La Gioia, il dramma sottile di un amore impossibile tra bisogno e abisso diretto da Nicolangelo Gelormini.
In concorso alle Giornate degli Autori della 82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, La Gioia rappresenta un capitolo audace e maturo nella carriera di Nicolangelo Gelormini, già apprezzato per l’atmosfera disturbante di Fortuna (2020). Il film prende spunto da un tragico fatto di cronaca per affrontare, con rigore e delicatezza, un tema doloroso e universale: il bisogno d’amore che si trasforma in trappola emotiva.
Al centro della narrazione c’è Gioia, interpretata da Valeria Golino, personaggio ispirato alla figura reale di Gloria Rosboch, l’insegnante di Castellamonte brutalmente assassinata nel 2016 da un ex allievo e dal suo complice. La storia reale racconta di un raggiro affettivo: Gloria fu convinta a investire i suoi risparmi in una finta società immobiliare, con la promessa di un futuro insieme, per poi essere uccisa.
Un adattamento libero ma fedele all’anima della storia
La sceneggiatura del film, vincitrice del Premio Franco Solinas 2021, è frutto di una collaborazione a quattro mani tra Giuliano Scarpinato, Benedetta Mori, Chiara Tripaldi e lo stesso Gelormini, che decidono di affrontare il fatto di cronaca non tanto dalla prospettiva dell’indagine o del crimine, bensì dalla ferita emotiva, nutrendosi anche dell’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento, scritta da Scarpinato e Gioia Salvatori.
In questo senso, La Gioia non è una semplice trasposizione o adattamento, ma un’elaborazione drammatica in cui il teatro fornisce il respiro lirico e introspettivo, mentre il cinema approfondisce la materialità delle emozioni, pièce teatrale eredita l’intensità del monologo interiore, l’analisi psicologica e l’esplorazione del confine tra realtà e rappresentazione. Il personaggio di Gioia appare come un’emanazione diretta di questa sovrapposizione artistica: è una figura spezzata, ma mai ridotta a vittima passiva, che trova nella messinscena del proprio dolore una forma di resistenza e, paradossalmente, di dignità.
L’equilibrio fragile tra bisogno e distruzione
Al cuore della narrazione pulsa una tensione che si alimenta del paradosso: quanto siamo disposti a rischiare pur di sentirci amati? La storia di Gioia è l’emblema di una dipendenza affettiva che nasce dalla solitudine e si alimenta di illusioni. Gelormini sviluppa una progressione drammatica che non si affida al ritmo dell’azione, ma al crescendo emotivo di un legame che da promessa si fa prigione, fino a esplodere nel dramma, evitando ogni morbosità e facile pathos, non si soffermandosi sul delitto in quanto tale, ma sulla scia emotiva che lo precede, sull’intima costruzione della trappola.
Gioia si lascia sedurre da un giovane ex allievo – interpretato da un Saul Nanni magnetico e ambiguo – che le offre attenzione, dolcezza, prospettive di una vita diversa. Ma dietro ogni parola si nasconde il vuoto, la strategia, la manipolazione, ed è proprio questa ambiguità – tra sincerità apparente e calcolo freddo – a diventare il nodo cruciale del film: l’inganno non è mai solo economico, ma profondamente esistenziale, con la tensione che si regge su questa contraddizione lacerante.
Gioia sa, intuisce, ma non vuole vedere, o forse sceglie consapevolmente di abbandonarsi, perché anche una bugia può essere preferibile al silenzio assoluto, e in tal senso La Gioia parla a tutti, ricordandoci quanto sia fragile il confine tra amore e bisogno, tra empatia e sfruttamento, tra luce e abisso.
Una regia di ascolto, un’interpretazione di verità
Gelormini adotta una regia discreta e partecipe, che rifugge il sensazionalismo per abbracciare l’ascolto. La macchina da presa accompagna i personaggi senza mai sovrastarli, mantenendo una distanza rispettosa che si fa complice del dolore. Le scelte stilistiche creano un’atmosfera che ricorda quella del teatro contemporaneo, in cui lo spazio scenico diventa un prolungamento dello stato emotivo del personaggio.
Gli ambienti sono spogli, essenziali, quasi claustrofobici, come se la realtà stessa si contraesse attorno a Gioia. La luce, elemento fondamentale nella regia di Gelormini, accompagna il passaggio interiore della protagonista, suggerendo l’irrompere del sospetto, della paura, della perdita. Ogni pausa è un momento di sospensione emotiva che permette allo spettatore di entrare nel mondo interiore della protagonista privilegiando l’empatia alla rappresentazione didascalica.
La prova di Valeria Golino è semplicemente straordinaria. Attraverso il suo volto segnato, i movimenti trattenuti, la voce spezzata, restituisce una Gioia tridimensionale, viva, profondamente umana. Non una caricatura della vittima, ma una donna lacerata dal dubbio e dalla speranza, rendendo visibile l’invisibile: le micro-espressioni del disincanto, il pudore del desiderio, la vergogna dell’inganno subito.
Saul Nanni, nel ruolo del giovane manipolatore, costruisce con grande intelligenza un personaggio sfaccettato: la sua recitazione si muove tra seduzione e freddezza, una maschera affascinante ma opaca, che nasconde una totale assenza di empatia. È l’archetipo dell’abusante emotivo moderno: non urla, non minaccia, ma conquista attraverso il bisogno dell’altro, fino a distruggerlo.
Il cast di contorno – fatto di figure minori ma mai secondarie – arricchisce il tessuto emotivo del film: dai genitori inascoltanti agli amici distratti, tutti contribuiscono a ricostruire l’ambiente di solitudine in cui Gioia si muove, invisibile nel suo dolore, fino al tragico epilogo.
Oltre la Cronaca: un Viaggio nella Fragilità Umana
Con La Gioia, Gelormini firma un’opera che va oltre la cronaca, che parla dell’invisibilità dei sentimenti, della marginalità del dolore femminile, del modo in cui la società assiste – spesso inerme – allo spettacolo della fragilità.
Con un linguaggio visivo raffinato, una scrittura che affonda nella psiche e un’interpretazione intense, il film interroga il pubblico non tanto sulla responsabilità del carnefice, quanto sulla nostra incapacità collettiva di ascoltare il bisogno d’amore degli altri. E forse anche il nostro. La Gioia è un’opera che resta addosso, non si limitandosi a raccontare il dolore, ma attraversandolo.
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Emanuela Giuliani
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