La Valle dell'Eden serie Netflix

La valle dell’Eden, recensione: una storia che continua a cambiare volto

Tra libertà, eredità e conflitti familiari, la nuova La valle dell’Eden cerca una voce propria tra Steinbeck e il presente.

Ci sono storie che tornano perché non hanno davvero smesso di parlarci come La valle dell’Eden, che cambia il tempo, i volti, il modo di raccontare, ma lascia al centro una domanda scomoda che non offre una risposta semplice: quanto di ciò che diventiamo è già scritto dentro di noi e quanto, invece, dipende dalle nostre scelte?

Un’inquietudine da cui parte la nuova serie Netflix, disponibile dal 1° ottobre e diretta da Zoe Kazan, che affronta il romanzo di John Steinbeck soprattutto attraverso Cathy Ames e Lee, interpretati da Florence Pugh e Hoon Lee. Due figure che vivono ai margini della famiglia Trask e danno alla vicenda una personalità precisa e un respiro più ampio rispetto al celebre adattamento cinematografico del 1955 di Elia Kazan, concentrato sulla parte finale del romanzo, pubblicato nel 1952, che costruisce la vicenda dei Trask sulla struttura del racconto di Caino e Abele, sviluppando la storia nell’arco di diverse generazioni.

La serie si apre con Cathy che arriva, ferita e insanguinata, alla porta dei fratelli Trask, mettendo subito in moto un nuovo equilibrio, con Adam, ingenuo e fiducioso, che reagisce in modo differente da Charles, più sospettoso e intuitivo. Un contrasto che definisce immediatamente lo sguardo della serie, con Cathy che entra nella storia della famiglia, diventando una presenza destinata ad avere un peso sempre maggiore nelle sue vicende, offrendo così una nuova prospettiva per entrare nella storia e per affrontare il male, la libertà e il peso di ciò che ereditiamo.

Il male, la libertà e l’eredità del passato

Che cosa significa essere liberi quando gran parte di ciò che siamo è arrivato prima di noi? È una domanda che La valle dell’Eden non smette di porre, perché per i Trask il passato non è mai davvero passato, ma continua a vivere nelle aspettative dei genitori, nelle ferite dell’infanzia, nei rapporti tra fratelli e nelle scelte che ogni generazione finisce per lasciare a quella successiva.

Il punto da capire, quindi, è cosa succede quando un personaggio prova a sottrarsi a ciò che gli altri hanno deciso per lui, dalla famiglia al ruolo che gli è stato assegnato, fino all’immagine che hanno costruito di lui. Per questo sarebbe riduttivo dire che la serie parla semplicemente di libero arbitrio: il vero conflitto nasce tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che scegliamo di diventare, andando oltre il semplice riferimento a Caino e Abele.

Adam e Charles, e successivamente Cal e Aron, ripropongono infatti una dinamica che si rinnova di generazione in generazione, con i figli che ricevono dai padri non solo un nome e una famiglia, ma anche i conflitti che non hanno scelto, e Cyrus Trask, imponendo ai figli ciò che dovrebbero essere senza riconoscerne davvero la natura, dà già forma a questo meccanismo, che Adam e Charles finiranno a loro volta per portare nella propria esperienza di padri. E così ciò che viene vissuto all’interno della famiglia si trasforma in qualcosa di ereditato, non come un destino inevitabile, ma come un modello che ogni generazione può scegliere di ripetere o interrompere.

Un quadro in cui Cathy rappresenta la versione più radicale e inquietante di questo problema. Fin dalla sua apparizione, sembra una donna che rifiuta qualsiasi tentativo di essere definita dagli altri, percependo il matrimonio, la famiglia e le convenzioni sociali non come la possibilità di costruire una vita, ma come forme di prigionia. La sua esigenza di autonomia è assoluta, quasi feroce, e per questo ambigua. Essere liberi, di fatto, non significa davvero poter fare qualsiasi cosa, e Cathy, per conquistare la propria indipendenza, finisce per distruggere i rapporti con le persone che la circondano, confermando che rifiutare il destino che ci viene imposto non ci rende automaticamente persone migliori, ma mette in discussione l’idea che essere liberi e agire moralmente siano la stessa cosa.

Ed è qui che Zoe Kazan introduce un’ulteriore lettura del personaggio, interrogandosi sul fatto se Cathy sia nata così oppure lo sia diventata, con il suo passato che, diventando sempre più rilevante, offre la possibilità di guardare alla sua crudeltà come conseguenza delle esperienze che l’hanno segnata. Tuttavia questo non cancella ciò che fa e non la trasforma improvvisamente in una vittima, ma rende più difficile separare la responsabilità individuale dalle circostanze che hanno contribuito a formare una persona.

La serie però non è interessata a stabilire una volta per tutte se il male sia innato o acquisito, e invita lo spettatore a guardare oltre lasciando aperta la tensione tra l’idea di Steinbeck del mostro nato da genitori umani e la necessità di comprendere come un essere possa arrivare a diventare quel mostro.

Una riflessione che la figura di Lee porta su un altro piano, mostrando come anche il modo in cui una persona si presenta agli altri possa essere condizionato dalle circostanze in cui si trova. Lee infatti vive ai margini della società e deve confrontarsi con un’identità che gli altri vorrebbero imporgli, ma il suo modo di sopravvivere al razzismo è particolarmente significativo, poiché quando si trova davanti a persone che si aspettano da lui determinati comportamenti, modifica il proprio accento e il proprio modo di parlare, mentre lontano da quello sguardo può mostrarsi per quello che è realmente.

In questo caso, quindi, l’indipendenza non passa dalla ribellione, ma dal conservare una parte di sé che gli altri non riescono a vedere. Lee osserva, studia, comprende, aspetta e conosce il funzionamento della società abbastanza bene da sapere quando adeguarsi e rivendicare la propria autonomia. La sua evoluzione diventa così una delle risposte più convincenti alla domanda posta dalla serie: non sempre scegliere significa opporsi frontalmente a ciò che ci circonda; a volte significa riuscire a preservare la propria identità fino al momento in cui si può finalmente decidere come viverla.

Il concetto di “tu puoi”, contrapposto al più rigido “tu devi”, diventa così la chiave attraverso cui la storia interpreta i propri personaggi, perché non significa che le persone siano completamente libere dalle conseguenze di ciò che hanno ricevuto, ma che questo non deve diventare una condanna. Le storie si possono ereditare ma non si è obbligati a ripeterle, così come i legami familiari possono essere qualcosa che si costruisce e non soltanto che si eredita, e il rapporto di Lee con Adam, i gemelli e la famiglia lo dimostra.

Lee diventa cuoco, giardiniere, contabile e figura di riferimento per i bambini, assumendo un ruolo che supera quello di un semplice dipendente e mettendo in discussione il concetto tradizionale di famiglia che domina la vicenda dei Trask: essere genitori non significa soltanto generare un figlio, ma esserci, prendersene cura e contribuire a determinare la persona che diventerà.

Da questo punto di vista, la serie costruisce un interessante contrasto tra Cathy e Lee, entrambi i quali non accettano il posto che il mondo ha assegnato loro, ma reagiscono in modi opposti. Cathy cerca la propria autonomia attraverso il controllo sugli altri, spezzando i legami che avverte come minacce, mentre Lee con la conoscenza e la conquista costruisce legami che finiscono per diventare la sua forma di appartenenza.

Il tema della famiglia diventa così inseparabile da quello della scelta, dal momento che i personaggi non possono decidere da quale famiglia nascere, quali ferite ricevere o quali aspettative subire, ma possono almeno provare a stabilire cosa farne, non promettendo loro una libertà assoluta, ma una possibilità.

Il rapporto tra genitori e figli assume dunque un significato più ampio. Cyrus cerca di plasmare Adam e Charles; Adam e Cathy finiscono per lasciare ai loro figli il peso delle proprie decisioni; Cal e Aron crescono all’interno di un conflitto che li precede, e la tragedia nasce dal fatto che nessuno riesce a sottrarsi alla storia familiare, ma allo stesso tempo nessuno è completamente prigioniero di essa.

In questa zona grigia la serie trova la propria parte più interessante non dividendo i personaggi tra buoni e cattivi, perché anche la bontà può diventare una forma di ingenuità e la ribellione può trasformarsi in autodistruzione.

Ne La Valle dell’Eden, dunque, avere uno spazio per scegliere significa diventare responsabili di ciò che si decide di fare con tutto quello che si è ricevuto. È una libertà fragile, condizionata e spesso dolorosa, ma più profonda della semplice contrapposizione tra destino e volontà.

I volti e le anime della storia

Se c’è un elemento che dà forza alla serie è senza alcun dubbio il cast. Florence Pugh trova in Cathy un ruolo che le permette finalmente di lavorare su un personaggio capace di trasformarsi davanti allo spettatore senza perdere la propria natura indecifrabile, e che non ha bisogno di rendere esplicita ogni emozione: spesso è sufficiente il modo in cui osserva gli altri per suggerire che sta già valutando come utilizzarli o da cosa difendersi. È una presenza fisica molto forte, costruita sull’intensità, sull’essere fragile, seducente, calcolatrice e vulnerabile senza che una di queste caratteristiche cancelli le altre.

Christopher Abbott invece definisce Adam con una semplicità quasi disarmante, mentre Mike Faist dà vita a un Charles più trattenuto, coerente con la sua natura sospettosa e inquieta.

Ma la vera sorpresa è Hoon Lee, che non cerca di competere con Pugh sul piano dell’esuberanza, ma lavora attraverso la misura, il dolore e una calma che lascia progressivamente intravedere quanto Lee abbia dovuto imparare a osservare il mondo prima di potersi conquistare un posto al suo interno.

Una storia che non ha bisogno di essere risolta

Il nuovo adattamento de La valle dell’Eden ha il merito di far respirare il romanzo con un linguaggio televisivo contemporaneo, spostando l’attenzione e ampliando alcuni personaggi, trovando la propria voce quando lascia spazio a Cathy, a Lee e alla domanda centrale sul libero arbitrio, smettendo di essere soltanto un grande classico e diventando una storia viva. È un adattamento che vuole raccontare una saga enorme riaprendo un romanzo per trovare tra le sue pagine due personaggi capaci di farlo parlare ancora al presente.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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