un uomo che cammina al centro di una chiesa

John Wick 4, la recensione del quarto capitolo con Keanu Reeves

La recensione di John Wick 4, il quarto atteso capitolo del franchise con protagonista Keanu Reeves al cinema dal 23 marzo.

Lo spettatore fidato di John Wick, tetralogia giunta ora al suo quarto capitolo, non si aspetta mai di assistere a uno sviluppo delle fila narrative che vada oltre il pretesto utile per la costruzione di lunghe scene d’azione. John Wick è sempre stato questo sin dal primo capitolo, in cui l’assassino interpretato da Keanu Reeves si consacrava a una sferzante ma meticolosa vendetta, e proseguendo per il secondo e il terzo capitolo, che aumentavano la quantità di ogni ingrediente del primo film moltiplicandolo: più azione, più morti, più violenza, più minuti. Il quarto capitolo di John Wick segue l’andamento progressivo segnando un punto d’arrivo insuperabile in questo schema, ponendosi come finale a suo modo risolutore.

Avevamo lasciato il protagonista alle prese con gli effetti del disastro causato dalle sue azioni nel terzo capitolo, Parabellum. Ora John Wick, dopo aver trasgredito alle regole della Gran Tavola, ha una taglia di 14 milioni sulla testa ed è stato scomunicato da ogni Continental sul pianeta. In più, ora, dalla Tavola viene mandato il terribile Marchese de Gramont (Bill Skarsgaard), determinato a uccidere John e a cancellarne il ricordo e ogni traccia dalla faccia della terra.

L’esasperante conclusione di un destino

In John Wick, da sempre, i personaggi sembrano votati o almeno predestinati all’autodistruzione. Tutti, a partire dall’uomo che dà il titolo a ogni film, si muovono lungo un percorso che sembra già segnato da altri e probabilmente convergerà verso una concretizzazione di quel destino suggerito dalle atmosfere fosche che accompagnano il protagonista in ogni suo passo, sin dal primo film.

La regia di Chad Stahelski non si è mai arresa però alle apparenze, anzi: più che impreziosire il cammino di John con poderose sequenze d’azione Stahelski affida a loro il compito stesso di caratterizzare il tono dell’opera, che ritrova nell’essenza stessa dello scontro infinito contro ombre della morte – vale a dire quei villain non sempre memorabili ma sempre molteplici – il suo senso più tombale.

John Wick è letteralmente prigioniero di una scacchiera infernale in cui è forzato a battersi senza tregua contro pedine che esistono col solo scopo di annientarlo, ma ogni piccolo trionfo non è che solo una proroga della fine che lo attende dall’altra parte (come ben metaforizzato attraverso la brillante trovata del countdown in Parabellum).

L’universo di John Wick non è quello del realismo, bensì quello di una dimensione supernaturale e a tratti mistica in cui è possibile, per il suo antieroe dai tratti e dalle capacità supereroistici, muoversi in una baraonda di sangue e proiettili e uscirne spesso illeso, quasi potenziato dai colpi ricevuti.

In John Wick 4 Stahelski non si risparmia, anzi, incrementa il tasso di violenza e di piombo a dismisura, almeno triplicando la dose di combattimenti e di scontri, orchestrando il tutto secondo una logica che esiste dal primo capitolo: l’azione necessita di chiarezza di messa in scena, soprattutto quando è continuativa. Quella di John Wick lo è e senza dubbio costituisce il cuore della serie dal 2014, continuando a fondere il wuxia con il noir di Hong Kong e donando il minimo e scheletrico tessuto narrativo come opportunità preziosa per continuare, anche in questo quarto capitolo, a riempire il minutaggio sempre crescente con il tour de force di un protagonista che si batte contro il mondo.

Il problema di John Wick 4 è, tuttavia, portare questa formula agli estremi senza preoccuparsi di controbilanciare con un valido apparato sintattico. Al contrario, i momenti puramente dialogici sono affidati a digressioni licenziose che vorrebbero conferire profondità a vicende che non ne hanno più che nei precedenti capitoli, appesantendo il ritmo di un’opera combattuta fra l’intrattenimento senza attenuanti e l’urgenza di giustificarlo.

Il risultato di questo conflitto è un capitolo che non riesce a dare gravità al racconto e che invece, paradossalmente, ne esaspera la pretestuosità a partire dalla durata tanto esorbitante quanto improduttiva (che si attesta sulle tre ore sfiorate). Certo, il film regala momenti ben congegnati dal punto di vista di genere – le coreografie dei combattimenti nella notturna Parigi sono notevoli, come pure la sisifea salita e ricaduta lungo i gradini della scalinata e un finale che strizza l’occhio al western – ma fallisce totalmente nell’attimo in cui decide di raggiungere l’obiettivo che si era promesso di perseguire: soddisfare un pubblico che è da sempre disposto a rinunciare alla priorità della storia, a patto che si diverta.

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Federica Cremonini

Il Voto della Redazione:

6


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