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“Le Otto Montagne” – Recensione: l’amicizia e la duplicità della vita

“Le Otto Montagne” – Recensione: l’amicizia e la duplicità della vita

Presentato in anteprima mondiale alla 75esima edizione del Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il Premio della Giuria, “Le Otto Montagne” è un film scritto e diretto dai registi belgi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, coppia nella vita e nel cinema, e tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti vincitore, nel 2017, del Premio Strega.

Nel villaggio di Brusson, piccolo paese valdostano ai piedi del Monte Rosa, s’intrecciano le vite dei giovanissimi Pietro e Bruno, destinati a una granitica amicizia nonostante le differenze che li separano. Pietro vive con la famiglia a Milano ma d’estate si sposta a Graines (o Grana, in patois locale) per seguire la passione che guida il padre verso la montagna e l’alpinismo. È qui che sin da bambino sviluppa la stessa sensibilità per la natura ed è sempre qui che conosce Bruno, coetaneo che vive nel villaggio con la propria famiglia di allevatori. Bruno viene aiutato dalla famiglia di Pietro nel percorso scolastico, che sarà prima appoggiato dagli zii del bambino e poi bruscamente interrotto dal padre, che per suo figlio ha in serbo un futuro diverso e lontano dall’alpeggio almeno quanto dalla città.

Le vite dei ragazzi proseguono in ambienti differenti: Bruno, seguendo le orme di suo padre, diviene un allevatore e poi muratore a Grana, mentre Pietro porta a compimento gli studi a Milano per poi trasferirsi nella città di Torino, per volere del padre. A seguito della morte del padre Pietro tornerà alla montagna, dove gli è stato lasciato in eredità un rudere che insieme al lavoro di Bruno trasformerà in una casa durante l’estate.

Balza immediatamente all’occhio la scelta stilistica di Van Groeningen e Vandermeersch, che optano per un formato (il 4:3) sempre più inflazionato nel cosiddetto “cinema d’autore” ma che invece nelle mani della coppia belga risulta l’ideale mezzo per circoscrivere lo sguardo sulla dimensione più intima di un rapporto amicale maschile che traversa gli anni e che, allo stesso tempo, al passare di quegli anni si piega rinnovandosi, lasciando pezzi di sé lungo il percorso.

I due autori riescono con mirabile successo nell’impresa di cogliere fra le pagine di Cognetti, qui alle prese con l’esplorazione di sé e della sua terra, il necessario e di sintetizzare il prioritario, cogliendo gli episodi che nell’arco dei due decenni rappresentati possono compendiare una storia fluente e legata al ciclico susseguirsi delle stagioni. Le stagioni della montagna, comprese quelle che rimangono ignote agli uomini di città, come quelle dell’esistenza e delle affezioni.

Quella fra Alessandro Borghi e Luca Marinelli, rispettivamente interpreti di Bruno e Pietro, nonché amici nella vita, si traduce in modo quasi spontaneo sul grande schermo e si manifesta ne “Le Otto montagne” come paradigma dell’amicizia in senso assoluto, ma specialmente come riflessione sulla duplicità della vita e sui possibili modi di assimilare le esperienze umane. Bruno e Pietro sono ognuno l’ombra dell’altro e ognuno una finestra, per l’altro, sulla dimensione parallela e al tempo stesso negata che avrebbero potuto abitare: l’uomo di città insieme e contro l’uomo di natura, o l’uomo che parte e quello che rimane, il prediletto di un padre e il fallimento dell’altro.

Il paesaggio naturale illustrato da Van Groeningen e Vandermeersch non è quello ora bucolico, ora esotico, pennellato dagli estranei sottoforma di idealizzazione, bensì quello aspro e indomabile realmente vissuto dagli autoctoni come Bruno, sprezzante delle decifrazioni romantiche di Pietro e di quelli come lui.

Un’asperità che rimane anche nell’ambiente himalayano verso cui tenderà invece Pietro, forse in un impulso di emulazione e insieme antagonismo che lo spingono a fronteggiare, oltre che ad amare, il suo amico fino alla fine, cercando di dominarlo e di affogare lo spettro paterno nella memoria, salendo più in alto di lui.

“Le Otto Montagne” è in sala dal 22 dicembre.

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Federica Cremonini


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