La città dei vivi di Gabbriellini racconta il caso Varani tra fragilità, dolore e una regia attenta a evitare la spettacolarizzazione.
Ci sono storie che il cinema non può affrontare nello stesso modo in cui lo ha fatto la cronaca, ma deve trovare uno sguardo capace di andare oltre ciò che il pubblico già conosce. Ed è questa la sfida con cui si confronta La città dei vivi, il nuovo film di Edoardo Gabbriellini, in Concorso nella sezione Orizzonti dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, che torna sulla vicenda di Luca Varani e su quella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 nella quale il giovane venne ucciso a Roma.
Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica occupando per anni le pagine dei giornali e le aule dei tribunali, e che il film prova a interrogare per ciò che ha lasciato ai margini: persone, emozioni e zone d’ombra che la cronaca non può raccontare fino in fondo.
Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, pubblicato da Giulio Einaudi Editore, La città dei vivi non si limita quindi a trasferire sullo schermo le pagine scritte, ma ne rielabora il materiale attraverso un linguaggio cinematografico che si allontana dai meccanismi del true crime, per concentrarsi sulle immagini, sulla messa in scena e soprattutto su ciò che spesso rimane inespresso, sospeso o taciuto.
Non raccontare soltanto come è morto, ma chi era
Una tragedia come quella di Luca porta inevitabilmente a chiedersi come sia potuta accadere. La città dei vivi, invece, sceglie di guardare oltre quella domanda, interrogando il mondo che la circonda e le fragilità che possono nascondersi dietro una vita apparentemente normale.
Si tratta di una differenza fondamentale, perché cercare una spiegazione definitiva al male significa spesso costruire una rassicurazione: individuare una causa, un ambiente, una fragilità precisa e convincersi che, una volta riconosciuta, il dramma possa essere tenuto a distanza. Gabbriellini sceglie invece una strada più inquieta non cercando una formula che spieghi la violenza, ma osservando quegli spazi dell’esistenza in cui gli individui possono sentirsi fragili, disorientati, soli e incapaci di comunicare ciò che stanno vivendo.
Per questo Luca non viene presentato come la vittima di un delitto, ma come un ragazzo ancora dentro il proprio percorso di crescita: adottato da una famiglia che lo ama, diviso tra la periferia e il centro di Roma, legato agli amici, con una relazione importante, e impegnato a capire quale direzione dare alla propria vita. La sua età è fondamentale, perché ventitré anni significa essere ancora sospesi tra ciò che si è stati e ciò che si potrebbe diventare. Il futuro è aperto, ma non ancora definito, ed è proprio quel futuro, più ancora della morte, a essere cancellato dalla tragedia.
La sua doppia esistenza assume così un significato che supera il dato biografico, e racconta la distanza tra ciò che mostriamo agli altri e ciò che conserviamo per noi, tra l’identità che costruiamo e quella che ancora stiamo cercando. È una dimensione profondamente legata alla giovinezza, ma anche molto attuale. Il bisogno di essere riconosciuti, il desiderio di appartenere, la paura di non essere compresi e la difficoltà di capire chi si è sono sentimenti ancora molto presenti, soprattutto tra i più giovani, e che il film racconta senza spiegarli.
Ed è qui che Roma smette di essere un semplice sfondo. La città attraversata da Luca diventa una presenza che riflette le sue stesse contraddizioni, e il passaggio tra periferia e centro non è soltanto geografico: racconta mondi sociali diversi, identità differenti e modi diversi di stare con gli altri. È un contrasto che dà al titolo una forza particolare, perché La città dei vivi è quella che non si ferma, che assorbe le tragedie e continua a vivere; è la città che va avanti mentre una vita viene spezzata, anche se per chi gli era vicino nulla potrà più essere uguale.
Un punto di vista che diventa anche una riflessione sul modo in cui guardiamo gli altri, su quanto conosciamo veramente una persona che ci è accanto, quanto delle sue paure rimane invisibile, e quanto facilmente scambiamo la normalità per serenità. Sono domande che il film lascia aperte senza trasformarle in una morale, e per questo ancora più inquietanti. La tragedia di Luca non vuole spiegare la società né dare risposte semplici a una realtà molto più complessa, ma proprio attraverso la sua storia il film riesce a mostrare alcune delle tensioni del presente.
n questo senso, il romanzo di Lagioia aveva già utilizzato il caso Varani per raccontare l’oscurità della società, rifiutando l’idea che il male possa essere confinato a una categoria di persone facilmente riconoscibile. Il film riprende questo aspetto e sottolinea ulteriormente il contrasto tra ciò che sappiamo noi e ciò che ancora non sanno Luca e le persone intorno a lui, per i quali il futuro è ancora tutto da vivere.
Ed ecco che il delitto diventa la storia di un futuro cancellato, poiché non conosceremo mai chi sarebbe diventato Luca, quali scelte avrebbe fatto, quali persone avrebbe incontrato, quali errori avrebbe commesso. La morte non interrompe soltanto il presente, ma elimina tutte le vite possibili contenute in una persona, e questa perdita invisibile da al film il suo impatto più profondo. Non serve di fatto insistere sulla violenza per far comprendere quanto sia stato devastante ciò che è accaduto; ma è sufficiente far percepire la quantità di vita che esisteva prima di quella notte.
Uscendo dal perimetro della cronaca la vicenda diventa l’occasione per cercare di riconoscere le fragilità prima che diventino emergenze e di vedere realmente le persone prima che una tragedia le trasformi in un nome.
Una regia che deve restituire un volto alla vittima
La sfida più delicata per Gabbriellini è stata quella di raccontare una morte senza trasformarla in spettacolo, ma anche senza nasconderla, trovando un equilibrio tra il mostrare e il trattenersi, facendo procedere la storia senza rendere ogni scena un presagio di ciò che accadrà. La tensione nasce così dal contrasto tra quello che lo spettatore sa già e la normalità delle situazioni che precedono quella notte.
La sceneggiatura di Damiano e Fabio D’Innocenzo in ugual modo, lavorando sul materiale del romanzo e sui fatti reali per costruire una narrazione propria, segue gli avvenimenti dando maggiore spazio ad alcune relazioni e lasciandone altre sullo sfondo, evitando spiegazioni troppo facili, anche se non sempre tutti i personaggi e le diverse linee narrative ricevono la stessa attenzione.
In questo lavoro, Emanuele Maria Di Stefano ha il compito più difficile: dare a Luca un volto senza farne un’immagine idealizzata della vittima. La sua interpretazione punta a lasciar emergere un ragazzo con le sue incertezze e i suoi legami. Intorno a lui, Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei danno corpo alle relazioni che rendono credibile la vita di Luca prima della tragedia. Ognuno contribuisce a mostrare un lato diverso del suo mondo, dagli affetti familiari alle amicizie e ai rapporti più complicati, restituendo il senso di una vita piena di legami, interessi e possibilità, che la tragedia interrompe improvvisamente.
Il peso di una storia già conosciuta
La città dei vivi riesce a trovare qualcosa da dire su una storia che conosciamo già, senza avere bisogno di ripercorrerla nei suoi aspetti più brutali. È un film che funziona soprattutto quando lascia spazio ai personaggi e alle loro relazioni, mentre in alcuni momenti sembra perdere un po’ della forza costruita fino a quel punto.
Non tutto quindi è sullo stesso livello, ma il film riesce comunque a mantenere una direzione precisa, senza mai perdere di vista la scelta più importante: raccontare Luca prima del delitto, e non soltanto la sua morte. È in questo sguardo, attento e mai compiaciuto, che La città dei vivi trova la propria ragione più profonda.
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Emanuela Giuliani
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