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L’Agente Segreto, la recensione: quando il potere cancella gli individui e la memoria resiste

L’Agente Segreto: il thriller di Kleber Mendonça Filho sulla paura, la memoria e il controllo in un Brasile segnato dalla dittatura.

Cosa rimane di un individuo quando il potere decide di renderlo invisibile? È la domanda che Kleber Mendonça Filho con L’Agente Segreto trasforma in un thriller denso e inquieto, capace di insinuarsi lentamente, senza mai concedere veri appigli emotivi o momenti di sollievo.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025 e in arrivo nelle sale italiane dal 29 gennaio, il film è un’opera complessa sia sul piano narrativo che politico, in cui la tensione diventa uno strumento di riflessione sul potere, sulla paura come meccanismo di governo e sulla fragilità della memoria individuale e collettiva. Non sorprende quindi che L’Agente Segreto sia stato accolto come uno dei casi cinematografici dell’anno, né che il Brasile lo abbia scelto come candidato ufficiale agli Oscar: è uno di quei film che continuano a risuonare anche dopo la visione, più per ciò che sottraggono che per ciò che mostrano.

Potere, paura e memoria

Ne L’Agente Segreto il Brasile del 1977 non fa da semplice cornice storica, ma è dispositivo narrativo che stringe e condiziona i personaggi nelle scelte con una morsa invisibile. Mendonça Filho ambienta il film nella fase ambigua della dittatura militare iniziata nel 1964, quando il generale Ernesto Geisel parlava di una cauta abertura, con un possibile ritorno alla democrazia, che però conviveva con un sistema repressivo ancora profondamente radicato. Contraddizione che rende l’atmosfera del film così angosciosa: dietro il linguaggio rassicurante della stabilità e del progresso, la censura infatti continuava a operare, la sorveglianza a controllare le vite, la paura e la corruzione a modellare i comportamenti quotidiani.

Clima in cui si inserisce la fuga di Marcelo (Wagner Moura), costretto a muoversi in uno spazio urbano tanto vivo e caotico, quanto ostile e indifferente. Una città che osserva senza mai intervenire raccontando un autoritarismo “normalizzato” in cui la violenza del potere non si manifesta apertamente, ma scorre silenziosa insinuandosi nei rapporti umani, negli sguardi e nelle omissioni, rendendo ogni gesto rischioso.

La repressione, qui, non è mostrata con arresti e torture – elementi ancora drammaticamente presenti in quegli anni – ma attraverso un sospetto diffuso, interiorizzato. Marcelo non è un militante né un oppositore dichiarato: è un uomo comune, ed è proprio questa sua posizione a farlo diventare vulnerabile. Il film suggerisce con lucidità che il potere diffida soprattutto di ciò che non riesce a classificare, controllare o piegare del tutto, trasformando la normalità in qualcosa inquietante.

Da qui emerge una riflessione sulla memoria: negli ultimi anni della dittatura si preparava già la rimozione sistematica dei crimini del regime, un processo che si sarebbe compiuto con l’amnistia e l’assenza di una vera giustizia di transizione. Meccanismo che ne L’Agente Segreto viene messo in scena da Mendonça Filho mentre accade, con le esistenze frantumate e ridotte a documenti incompleti, a tracce destinate a dissolversi.

Si tratta senza dubbio di uno dei passaggi più amari, perché mostra che la cancellazione non avviene mai tutta insieme, ma per piccoli vuoti, con il presente che dialoga con la memoria e rivela quanto sia sottile il confine tra ciò che si ricorda e ciò che si dimentica. In un sistema autoritario, parlare diventa pericoloso e fidarsi è un azzardo; i legami si indeboliscono e lo spazio pubblico è un territorio minato. Marcelo attraversa una città affollata, incapace di offrire protezione, simbolo di un Paese che sembra avviarsi al cambiamento, ma che non ha ancora il coraggio di confrontarsi con le proprie ombre.

La forza del racconto

Il cuore pulsante de L’Agente Segreto è la sceneggiatura firmata dallo stesso Mendonça Filho, che costruisce un thriller lontano da ogni enfasi spettacolare, che chiede pazienza e la ripaga con una tensione che cresce lentamente, quasi senza farsi notare, fino a diventare opprimente. Non ci sono svolte improvvise né colpi di scena plateali, tutto nasce dall’attesa, dall’incertezza, dall’impressione che qualcosa di irreversibile stia per accadere anche quando l’inquadratura sembra negarlo.

La scelta di raccontare la progressiva caduta di un uomo ordinario – non una spia, non un eroe – è centrale. Marcelo è competente, corretto, apparentemente irrilevante, e questa sua quotidianità lo rende pericoloso per il sistema. La violenza, quando affiora, emerge attraverso dettagli minimi, assenze improvvise e informazioni spezzate.

Vuoti  che amplificando l’angoscia restituendo l’esperienza della brutalità politica, più temuta che visibile, più immaginata che esplicitata, grazie a una regia, fortemente sensoriale, che lavora sui suoni, sugli spazi urbani e sui silenzi, alimentando un’atmosfera di minaccia costante, e rafforzando così l’idea che ciò che osserviamo non sia soltanto un presente in fuga, ma una memoria fragile che tenta disperatamente di resistere alla cancellazione.

In questo equilibrio precario, l’interpretazione di Wagner Moura risulta decisiva. L’attore plasma Marcelo per sottrazione, lavorando su micro-espressioni, posture trattenute e sguardi sospesi tra allerta e smarrimento, dando forma a una paura che non esplode mai, ma avvelena la vita di tutti i giorni. Moura colpisce rifiutando ogni compiacimento drammatico, rendendo Marcelo profondamente umano: vulnerabile senza vittimismo, lucido anche sull’orlo della resa. Nel suo corpo teso e silenzioso si manifesta forse l’effetto più devastante del potere autoritario: l’erosione lenta dell’identità e della fiducia in sé.

Accanto a lui, Maria Fernanda Cândido e Gabriel Leone contribuiscono a dare spessore a un cast perfettamente sintonizzato sul tono del film, completando un affresco umano in cui ogni presenza sembra portare con sé il peso di ciò che non può essere detto.

Il segno di Mendonça Filho

L’Agente Segreto non è soltanto un thriller avvincente, ma un’opera che dimostra come il cinema possa farsi strumento di analisi storica e interrogazione del presente. Mendonça Filho costruisce il ritratto di un Paese sospeso tra promessa di apertura e repressione silenziosa, mettendo al centro la vulnerabilità dell’individuo e l’urgenza della memoria collettiva.

Il film lascia allo spettatore una domanda inquietante: in un mondo in cui il potere può decidere chi scompare, chi si assume la responsabilità di ricordare? Con una regia rigorosa, una scrittura misurata e interpretazioni di grande intensità, L’Agente Segreto è un racconto universale sulla paura, la solitudine e la resistenza dell’essere umano.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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