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La Città Incantata di Hayao Miyazaki, un viaggio oltre la soglia dell’infanzia

La città incantata di Hayao Miyazaki: crescita, simbolismi e magia in un viaggio tra infanzia, memoria e mondo degli spiriti.

Ci sono film che si guardano e film che si attraversano,  e La città incantata è uno di questi. Vincitore del Premio Oscar per il Miglior Film d’Animazione nel 2003 e dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino, il capolavoro di Hayao Miyazaki infatti, non è soltanto una storia fantastica, ma un rito di passaggio, un’immersione poetica nel confine sottile tra infanzia e maturità.

La protagonista, Chihiro, ha dieci anni ed è capricciosa, impaurita e restia al cambiamento, sta traslocando con i genitori quando, durante il viaggio, si imbatte in una misteriosa galleria che conduce a una città apparentemente abbandonata. Lì li attende un banchetto sontuoso, e i suoi genitori, divorati dall’ingordigia, si trasformano in maiali. Da quel momento Chihiro si ritrova sola in un mondo abitato da spiriti e divinità antiche, costretta a lavorare in un bagno termale per sopravvivere e trovare un modo per salvare la sua famiglia.

Ma questa premessa, che potrebbe sembrare quella di una fiaba tradizionale, si trasforma presto in qualcosa di più profondo: un racconto iniziatico, un percorso di formazione che parla a bambini e adulti con la stessa intensità. Ogni porta attraversata, ogni incontro, ogni prova affrontata da Chihiro diventa un tassello di una crescita interiore lenta e autentica, e la scena in cui salva il piccolo Haku dal morso della maledizione del fiume, o quando si prende cura del mostro dello sporco, sono momenti in cui il coraggio e la compassione diventano concreti, tangibili e credibili.

Crescere tra gli spiriti

Al centro del film si sviluppa un percorso di formazione costruito con una delicatezza rara: Chihiro non compie imprese eroiche nel senso tradizionale del termine, non brandisce armi né affronta battaglie spettacolari. Il suo cambiamento avviene in silenzio, nella ripetizione dei gesti quotidiani, nella fatica del lavoro e nella capacità di resistere alla paura. Quando entra nel mondo degli spiriti è una bambina spaesata, incapace di misurarsi con l’ignoto; quando ne esce, invece, il suo sguardo è più fermo, la postura più sicura e la voce più consapevole, perché ha imparato a restare, a assumersi responsabilità e a non fuggire davanti alle difficoltà. Pensiamo, per esempio, al primo giorno di lavoro alle terme: deve confrontarsi con spiriti esigenti, ordini confusi e regole misteriose, ma ogni piccolo successo le dà fiducia e senso di autonomia. Questo apprendimento graduale mette in luce come la crescita possa manifestarsi nei gesti più semplici, e non necessariamente nelle imprese straordinarie.

Proprio accanto a questo percorso di maturazione, Hayao Miyazaki introduce simboli potenti per esplorare aspetti più oscuri dell’esperienza umana. La trasformazione dei genitori in maiali costituisce una delle immagini più emblematiche dell’intero film, rappresentazione visiva dell’avidità che divora l’essere umano dall’interno. L’ingordigia li rende irriconoscibili, li priva della parola e della coscienza, rendendoli creature guidate unicamente dall’istinto. In questa scelta narrativa, Miyazaki inserisce una riflessione critica sulla società contemporanea, dominata dal consumo e dal desiderio immediato di possesso. Il banchetto non pagato diventa così metafora di un mondo che prende senza chiedere, che consuma senza interrogarsi sulle conseguenze. Anche l’incontro con No-Facce, spirito misterioso che riflette l’avidità degli altri, mette in scena questo concetto in modo drammatico e al contempo poetico, creando un collegamento diretto tra il percorso di crescita di Chihiro e le sfide morali che osserva intorno a sé.

Accanto al tema dell’avidità, il film esplora in profondità quello dell’identità, strettamente legato al potere del nome. Quando Yubaba sottrae a Chihiro parte della sua identità ribattezzandola “Sen”, non si tratta soltanto di un atto di dominio magico: la espone al rischio dell’oblio. Nel mondo degli spiriti, dimenticare il proprio nome significa smarrire sé stessi e il legame con il passato; ritrovarlo è quindi un gesto di resistenza, che mostra come maturare non voglia dire diventare irriconoscibili, ma evolversi senza rinnegare ciò che si è stati. La scena finale, in cui Chihiro ricorda il proprio nome prima di lasciare il mondo degli spiriti, sintetizza perfettamente il potere della memoria come salvaguardia dell’identità.

Infine, il grande stabilimento termale in cui Chihiro lavora assume il valore di un microcosmo sociale sorprendentemente realistico. Tra corridoi affollati, stanze fumanti e ordini impartiti con severità, si riproducono dinamiche di potere, gerarchie, rivalità e solidarietà. Il lavoro non è idealizzato, né demonizzato: è fatica, disciplina, adattamento, e attraverso di esso la protagonista conquista dignità e autonomia.

La sua crescita inoltre, passa anche dalla capacità di prendersi cura degli altri, di ascoltare e di riconoscere la sofferenza nascosta dietro maschere bizzarre, come nel momento in cui lava e nutre lo spirito dello sporco, trasformando un compito umile in un gesto di coraggio e umanità. Così, ogni elemento del film – simbolico, morale e sociale – si fonde armoniosamente, rendendo la storia di Chihiro un racconto di formazione delicato, intenso e universale, in cui la memoria assume un ruolo decisivo.

Tutto può trasformarsi, dissolversi e cambiare forma; ciò che resta è il ricordo, l’eco di un legame autentico. Ricordare il proprio nome, il proprio passato e i sentimenti provati diventa l’ancora contro l’alienazione. La memoria non è semplice nostalgia, ma fondamento dell’identità: è ciò che permette a Chihiro di non smarrirsi definitivamente nel mondo degli spiriti.

Curiosità e lo stile dello Studio Ghibli

La città incantata nasce da un intreccio di suggestioni culturali e letterarie, e si ispira liberamente al romanzo Il meraviglioso paese oltre la nebbia di Sachiko Kashiwaba. Miyazaki però rielabora profondamente la fonte, trasformandola in un mondo personale che attinge al folklore giapponese, e in particolare alla tradizione scintoista, che riconosce la presenza degli spiriti e le divinità nella natura, con uno sguardo contemporaneo che dialoga con le inquietudini della modernità. L’apparizione del drago Haku che si trasforma in bambino o in fiume, ad esempio, evoca questa dimensione mitica e insieme intimamente emotiva, mostrando la fusione tra mito e crescita personale.

Il successo ottenuto alla sua uscita nel 2001 è stato straordinario: in Giappone il film ha superato al botteghino persino Titanic, diventando un fenomeno culturale oltre che cinematografico. Questo risultato ha segnato un momento decisivo per l’animazione mondiale, dimostrando che un film animato poteva essere complesso, stratificato e profondamente autoriale, senza rinunciare al successo popolare.

La colonna sonora composta da Joe Hisaishi, con la collaborazione della New Japan Philharmonic, contribuisce in modo determinante all’atmosfera dell’opera. Le melodie delicate, i pianoforti sospesi, gli archi malinconici accompagnano le immagini senza sovrastarle, creando uno spazio emotivo intimo e contemplativo. L’ingresso di Chihiro nella sala delle terme mentre la musica di Hisaishi accompagna la luce che filtra dalle finestre è uno di quei momenti in cui la colonna sonora diventa voce interiore della protagonista.

Dal punto di vista visivo, lo Studio Ghibli si distingue per un’animazione artigianale di straordinaria precisione: ogni scena è costruita con un’attenzione quasi pittorica alla luce, ai colori, ai movimenti più impercettibili. L’acqua che scorre, il vapore che sale dalle terme, il vento che sfiora l’erba non sono semplici dettagli decorativi, ma elementi che danno vita a un mondo pulsante e credibile. Miyazaki sceglie la lentezza come cifra stilistica, concedendo spazio ai silenzi e alle pause contemplative, invitando lo spettatore a osservare e a sentire.

Un altro tratto distintivo è la complessità morale dei personaggi, non esistono figure totalmente malvagie o completamente pure; ognuno è attraversato da contraddizioni e possibilità di cambiamento. Questa ambiguità rende il racconto più umano e profondo, capace di parlare non solo ai bambini, ma anche agli adulti che riconoscono nelle sue metafore le sfide della propria crescita interiore.

Un incantesimo che continua

La città incantata non è soltanto un film d’animazione: è un’esperienza emotiva e simbolica che continua a risuonare nel tempo, rivelando, a ogni visione, un dettaglio nuovo, una sfumatura nascosta, un significato ulteriore.

Attraverso lo sguardo di una bambina, Miyazaki ci invita a ricordare chi siamo, a non dimenticare il nostro nome, a resistere alle trasformazioni che ci snaturano. Ci insegna che crescere non significa abbandonare la sensibilità, ma imparare a custodirla con maggiore consapevolezza, e la scena in cui Chihiro saluta Haku senza essere sopraffatta dall’addio è simbolo di questa maturità, un equilibrio tra attaccamento e autonomia.

È una storia di paura e coraggio, di perdita e memoria, di smarrimento e rinascita,  il cui incantesimo più grande è quello riuscire a farci sentire sospesi tra due mondi — quello reale e quello invisibile — ricordandoci che diventare adulti non significa smettere di credere nella magia, ma imparare a riconoscerla dentro di noi.

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Emanuela Giuliani


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