Joachim Trier racconta il montaggio della casa in Sentimental Value e il ricordo dell’incendio che ha ispirato il film sul trauma familiare.
Sentimental Value, di Joachim Trier, trasforma il dramma familiare in qualcosa di più dinamico e pulsante: abbandona la compostezza del salotto per mettersi in movimento, inquieto e vitale. Si tratta di un’esplorazione intima dei legami familiari che prende con decisione le distanze dai codici del tradizionale, scegliendo una forma più libera e vibrante. A tal proposito, come riportato da Variety, il regista spiega: “Non volevamo un film in cui le persone siedono attorno a un tavolo a parlare. Volevamo che i personaggi si muovessero”. E infatti si muovono eccome — dentro le stanze, nei ricordi, tra le crepe di un passato che non smette di farsi sentire.
Qui la RECENSIONE: Sentimental Value, la recensione: il peso del cuore e i legami che segnano l’anima
Accanto alle due sorelle e al padre regista con cui tentano di ricucire un rapporto spezzato, emerge un quarto protagonista silenzioso ma centrale: la casa di famiglia. Con la sua facciata rossa e le sue stanze stratificate di memoria, l’abitazione diventa un organismo vivo, custode di nascite e lutti, traumi e segreti sedimentati nei muri.
Interpretato da Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleaas, Stellan Skarsgård ed Elle Fanning, il film racconta di due sorelle che, dopo la morte della madre, affrontano il ritorno del padre Gustav, deciso a girare proprio lì il suo nuovo film. La casa, appartenuta alla famiglia per generazioni, si trasforma così in un set e insieme in un campo minato emotivo.
Il cuore simbolico dell’opera è proprio il potente “montaggio della casa”: una sequenza che attraversa 130 anni di storia familiare. Guidati dalla voce narrante di Nora, entriamo in un flusso di ricordi che intreccia epoche lontane — il bisnonno morto nella stessa stanza dove nacque la nonna, il suicidio della madre, l’infanzia spiata attraverso un camino che diventa passaggio segreto verso il mondo adulto. Per Trier, la casa offre una prospettiva quasi filosofica: la brevità della vita umana messa a confronto con la longevità degli edifici, e l’idea di un trauma che si trasmette come un’eco da una generazione all’altra.
La sequenza nasce come un tema scritto dalla Nora dodicenne, che descrive l’abitazione come fosse un personaggio. Un gesto creativo che diventa scudo, trasformazione del dolore in racconto — lo stesso meccanismo che la lega al padre, artista incapace di affrontare il trauma se non filtrandolo attraverso l’arte.
Dietro questa centralità simbolica si cela un ricordo autobiografico. Trier racconta di quando, a undici anni, incendiò accidentalmente l’ultimo piano della casa di famiglia: una candela caduta, le fiamme che divorano i poster di Madonna e Michael Jackson, la ricostruzione forzata. “Ricordo la sensazione che l’anima della casa fosse cambiata”, confessa. L’idea di uno spazio trasformato, mai più identico a prima, riaffiora nella scrittura della scena insieme a Eskil Vogt.
In sala di montaggio, con l’editor Olivier Bugge Coutté, questa visione si è fatta ancora più radicale: “È uno studio fenomenologico dello spazio”. La macchina da presa indugia sulle stanze, le lascia respirare; le inquadrature precedono e sopravvivono ai personaggi, come a suggerire che lo spazio esiste prima e dopo di loro. Luci, suoni fuori campo e silenzi costruiscono una presenza invisibile ma palpabile. Fondamentale anche il lavoro del direttore della fotografia Casper Tuxen, che crea un suggestivo effetto prospettico trasformando la casa in un modellino in bianco e nero, fulcro visivo del montaggio.
A dare voce alla memoria è Bente Børsum, oggi ultranovantenne, scelta per la sua autorevolezza e per il legame personale con la famiglia del regista. La sua storia, segnata dalla guerra e dalla prigionia, si intreccia con quella del nonno di Trier, sopravvissuto alla detenzione durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua voce non invade lo spazio: lo accompagna, alternando racconto e silenzio, parola e respiro.
Il film si chiude con un’inquadratura che si allontana, lasciando Nora e Gustav insieme. Nessuna riconciliazione dichiarata, nessuna pacificazione totale — solo la possibilità fragile di incontrarsi nel territorio dell’arte. In Sentimental Value, la casa è quindi una testimone silenziosa di ciò che passa e di ciò che resta: ferite aperte, tentativi di perdono e quella imperfetta, ostinata possibilità di costruire qualcosa insieme, anche quando le parole non bastano.






