Tra metafore, crescita e illusioni, Labyrinth di Jim Henson racconta una fiaba tra regia, musica e immaginazione.
Nel mondo di Labyrinth, la fantasia non è soltanto un rifugio in cui evadere dalla realtà, ma può trasformarsi in qualcosa di molto diverso, soprattutto quando si è ancora troppo giovani per comprendere fino in fondo il peso dei propri desideri. Quando nel 1986 Jim Henson portò sullo schermo questa avventura fantastica partendo da una situazione familiare apparentemente semplice, e accompagnò lo spettatore in un percorso complesso, nel quale immaginazione, desideri e responsabilità s’intrecciavano continuamente.
In Labyrinth Sarah è un’adolescente insofferente alle richieste degli adulti e infastidita dalla presenza del fratellino Toby, che sente come un ostacolo alla propria libertà. Una sera, esasperata dal suo pianto, desidera che i Goblin lo portino via e il suo desiderio viene esaudito da Jareth, il Re dei Goblin, che le concede poche ore per attraversare un labirinto e raggiungere il castello in cui il bambino è tenuto prigioniero.
Ma quello che inizialmente sembra un viaggio avventuroso si rivela ben presto l’occasione per confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte, imparare a riconoscere le illusioni e capire che crescere significa anche assumersi la responsabilità delle persone a cui si vuole bene.
Il labirinto, le illusioni e il confronto con i propri desideri
Il viaggio di Sarah attraverso il labirinto non rappresenta soltanto una prova da superare per salvare Toby, ma è una metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con tutte le incertezze, le contraddizioni e le difficoltà che accompagnano questa fase della vita. Il mondo fantastico in cui si ritrova è infatti strettamente legato alle storie, ai racconti e alle fantasie che hanno sempre alimentato la sua immaginazione, ma assume un significato diverso. Ciò che prima rappresentava un rifugio in cui trovare conforto e soddisfare i propri desideri si trasforma, di fatto, in uno spazio nel quale deve confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte, e il desiderio di liberarsi del fratellino, espresso in un momento di rabbia e insofferenza, in qualcosa di concreto.
Sarah non può più quindi considerare il viaggio un semplice gioco, ma un percorso di responsabilizzazione nel quale è chiamata a riconoscere il valore dei legami affettivi e a comprendere che le proprie azioni possono avere conseguenze sugli altri.
Il labirinto riflette questa condizione attraverso una struttura fatta di deviazioni, passaggi ingannevoli e prospettive impossibili, nella quale non sempre ciò che appare corrisponde alla realtà. Le indicazioni ricevute dalle creature incontrate lungo il cammino sono spesso contraddittorie e le strade sembrano condurre in direzioni imprevedibili, rendendo difficile distinguere le occasioni di aiuto dalle trappole. È un’immagine che richiama lo smarrimento tipico dell’adolescenza, quando le certezze dell’infanzia cominciano a perdere consistenza e diventa necessario sviluppare una propria capacità di giudizio. Per questo Sarah non può più affidarsi soltanto alle storie che conosce o aspettarsi che qualcuno risolva i problemi al suo posto, ma deve imparare a osservare, dubitare e scegliere, anche quando non ha la certezza di prendere la decisione giusta.
Alcuni episodi approfondiscono questo significato attraverso immagini legate all’evasione e alla prigionia. Nella discarica, ad esempio, la Junk Lady cerca di convincere Sarah ad abbandonare la ricerca, circondandola di oggetti familiari e ricordi del passato. Le offre così la possibilità di rifugiarsi in un mondo rassicurante, rinunciando ad affrontare le difficoltà del presente. La discarica diventa quindi il simbolo di un attaccamento all’infanzia che rischia di impedire ogni cambiamento. Anche l’Oubliette, dove viene rinchiuso Hoggle, richiama il tema della perdita di identità: la prigionia non è soltanto fisica, ma riguarda anche la possibilità di smarrire i propri riferimenti e il senso di sé.
Il tema delle illusioni emerge soprattutto attraverso Jareth, interpretato da David Bowie. Il Re dei Goblin non è soltanto l’antagonista che ostacola Sarah, ma una figura che conosce i suoi desideri e li usa per esercitare su di lei un potere fatto di minacce, promesse e seduzione. Il suo regno appare come un luogo in cui la ragazza potrebbe ottenere tutto ciò che vuole, senza dover affrontare le responsabilità della vita quotidiana. Jareth rappresenta così la tentazione di restare in un mondo infantile, dove ogni desiderio sembra realizzabile e non è necessario confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte. La sua eleganza e i modi teatrali lo rendono una presenza affascinante, dietro la quale si nasconde però una volontà di dominio.
La sequenza del ballo rappresenta uno dei momenti più intensi di questo rapporto. Dopo aver mangiato la pesca offertale da Jareth, Sarah si ritrova in una sala elegante, circondata da maschere e coppie che danzano sulle note di As the World Falls Down. L’atmosfera cambia rispetto agli ambienti imprevedibili del labirinto: tutto appare armonioso e romantico, come in una fiaba costruita per realizzare i desideri della protagonista. La pesca diventa così uno strumento di seduzione e inganno, mentre il ballo offre a Sarah la possibilità di abbandonarsi a una fantasia, dimenticando temporaneamente Toby e le proprie responsabilità. La scena mostra quanto sia sottile il confine tra immaginazione e illusione: sognare non è negativo, ma può diventare una forma di fuga quando impedisce di affrontare ciò che conta davvero.
La stessa ambiguità caratterizza il rapporto tra Sarah e Jareth, che non si limita a uno scontro tra bene e male. Il Re dei Goblin sembra offrirle la possibilità di scegliere, ma in realtà cerca di orientare ogni sua decisione attraverso desideri e promesse che conosce bene. Il mondo che le propone non è uno spazio di autentica libertà, perché tutto dipende dalla sua volontà e dalle regole che lui stesso impone. La sua offerta assume quindi il valore di una trappola proprio perché non si presenta immediatamente come una minaccia: Sarah potrebbe ottenere una vita apparentemente perfetta, ma dovrebbe rinunciare alla propria autonomia e accettare di vivere secondo i desideri di qualcun altro. In questo senso Jareth rappresenta anche il conflitto tra il bisogno di sentirsi liberi e la difficoltà di assumersi le responsabilità che accompagnano ogni scelta.
Il confronto finale porta a compimento questo percorso. Quando Sarah rifiuta le promesse del Re dei Goblin e afferma di non avere più paura di lui, dimostra di aver compreso il modo in cui cercava di condizionarla. La ragazza capisce che non può delegare ad altri il controllo della propria vita e che la libertà non consiste nell’ottenere tutto ciò che si desidera. Crescere, tuttavia, non significa rinunciare alla fantasia, che continua a essere una parte importante della sua identità, e il ritorno delle creature nella sua camera suggerisce proprio questo: Sarah può conservare il proprio mondo immaginario, senza usarlo come rifugio dalle difficoltà della realtà. E questa nuova consapevolezza, più ancora della liberazione di Toby, segna il suo passaggio verso la maturità.
La fantasia visiva di Jim Henson tra creature e invenzioni narrative
Una delle cose che colpiscono maggiormente di Labyrinth è la fantasia con cui Jim Henson riesce a dare forma al suo mondo, popolandolo di creature bizzarre, ambientazioni sorprendenti e situazioni che sembrano uscire direttamente da una fiaba. C’è qualcosa di particolarmente affascinante nel modo in cui il film passa dal meraviglioso al grottesco, dal buffo all’inquietante, senza preoccuparsi di mantenere un tono sempre uniforme.
Gran parte di questa personalità nasce dal lavoro di Brian Froud, che ha curato il disegno delle creature e l’impostazione visiva del film, attingendo al folklore e all’immaginario delle fiabe tradizionali per creare personaggi dalle forme insolite, spesso sproporzionate e lontani dall’aspetto rassicurante dei classici protagonisti delle storie fantastiche.
A rendere tutto ancora più sorprendente è il lavoro del Jim Henson’s Creature Shop: pupazzi, animatronics e animazione meccanica permettono alle creature di muoversi e interagire concretamente con gli attori, restituendo alle immagini una fisicità che oggi, nell’era degli effetti digitali, ha un fascino particolare.
Questa cura si ritrova anche negli ambienti, che contribuiscono a rendere ogni passaggio dell’avventura diverso dal precedente. Il labirinto è un intreccio di corridoi, porte nascoste e architetture che giocano con le prospettive. La sequenza delle scale impossibili, ispirata alle opere di M. C. Escher, è uno degli esempi più riusciti di questa libertà visiva, con uno spazio che sfugge a qualsiasi logica. Così come la fotografia di Alex Thomson valorizza questa varietà, alternando colori e atmosfere luminose, giocose o più cupe e suggestive. Una cura visibile fin dalle prime scene, quando Sarah recita nel parco sotto la pioggia, e ancora più evidente quando i goblin invadono la sua stanza, portando la fantasia direttamente nella quotidianità della protagonista.
Anche la sceneggiatura, firmata da Terry Jones sulla base della storia sviluppata da Jim Henson e Dennis Lee, con il successivo contributo di Elaine May, segue questa stessa libertà inventiva. La vicenda procede attraverso una serie di incontri, ostacoli e deviazioni, secondo una struttura tipica delle avventure fiabesche, ma senza rinunciare a un umorismo spesso assurdo e imprevedibile, e anche se la successione delle situazioni può rallentare un po’ il ritmo, specialmente nella parte centrale, il film sorprende continuamente con nuove ambientazioni e personaggi.
Tra questi, Hoggle, Ludo e Sir Didymus sono probabilmente quelli che lasciano il segno con maggiore facilità, proprio perché hanno caratteri molto diversi e non cercano mai di risultare perfetti o particolarmente eroici. Hoggle è brontolone, diffidente e interessato soprattutto alla propria sicurezza, Ludo è ingenuo e sensibile, mentre Sir Didymus affronta ogni situazione con un senso dell’onore tanto esagerato quanto divertente. Le loro interazioni regalano alcuni dei momenti più simpatici del film e contribuiscono a spezzare la tensione senza far perdere all’avventura il suo carattere.
Questa capacità di passare da una trovata visiva a una situazione comica, da una creatura minacciosa a un personaggio decisamente improbabile, rende Labyrinth così unico. Henson non cerca di rendere ogni momento solenne o di dare a ogni incontro un peso eccessivo: lascia spazio al gioco, all’imprevisto e anche a qualche episodio meno riuscito, mantenendo però una coerenza nell’immaginario che ha costruito. Qualche passaggio risente della struttura episodica e non tutto ha lo stesso ritmo, ma la quantità di idee, dettagli e personaggi che attraversano il film rende il viaggio piacevole e spesso sorprendente.
Un immaginario che vive anche attraverso la musica di David Bowie
Un elemento fondamentale dell’identità di Labyrinth è la musica, soprattutto per il modo in cui le canzoni di David Bowie si integrano nella narrazione e definiscono il personaggio di Jareth. La sua presenza non si esaurisce nell’interpretazione del Re dei Goblin, perché la componente musicale diventa parte del suo modo di esercitare il potere e di trasformare ogni situazione in una rappresentazione. Jareth è una figura teatrale, abituata a controllare ciò che gli sta intorno e a presentarsi come il centro di uno spettacolo, e la presenza di Bowie rende ancora più evidente questa dimensione, grazie a un personaggio che unisce fascino, eccentricità e una costante ricerca dell’effetto scenico.
Brani come Magic Dance, As the World Falls Down e Underground accompagnano momenti diversi del film, assumendo funzioni che vanno oltre il semplice accompagnamento musicale. Magic Dance, in particolare, porta in primo piano il lato più giocoso e bizzarro del mondo dei Goblin, mentre As the World Falls Down accompagna la sequenza del ballo e contribuisce a rendere seducente l’universo artificiale costruito da Jareth intorno a Sarah. Underground, invece, racchiude lo spirito dell’avventura e introduce lo spettatore in un mondo nel quale la realtà sembra continuamente lasciare spazio all’impossibile. Accanto alle canzoni di Bowie, la colonna sonora composta da Trevor Jones accompagna il viaggio e contribuisce a mantenere un equilibrio tra le atmosfere fiabesche, i momenti più misteriosi e le sequenze d’azione.
La musica dunque è una parte integrante della costruzione visiva e narrativa, soprattutto perché riflette il contrasto tra il mondo di Sarah e quello di Jareth. Da una parte c’è una ragazza che deve imparare a distinguere i propri desideri dalle illusioni che le vengono proposte, dall’altra un personaggio che utilizza lo spettacolo e la seduzione per mantenere il controllo della situazione. La presenza scenica di Bowie rafforza questa opposizione e dà al film un’identità difficilmente separabile dalle sue canzoni, che ancora oggi rappresentano uno degli elementi più riconoscibili del suo immaginario.
Perché Labyrinth continua a essere un film speciale
A quarant’anni dalla sua uscita, Labyrinth conserva una personalità particolare non soltanto per il valore nostalgico che può avere per chi lo ha visto durante l’infanzia, ma soprattutto per la ricchezza del mondo che Jim Henson è riuscito a costruire. E’ un universo che non assomiglia a quello di altri film fantastici, che ha un equilibrio tra meraviglia, umorismo e atmosfere più oscure, e che può essere letto come un’avventura fiabesca che trova il proprio significato più profondo nel percorso di una ragazza costretta a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte e a conquistare una maggiore consapevolezza di sé.
Dietro l’avventura e la fantasia Labyrinth sviluppa una storia di formazione accessibile, in grado di parlare a spettatori di età diverse senza rinunciare alla propria originalità visiva.
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Emanuela Giuliani






