luminosi, dalla California alla Toscana, Baumbach spinge non solo a riflettere sul reale valore del successo e di quanto questo porti a rinunciare in primo luogo ai propri affetti più veri (quelli che non percepiscono il 15% dei guadagni), ma anche sulla reale possibilità di riuscire a conoscere e restare fedeli a se stessi in una vita costantemente esposta al pubblico.

Jay Kelly è in definitiva un personaggio che nella vita non ha fatto altro che interpretare altri personaggi e che improvvisamente si trova a chiedersi chi è davvero, chi è stato e chi vorrebbe essere ora. Nemmeno Ron, incastrato in un presente che sempre più sfugge al suo controllo, può riuscire a dargli una risposta, perché in un certo senso anche lui vittima collaterale del successo dei suoi assistiti. Ma forse non tutto è perduto, forse i ricordi non sono sempre esattamente fedeli alla realtà, forse l’equilibrio tra la patinata vita pubblica e quella più intima e privata da dedicare ai propri affetti è qualcosa che va costruito momento per momento fatto piccole ma significative scelte continue.

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Vania Amitrano

Il Voto della Redazione:

7


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