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La Sposa! e la nuova ondata di horror femminista

La Sposa di Frankenstein torna protagonista in La Sposa!: il nuovo horror femminista che riscrive il mito tra autonomia e potere delle donne.

Il mito della Sposa di Frankenstein torna al cinema con una nuova prospettiva. Grazie al film La Sposa! diretto da Maggie Gyllenhaal e interpretato da Jessie Buckley e Christian Bale, un personaggio rimasto ai margini della storia per quasi un secolo diventa infatti finalmente protagonista. L’ispirazione nasce dal classico La moglie di Frankenstein di James Whale, dove la Sposa appariva appena per due minuti: non pronunciava una sola parola, urlava una volta e veniva distrutta subito dopo essere stata creata per amare la Creatura.

Proprio quell’assenza, come riportato da Variety, ha spinto Gyllenhaal a immaginare una nuova storia. Rivedendo il film del 1935, la regista si è resa conto di quanto poco spazio fosse stato concesso al personaggio: una donna riportata in vita senza consenso, creata per essere la moglie di qualcuno che non aveva mai incontrato e subito eliminata. Con La Sposa! l’obiettivo è stato quindi ribaltare quella prospettiva per dare finalmente voce a una figura che il mito aveva sempre trattato come una semplice funzione narrativa. Per Gyllenhaal il film è “una celebrazione di tutte le parti di noi che non rientrano negli schemi in cui ci è stato detto di entrare”.

Qui la RECENSIONE: La Sposa!, la recensione: il mito rivive tra libertà e ribellione

L’operazione si inserisce in una tendenza culturale più ampia che negli ultimi anni ha attraversato il cinema horror e fantastico. Il nuovo Frankenstein di Guillermo del Toro ha riletto il mito spostando il peso morale sulle scelte dello scienziato, mentre Poor Things di Yorgos Lanthimos ha portato all’estremo, in chiave grottesca e ironica, l’autonomia della protagonista Bella Baxter. Anche The Substance ha trasformato la rabbia femminile in uno spettacolo horror esplicitamente legato al tema dell’empowerment. In modi diversi, questi film fanno qualcosa che il mito di Frankenstein ha raramente permesso: mettere al centro l’interiorità della donna creata e chiedersi cosa desideri davvero.

Per molti studiosi dell’horror il nodo è profondamente simbolico. La teorica del cinema Barbara Creed, autrice di The Monstrous Feminine, sostiene che la mostruosità femminile sullo schermo non sia semplicemente la versione femminile del mostro maschile. Il suo potere disturbante nasce dal corpo della donna, dalla riproduzione e dalla sessualità, cioè da ciò che rappresenta sul piano simbolico. Nel caso della Sposa, il vero elemento inquietante non è ciò che potrebbe fare ma ciò che è: una figura che rifiuta di partecipare all’ordine dominato dal potere maschile e dalla scienza. Il suo urlo nel film del 1935 può essere letto come il gesto di una donna che respinge l’unico ruolo che le è stato offerto.

Secondo la studiosa Despina Kakoudaki, questa dinamica è molto più antica di Hollywood. Nell’immaginario culturale le donne artificiali vengono quasi sempre create adulte e immediatamente assegnate a uno scopo definito dal desiderio altrui. Gli uomini artificiali diventano soldati o servitori; le donne, invece, compagne o oggetti di desiderio. Anche la storica dell’arte Julie Wosk individua la stessa logica già nel mito di Pigmalione: figure progettate per essere perfette, obbedienti e prive di volontà propria. Il problema nasce nel momento in cui sviluppano desideri o idee autonome, perché a quel punto la storia tende a contenerle o a distruggerle.

Questo conflitto era già presente nel romanzo Frankenstein; or, The Modern Prometheus, pubblicato nel 1818 da Mary Shelley quando aveva appena diciotto anni. Figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft, morta dandola alla luce, Shelley conosceva bene le conseguenze sociali che colpivano le donne considerate troppo radicali. La studiosa Anne K. Mellor sostiene che il gesto più radicale del romanzo non sia la creazione della Creatura, ma la decisione di Victor di distruggere la compagna femmina prima ancora che possa vivere. Lo scienziato teme che una donna dotata di autonomia possa rappresentare una minaccia per l’ordine sociale, e per questo la smembra prima che possa respirare.

Secondo Barbara Creed, il cambiamento più evidente nel cinema contemporaneo è che questa dinamica si sta trasformando. Nell’horror classico la donna mostruosa era una figura ammonitrice, punita perché andava oltre il ruolo assegnato. Oggi molte protagoniste attraversano una sorta di discesa nell’oscurità – quella che nella tradizione greca è la katabasis – e ne emergono trasformate anziché distrutte. Invece di respingere la propria mostruosità, la riconoscono come parte di sé.

La studiosa di cultura gotica Catherine Spooner vede in questa tendenza anche una risposta al clima culturale attuale, in cui convivono spinte opposte: da un lato il ritorno di modelli di femminilità tradizionale e sottomessa, dall’altro narrazioni che rivendicano rabbia, imperfezione e autonomia. Il gotico e l’horror, da sempre, offrono alle donne uno spazio narrativo in cui esprimere emozioni e desideri che il discorso sociale tende a reprimere.

Il mito di Frankenstein, inoltre, continua a parlare al presente. Per Mellor è la storia archetipica di chi cerca conoscenza senza assumersi la responsabilità delle proprie creazioni, una dinamica che oggi riecheggia nelle discussioni sull’intelligenza artificiale. Due secoli dopo, il linguaggio inventato da Mary Shelley resta sorprendentemente efficace per descrivere le paure legate alla tecnologia e al potere umano di creare vita o qualcosa di simile.

Rimane però una domanda aperta: le donne al centro di queste storie sono davvero padrone del proprio destino o anche la loro ribellione è ancora scritta da qualcun altro? Film come Poor Things hanno sollevato il dubbio se l’emancipazione rappresentata sullo schermo sia autentica o se rappresenti una nuova fantasia su come dovrebbe apparire una donna libera.

È proprio questa ambiguità che La Sposa! sembra voler esplorare. Quando le è stato chiesto chi sia il vero mostro del film, Maggie Gyllenhaal ha rifiutato l’idea che esista una risposta semplice. Il mostruoso, ha spiegato, vive in ognuno di noi: nelle parti che la società ci invita a reprimere, nella rabbia, nella stranezza, in tutto ciò che non rientra nella versione approvata di una persona. L’invito non è sconfiggere il mostro, ma voltarsi verso di lui e riconoscerlo.

Dopo due secoli di adattamenti del mito creato da Mary Shelley, forse la novità più significativa è proprio questa: la Sposa non è più soltanto un simbolo o una comparsa. Per la prima volta diventa il centro della storia e qualcuno, finalmente, le chiede cosa vuole davvero. Per quasi duecento anni nessuno lo aveva fatto. Ora, almeno, la domanda è stata posta.


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