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La ragazza con la leica, recensione: una storia forte soffocata da una forma troppo elaborata

La ragazza con la Leica racconta Gerda Taro tra guerra e fotografia, ma una struttura narrativa elaborata appesantisce il film.

Prima ancora di diventare un nome nella storia della fotografia, Gerda Taro è stata una ragazza che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, e ora la sua breve e tumultuosa vita ha aperto in concorso la sezione Orizzonti dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, con La ragazza con la Leica, il film diretto da Alina Marazzi e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Helena Janeczek, pubblicato da Guanda e vincitore del Premio Strega.

Partendo dal 14 luglio 1937, a Parigi, l’ultimo giorno di Gerda prima del ritorno sul fronte spagnolo, il film racconta la sua parabola, dalla Germania nazista a Parigi, fino alla guerra civile spagnola, dove morirà nel 1937 a soli ventisei anni. Al suo fianco Robert Capa, con cui condivide amore e fotografia, in una vicenda che attraversa alcuni degli anni più drammatici e turbolenti del Novecento.

Una forma che pesa più della storia

Affidando gran parte del proprio racconto a questa costruzione temporale, La ragazza con la leica procede avanti e indietro tra presente e passato per ricostruire incontri, amori, esperienze e momenti della vita di Gerda. Ma se sulla carta questa scelta potrebbe restituire la frammentarietà della memoria aggiungendo profondità al ritratto, sullo schermo finisce per appesantire ulteriormente una narrazione lenta e faticosa da seguire. Il problema, infatti, non è il ricorso al flashback in sé, né la volontà di costruire un racconto non convenzionale, quanto il modo in cui questi continui spostamenti temporali finiscono per compromettere il ritmo e rendere spesso incerta la percezione del momento storico in cui ci si trova.

Un’alternanza che avrebbe avuto senso se avesse prodotto una progressiva ricomposizione della figura di Gerda, facendo emergere nuovi significati a ogni ritorno indietro, e che invece complica una storia già sufficientemente ricca.

La percezione temporale diventa così uno dei principali ostacoli del coinvolgimento, poiché non sempre è chiaro dove ci si trovi nella vita della protagonista, quale sia il rapporto tra un momento e l’altro, e soprattutto quale necessità narrativa giustifichi l’ennesimo salto, con il risultato di un racconto che procede a scatti, senza che questi producano una vera energia.

Lo stesso problema si riflette anche nella sceneggiatura, che non da a questa struttura una solida progressione drammatica. La ricchezza della vicenda di Gerda offre infatti numerosi elementi — l’esilio, l’impegno politico, la fotografia, il rapporto con Robert Capa e la guerra civile spagnola — ma non sempre questi vengono trasformati in conflitti e relazioni capaci di far avanzare il racconto. Più che costruire una progressione, la sceneggiatura sembra così concentrarsi sulla necessità di ricomporre i diversi momenti della sua vita, contribuendo a quella sensazione di frammentarietà che caratterizza il film.

Ancora più discutibile in questo caso, è inoltre la scelta di accompagnare alcuni passaggi con immagini d’archivio, la cui intenzione di mettere in relazione la vicenda individuale di Gerda con la Storia, la memoria privata con quella collettiva, la fotografia con la realtà della guerra, seppur evidente, è più macchinosa che significativa. Il bianco e nero delle immagini d’archivio di fatto non amplia il racconto, ma ne interrompe ulteriormente il flusso, aggiungendo un altro livello visivo a una narrazione che fatica a trovare una sua fluidità.

La sensazione quindi, è quella di un film troppo preoccupato di sottolineare la propria costruzione, con il continuo dialogo tra tempi diversi, materiali differenti e memoria storica che sembra voler ricordare costantemente allo spettatore che ciò che sta guardando è una ricostruzione, finendo per allontanarlo invece di avvicinarlo a Gerda Taro, la cui storia ha già dentro di sé tutto ciò che serve.

Gerda Taro resta schiacciata dalla costruzione

La fotografia è naturalmente al centro della vicenda, e la Leica è il simbolo dello sguardo di Gerda, della sua volontà di stare dentro gli eventi e non limitarsi a osservarli da lontano. La guerra civile spagnola, l’impegno politico, l’esilio e la relazione con Robert Capa, dal volto di Aaron Altaras, costruiscono il quadro di una donna che ha scelto di fare della fotografia uno strumento di partecipazione e testimonianza. Tuttavia, anche qui il film tende più a dichiarare l’importanza dei propri temi che a trasformarli in esperienza cinematografica.

Gerda è una figura straordinariamente interessante, ma il film non riesce a restituirne tutta la complessità, anche perché il rapporto con Robert Capa occupa forse uno spazio eccessivo: tra i due ci sono amore, complicità, competizione e una comune idea della fotografia. Un rapporto che avrebbe potuto generare una forte tensione, mettendo in scena due fotografi legati dalla stessa passione ma anche dal desiderio di affermare la propria identità, ma che il film raramente riesce a trasformare in una vera dinamica cinematografica.

Nel tentativo però di riportare Gerda fuori dall’ombra di Capa, il film finisce paradossalmente per definirla ancora attraverso di lui. Quando però abbandona la necessità di costruire la grande figura storica e lascia emergere la ragazza, ecco che finalmente emergono le ambizioni, i desideri, le inquietudini e le contraddizioni di una giovane donna alle prese con le proprie scelte.

Un film che confonde complessità e profondità

Il limite principale di La ragazza con la Leica è dunque soprattutto una scelta narrativa fin troppo elaborata, che, nonostante la ricchezza del materiale da cui parte — una giovane donna ebrea in fuga dal nazismo, l’esilio parigino, l’impegno politico, la fotografia, la guerra civile spagnola, l’amore con Capa e una morte prematura — fatica a trasformare questa complessa biografia in un racconto capace di coinvolgere davvero. Una storia che avrebbe avuto bisogno soprattutto di ritmo, chiarezza e di scrittura e di una regia capace di fidarsi maggiormente della propria protagonista, Emilia Schüle.

Un’opera rispettabile nelle intenzioni e interessante per il personaggio che riscopre, ma decisamente meno riuscita nella sua traduzione cinematografica, dove si avverte la distanza tra le potenzialità della vicenda e ciò che arriva sullo schermo. Qui la forma prende troppo spesso il sopravvento sulla sostanza, fino a rendere faticoso un racconto che avrebbe potuto essere molto più diretto e incisivo. E ciò che rimane è la sensazione di un’occasione mancata: quella di aver avuto tra le mani una vicenda così ricca e di non essere riusciti a restituirne fino in fondo la forza.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

5


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