Tra Napoli, musica e identità, Je so’ pazzo prova a raccontare cosa c’è dietro la voce e l’uomo che hanno segnato un’epoca.
Prima ancora del musicista diventato una delle voci più riconoscibili della musica italiana, e Je so’ pazzo, il film diretto da Nicola Prosatore, presentato nella sezione Grand Public della 21ª Festa del Cinema di Roma, prova proprio a raccontare l’uomo e il ragazzo che c’erano dietro quelle canzoni.
Con Massimiliano Caiazzo nel ruolo di Pino Daniele, il film, al cinema dal 15 ottobre grazie a 01 Distribution, segue la sua formazione tra famiglia, difficoltà e incontri, fino al momento in cui la musica smette di essere soltanto una passione e comincia a diventare una strada possibile, con ovviamente Napoli, protagonista anche lei con i suoi suoni, le sue contraddizioni e una scena musicale destinata a lasciare un segno profondo.
Quando la musica diventa la sua strada, tra difficoltà e successo
Il percorso raccontato da Je so’ pazzo comincia molto prima del successo, inizia dall’infanzia di Pino Daniele, dalle difficoltà familiari e soprattutto dal rapporto complicato con il padre, una presenza importante anche per capire l’uomo che diventerà. Una realtà dentro la quale la musica entra come uno spazio personale, permettendo a Pino di esprimersi quando le parole e i rapporti con gli altri non bastano, con la chitarra primo strumento attraverso cui costruisce una voce propria e, poco alla volta, una forma di autonomia.
Il suo talento, quindi, non è presente e pronto semplicemente a essere scoperto, ma è qualcosa che cresce con l’ascolto, lo studio, il lavoro e soprattutto una curiosità che lo spinge continuamente verso il nuovo. Pino infatti non si accontenta di quello che conosce, ma cerca altri suoni, musicisti e modi di fare musica, con il blues, jazz, rock e funk che entrano nel suo percorso, assorbiti e trasformati, fino a incontrare una tradizione profondamente napoletana e soprattutto Napoli.
La città infatti è uno degli elementi più importanti della sua formazione, poiché non è soltanto il luogo in cui cresce, ma è l’ambiente da cui arrivano la lingua, i suoni, le persone e una certa idea della musica. Allo stesso tempo, però, Pino non accetta che appartenere a Napoli significhi restare dentro i suoi confini musicali, ma crede che il dialetto e la melodia possano convivere con sonorità internazionali incontrando e aprendosi al mondo senza perdere la propria identità. In tal senso ecco che Pino non sceglie tra le proprie radici e ciò che viene da fuori, ma tiene insieme entrambe le cose, perché le influenze esterne non cancellano quello che è, bensì gli permettono di guardare alla propria origine in modo diverso.
Ed è qui che prende forma la sua musica, insieme a una libertà dietro cui si nascondono gli anni passati a studiare, suonare e trovare un proprio linguaggio. Una fase in cui il talento deve ancora diventare un mestiere e la passione si scontra con difficoltà economiche e personali, che il film coglie ma racconta troppo velocemente. Anche il rapporto con il padre rimane in secondo piano, nonostante continui ad avere un peso negli anni dell’affermazione di Pino, avvenuta durante il cosiddetto Neapolitan Power, una stagione musicale vivace in cui lavora insieme a musicisti come James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo e Tony Esposito. Un legame importante per capire il bisogno di conquistare la propria indipendenza e fare i conti con il passato.
Il film accenna a questi aspetti senza approfondirli, lasciando poco spazio a una dimensione personale che avrebbe aiutato a comprendere meglio la sua crescita e il modo in cui la musica gli ha permesso di esprimere tensioni e fragilità difficili da risolvere nella vita privata. Il successo, però, non cancella queste inquietudini, la fama di fatto non basta a risolvere il rapporto con se stessi e può rendere ancora più evidente la distanza tra ciò che si è e ciò che gli altri vedono.
Eppure, nonostante queste contraddizioni, la sua musica continua a raggiungere un pubblico sempre più vasto, e il concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito, davanti a circa duecentomila persone, rappresenta uno dei momenti più significativi di questa crescita: un traguardo che testimonia la portata raggiunta dal suo lavoro, ma che non cancella Napoli e la strada fatta per arrivarci, ma riporta tutto al punto di partenza, ma con uno sguardo completamente diverso.
In tal senso, il titolo Je so’ pazzo acquista un significato particolare, perché può essere letto come una rivendicazione di libertà, il modo di affermare che non è necessario seguire la strada che gli altri hanno già tracciato. La “pazzia” è la possibilità di essere se stessi, anche quando questo significa cambiare, rischiare o andare contro le aspettative, accettando l’incertezza e il prezzo che comporta. Un rischio che il film non riesce però tradurre in una forma cinematografica altrettanto originale.
Massimiliano Caiazzo, il volto dietro la voce
Il vero punto di forza di Je so’ pazzo è senza alcun dubbio l’interpretazione di Massimiliano Caiazzo, attraverso cui il film riesce a dare profondità a un personaggio che avrebbe potuto facilmente rimanere confinato in un ritratto biografico. Caiazzo a tal proposito non si limita a riprodurre i gesti e gli atteggiamenti del musicista, ma è un Pino Daniele con inquietudini, fragilità, ostinazione e desiderio di affermarsi. La sua presenza permette di seguire il personaggio anche nei momenti in cui la sceneggiatura lascia più spazio alla ricostruzione degli eventi che all’indagine interiore.
Sono soprattutto gli sguardi, i silenzi, le esitazioni e i cambiamenti quasi impercettibili a restituire le diverse sfumature di Pino, facendo emergere la distanza tra il ragazzo che sta ancora cercando la propria strada e l’artista che comincia a comprendere quale possa essere la propria voce, permettendo alla storia di rimanere a galla nonostante la messa in scena sia meno incisiva della storia che vuole raccontare.
Se il percorso di Pino Daniele arriva allo spettatore con partecipazione, gran parte del merito appartiene quindi a Caiazzo, capace di trasformare una figura già profondamente conosciuta in un personaggio in grado di suscitare curiosità. Il suo Pino non è soltanto l’artista che sta per diventare, ma soprattutto l’uomo che ancora cerca di capire chi vuole essere: ed è proprio in questa dimensione più intima che l’interpretazione trova la sua maggiore forza.
Una presenza che continua
Je so’ pazzo è un film che convince più per la sincerità dello sguardo e per il coinvolgimento che riesce a creare, avvicinando il pubblico alla figura di Pino Daniele senza trasformarlo in un’icona irraggiungibile, che per la costruzione cinematografica. Il suo racconto arriva allo spettatore e conserva una certa capacità emotiva, ma proprio nel confronto con una storia così ricca emergono i limiti di una rappresentazione che non trova soluzioni altrettanto personali.
Je so’ pazzo avrebbe potuto osare di più, cercando una forma capace di andare oltre la solidità del racconto biografico, in grado però di restituire, con rispetto, senza deludere e sorprendere, una figura capace di lasciare un segno profondo.
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Emanuela Giuliani
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