L'Estranea Paolo Strippoli

L’Estranea, recensione: il peso delle scelte nel nuovo film di Paolo Strippoli

Tra segreti familiari, soprannaturale e scelte difficili, L’Estranea racconta il prezzo dell’amore e di un patto destinato ad attraversare il tempo.

Dopo La valle dei sorrisi, al Lido nel 2025, Paolo Strippoli torna alla Mostra del Cinema di Venezia, con uno dei titoli più attesi di questa 83esima edizione: L’Estranea, di cui firma anche la sceneggiatura assieme a Salvatore De Chirico.

Il regista porta sullo schermo una storia dalle molteplici letture, costruita attorno a uno degli archetipi più antichi del soprannaturale e dell’horror: il patto con il diavolo. Al centro ci sono Anna (Jasmine Trinca) e sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano), il cui rapporto è segnato da una scelta compiuta molti anni prima. Quando Alice era ancora bambina, infatti, un grave incidente aveva messo in pericolo la sua vita e Anna, per salvarla, aveva accettato un accordo con una misteriosa e sconosciuta donna, l’Estranea (Valeria Bruni Tedeschi). E ora, a distanza di un lungo periodo di lontananza, Anna si presenta improvvisamente alla porta della figlia, decisa a raccontarle qualcosa che ha cambiato per sempre il corso della loro vita.

Il racconto prende così avvio dal confronto tra le due protagoniste e dalla necessità di Alice di comprendere ciò che la madre le ha tenuto nascosto, con la progressiva della verità che costruisce una storia in grado fondere il dramma familiare alla dimensione soprannaturale, mantenendo al centro il rapporto tra madre e figlia.

Il prezzo delle scelte e ciò che torna dal passato

Strippoli con L’Estranea alza decisamente l’asticella, affrontando in modo spiazzante e lucido tematiche morali e universali attraverso una storia in cui nulla è davvero ciò che sembra e ogni scelta comporta un prezzo. Un racconto che invita ad andare oltre le apparenze per interrogarsi su quanto di noi stessi si celi dietro azioni dettate dal desiderio di fare il bene degli altri. Significati e metafore che conducono lo spettatore all’interno di un percorso di crescente tensione e inquietudine, legato al male, alla vita, alla morte, al senso di colpa e all’esistenza stessa.

Il punto di partenza, come detto, è un meccanismo conosciuto: una persona desidera qualcosa che sembra impossibile da ottenere e accetta di pagare un prezzo per averla. Uno schema che Strippoli riprende e sposta sul terreno dell’amore materno, con Anna che non cerca ricchezza, potere, successo o conoscenza, ma vuole solo salvare sua figlia. È proprio questo a rendere il suo patto ambiguo, dal momento che la sua scelta nasce da un sentimento che difficilmente può essere condannato.

Di fronte alla possibilità di perdere Alice, Anna accetta una condizione che in circostanze normali non avrebbe mai preso in considerazione, senza sapere fino a dove si sarebbero spinte le conseguenze.

Il soprannaturale rende concreta proprio questa responsabilità. Anna può cercare di andare avanti e costruire una vita normale, ma ciò che è stato promesso continua a esistere e finisce per riemergere nel momento in cui il passato torna a presentare il conto.

Ed è qui che il film introduce il tema dell’eredità: Anna compie la scelta e Alice si ritrova a viverne gli effetti, dentro una storia determinata da una decisione presa quando era troppo piccola per poter esprimere la propria volontà. La rivelazione non le permette quindi soltanto di scoprire un segreto: cambia il modo in cui guarda la propria storia e il rapporto con la madre, mettendo in discussione ciò che credeva di conoscere.

La scoperta diventa così anche una riflessione sulla possibilità di decidere per chi amiamo. Anna non è una madre colpevole né una vittima innocente: è una figura che ha agito per amore, ma che ha preso una decisione destinata a coinvolgere qualcun altro. In tal senso il film non offre una risposta definitiva alla domanda su quanto possa essere giusta una simile scelta, ma la trasforma in una questione ancora più difficile: abbiamo il diritto di scegliere il prezzo che qualcun altro dovrà pagare?

La figura dell’Estranea assume così un significato che va oltre il semplice ruolo di antagonista soprannaturale, e la sua estraneità può essere letta come la personificazione di ciò che vorremmo allontanare o dimenticare, ma che continua a esistere e prima o poi torna a bussare alla porta. Non è soltanto una presenza minacciosa, ma ciò che rende impossibile chiudere definitivamente con quello che è accaduto.

Nel patto con il diavolo, di fatto, chi accetta l’accordo si illude di aver ottenuto ciò che desiderava, dimenticando che arriverà il momento di pagare. In L’Estranea, questa dinamica assume una dimensione familiare e psicologica: il ritorno dell’Estranea porta con sé anche il ritorno di ciò che Anna aveva cercato di lasciare alle proprie spalle.

La casa assume un ruolo sempre più importante nel creare tensione. Da ambiente quotidiano e conosciuto, diventa gradualmente un luogo carico di dubbi, dove anche gli elementi più normali possono sembrare strani o minacciosi. L’atmosfera cambia insieme alla percezione dei personaggi, che iniziano a non sentirsi più completamente al sicuro nel proprio ambiente.

Questo cambiamento mostra come la paura possa nascere proprio da ciò che ci è più vicino. Non è necessario trovarsi in un luogo sconosciuto per provare inquietudine: anche le persone e gli spazi con cui abbiamo maggiore familiarità possono nascondere aspetti imprevedibili. La casa diventa così il simbolo di una realtà apparentemente tranquilla, dietro la quale possono celarsi conflitti, verità nascoste e situazioni che i personaggi non riescono più a comprendere.

A questa dimensione più cupa Strippoli affianca una sensibilità pop che impedisce al film di assumere un tono esclusivamente grave. Il regista cerca un punto d’incontro tra il dramma e il soprannaturale, tra una vicenda dai risvolti personali e un immaginario vicino al cinema di genere contemporaneo. È una combinazione che permette a L’Estranea di mantenere una propria identità e di affrontare temi universali senza diventare didascalico.

Il soprannaturale non è quindi soltanto un elemento dell’intreccio, ma il linguaggio attraverso cui il film dà forma a paure molto umane, dalla morte alla perdita, fino al timore di non poter davvero sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni. E proprio in questo incontro tra dimensione familiare, inquietudine e cinema di genere che L’Estranea trova una delle sue caratteristiche più riuscite, pur senza portare tutte le sue intuizioni fino alle loro estreme possibilità.

Un passo avanti per Strippoli

L’Estranea conferma la crescita di Paolo Strippoli e la capacità del regista di costruire un cinema di genere sempre più personale. La sceneggiatura accompagna lo spettatore attraverso rivelazioni progressive, dosando con attenzione informazioni e momenti di tensione, mentre la regia costruisce un’atmosfera precisa e inquieta senza affidarsi soltanto ai meccanismi più convenzionali dell’horror.

Anche il cast è un punto di forza. Jasmine Trinca offre un’interpretazione intensa ma sempre controllata, capace di dare profondità ad Anna senza ricorrere a soluzioni troppo esplicite. Romana Maggiora Vergano si dimostra altrettanto efficace, sostenendo il ruolo con naturalezza e una presenza scenica che cresce nel corso del film. Adriano Giannini si inserisce con equilibrio nel gruppo degli interpreti, mentre Valeria Bruni Tedeschi trova una misura particolarmente efficace per il proprio personaggio, giocando sulla voce, sui tempi e sulla presenza fisica più che sull’enfasi.

Portando tutte le sue intuizioni fino in fondo, L’Estranea è un lavoro solido e coinvolgente, in grado di unire cinema di genere e dramma familiare senza perdere di vista la propria identità. Un passo avanti per Strippoli, che conferma un percorso che, in pochi anni, ha attraversato diverse forme e declinazioni del cinema di genere.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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