Klara e il Sole film

Klara e il Sole, recensione: l’umanità oltre i confini dell’intelligenza artificiale

Taika Waititi rilegge Ishiguro tra ironia e malinconia, ma l’adattamento di Klara e il Sole fatica a restituire la profondità del romanzo.

Cosa significa guardare il mondo attraverso occhi che non sono umani, ma capaci di osservarne ogni dettaglio con curiosità e attenzione? È da questa prospettiva insolita che prende forma Klara and the Sun, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del premio Nobel per la Letteratura Kazuo Ishiguro.

A raccogliere la sfida è Taika Waititi, regista noto per il suo approccio eclettico e per la capacità di muoversi tra registri differenti, che porta sullo schermo un universo narrativo singolare, in cui il punto di vista della protagonista guida lo spettatore alla scoperta di ambienti, incontri e relazioni sospesi tra realtà e immaginazione.

Presentato in anteprima alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, Klara e il Sole arriverà nelle sale italiane il 22 ottobre, distribuito da Eagle Pictures. Al centro della storia c’è Klara (Jenna Ortega), un’Amica Artificiale progettata per fare compagnia agli esseri umani, che viene scelta da Josie (Mia Tharia), una ragazza alle prese con una condizione dolorosa.

Il legame che nascerà tra le due finirà per superare i confini del rapporto tra una macchina e la persona che l’ha scelta, aprendo una riflessione su una delle questioni più significative del nostro tempo: il significato di essere umani in un mondo in cui la tecnologia è sempre più capace di imitare, affiancare e sostituire le relazioni affettive.

Alla ricerca di ciò che ci rende umani

In Klara e il Sole, il rapporto tra intelligenza artificiale e identità umana prende forma attraverso lo sguardo della protagonista, un’Amica Artificiale che osserva il mondo con una curiosità estranea alle convenzioni degli esseri umani. Progettata per offrire compagnia, Klara sviluppa un modo di avvicinarsi alle persone che va oltre la funzione per cui è stata creata. Attenta ai gesti, alle parole e ai comportamenti di chi la circonda, cerca infatti di comprendere ciò che accade anche quando non ha tutti gli strumenti per interpretarlo. E proprio questa prospettiva, ingenua e attenta, fa emergere contraddizioni e fragilità che gli stessi personaggi faticano a riconoscere.

La sua presenza porta a interrogarsi su che cosa distingua una macchina da un essere umano e su quanto l’identità dipenda dalla natura biologica, dalle capacità cognitive o dal modo in cui si entra in relazione con gli altri. Questo però non riguarda soltanto la possibilità che l’intelligenza artificiale sviluppi una forma di coscienza, ma anche il valore che gli esseri umani attribuiscono alle creature che progettano. Klara viene accolta per la compagnia che può offrire, ma il suo posto all’interno della famiglia dipende dalle aspettative di chi l’ha scelta, evidenziando il paradosso della società contemporanea, in cui la tecnologia promette di rispondere ai bisogni affettivi, ma rischia di trasformare le relazioni in servizi da acquistare e valutare in base alla loro utilità.

Un’Amica Artificiale, di fatto, può offrire ascolto e una presenza costante, ma le relazioni umane non si esauriscono nella capacità di soddisfare le necessità altrui: includono imprevisti, incomprensioni e differenze che non possono essere eliminate per rendere il rapporto più rassicurante. Quando la tecnologia viene concepita come una soluzione immediata alla solitudine, si dimentica che l’affetto comporta anche il confronto con l’indipendenza dell’altro e con ciò che non può essere controllato. In questo senso, Klara è uno specchio delle aspettative umane, rivelando quanto il desiderio di una compagnia sempre disponibile possa convivere con la difficoltà di costruire legami autentici.

Questa tensione emerge soprattutto nel rapporto tra Josie e la madre Chrissy, interpretata da Amy Adams. Il loro legame è attraversato dalla paura, dal dolore e dal desiderio di proteggere una persona amata dalle incertezze dell’esistenza, mentre l’affetto materno si intreccia con il bisogno di controllo e con la difficoltà di accettare la vulnerabilità della figlia. Il tentativo di risparmiarle ogni sofferenza ne limita così la libertà, trasformando la protezione in una forma di pressione emotiva che mette in luce quanto sia difficile distinguere la cura dalla volontà di sottrarre chi si ama a ogni rischio.

In questo contesto Klara introduce una modalità diversa di avvicinarsi alla sofferenza. Libera dai timori e dai meccanismi di difesa che condizionano gli adulti, cerca di comprendere ciò di cui Josie ha bisogno e di agire di conseguenza. La sua attenzione non offre soluzioni, ma richiama una dimensione essenziale della cura: esserci anche quando non è possibile cambiare il corso degli eventi, suggerendo che amare qualcuno non significa poterlo salvare, ma riconoscerne la fragilità e accompagnarlo senza pretendere di controllarne il destino.

La cura si lega inoltre al lutto e al desiderio di sottrarsi alla perdita. Quando il dolore diventa difficile da sostenere, la possibilità di riprodurre la persona che non c’è più con la tecnologia può apparire come una via per attenuare la sofferenza. Ma fino a che punto una replica può conservare ciò che rende una persona unica? Riprodurre gesti, parole e comportamenti non equivale a ricreare un’identità. La tecnologia può alleviare la solitudine, ma non rende reversibile ciò che è stato perduto.

La malattia di Josie amplia questa riflessione, ricordando che la vita non può essere interamente programmata e che il progresso non elimina la vulnerabilità. In una società che attribuisce grande valore all’efficienza e al superamento dei limiti, la fragilità viene spesso percepita come un ostacolo da correggere, quando invece riconoscerla può aiutare a comprendere gli altri e a costruire legami fondati sulla solidarietà. Il valore di una persona, infatti, risiede anche nella sua unicità, che nessuna riproduzione può restituire pienamente.

Una considerazione che trova una delle sue espressioni più significative nel simbolismo del sole evocato dal titolo. Per Klara, la luce solare non è soltanto una fonte di energia, ma una presenza a cui attribuisce un potere di sostegno e rigenerazione. Il sole diventa così una metafora della speranza, a cui affidarsi quando gli eventi sfuggono alla comprensione e al controllo, dando alla fiducia della protagonista una dimensione quasi spirituale. Pur essendo una creatura artificiale, Klara cerca nel mondo qualcosa che vada oltre la logica della propria programmazione.

La luce non promette una salvezza assoluta, ma dà un orientamento. Il sole illumina senza cancellare le ombre, proprio come la vicinanza degli altri può alleviare la sofferenza senza eliminarla. Il suo simbolismo mette così in relazione la concretezza della tecnologia con il bisogno di trovare un senso nell’esistenza: la speranza non garantisce che i desideri si realizzino, ma permette di continuare ad agire anche in assenza di certezze.

Accanto al sole, anche la casa assume un significato che va oltre la sua funzione materiale. Per Klara significa trovare un posto all’interno di un ambiente affettivo. Il desiderio di appartenenza si lega così alla possibilità di essere accettati per ciò che si è, e non soltanto per l’utilità che si può offrire. La casa è quindi uno spazio in cui cercare sicurezza e riconoscimento, ma anche confrontarsi con le fragilità dei rapporti familiari.

Il sole e la casa si intrecciano con il modo in cui Klara osserva e interpreta il mondo, perché, pur non riuscendo a cogliere fino in fondo le situazioni in cui si trova, la sua distanza dalle abitudini umane le permette di notare dettagli che gli altri trascurano e di prestare attenzione a ciò che le persone non riescono a esprimere apertamente. L’empatia diventa così la disponibilità a considerare il punto di vista altrui, anche quando è difficile immedesimarsi nell’altro.

Il cuore di Klara e il Sole non è tanto l’evoluzione della tecnologia, quanto il modo in cui una presenza artificiale entra in una famiglia e si confronta con bisogni, paure e aspettative. Attraverso il rapporto tra Klara e Josie, il simbolismo del sole e la ricerca di una casa, il film riflette sulla cura, sull’appartenenza e sull’unicità individuale, interrogando il significato dell’umanità a partire dal modo in cui ci rapportiamo agli altri.

Un racconto ambizioso tra intuizioni e limiti

Klara e il Sole affronta questioni che superano i confini della fantascienza e riguardano direttamente il nostro presente, ma le ambizioni del racconto non trovano sempre una realizzazione convincente. Il passaggio dalla commedia al dramma è discontinuo e le situazioni più stravaganti non sempre si integrano con la delicatezza dei momenti emotivamente più intensi.

A risentirne è la caratterizzazione dei personaggi: Klara, interpretata da Jenna Ortega, rimane legata a un’ingenuità costante che ne limita le sfumature, mentre il dolore di Chrissy, interpretata da Amy Adams, non trova sempre un’espressione altrettanto incisiva. Anche le scelte visive, dalla fotografia dai toni dorati all’estetica rétro, contribuiscono a definire l’atmosfera del racconto senza restituire pienamente la particolarità dello sguardo della protagonista.

Il limite più significativo riguarda il rapporto con il romanzo di Kazuo Ishiguro, la cui forza sta in una malinconia trattenuta e nella capacità di affidare ai gesti quotidiani e alle emozioni appena accennate significati profondi, senza bisogno di esplicitarli. Taika Waititi punta invece maggiormente sull’ironia e su una rappresentazione più immediata dei sentimenti, ma questa scelta finisce talvolta per scontrarsi con la sensibilità della storia, lasciando poco spazio alla sua complessità emotiva.

Klara e il Sole conserva dunque spunti interessanti e una storia capace di stimolare riflessioni, ma non riesce sempre a tradurne pienamente le potenzialità sullo schermo, lasciando emergere una distanza tra le ambizioni del progetto e il risultato finale.

Il Voto della Redazione:

6


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