L'isola dei ricordi animazione

L’Isola dei Ricordi, recensione: quando crescere significa imparare a non dimenticare

Tra creature leggendarie e ricordi che rischiano di svanire, L’Isola dei Ricordi trova emozioni sincere ma anche qualche limite.

Ci sono film d’animazione che raccontano l’infanzia e altri che, più sottilmente, raccontano quel momento preciso in cui l’infanzia comincia a diventare un ricordo, proprio come la nuova animazione DreamWorks Animation: L’Isola dei Ricordi. Diretto da Joel Crawford e Januel Mercado e distribuito da Universal Pictures dal 24 settembre, il film parte infatti da un’avventura fantastica per arrivare a una domanda molto umana: che cosa rimane di un legame quando il tempo, la distanza e la crescita sembrano volerlo cancellare?

Una premessa tanto semplice quanto efficace, che vede al centro della scena Jo e Raissa, migliori amiche fin dall’infanzia, che hanno terminato la scuola e stanno per intraprendere strade differenti. Durante la loro ultima notte insieme, però, un portale le conduce a Nakali, un’isola popolata dalle creature della mitologia e delle storie familiari filippine, che assumerà un significato più personale nel momento in cui le due scopriranno che il prezzo per tornare a casa potrebbe essere la perdita dei ricordi che hanno condiviso.

Un’isola come metafora della memoria

Nel nuovo viaggio animato DreamWorks Nakali non è soltanto il luogo fantastico in cui si svolge l’avventura di Jo e Raissa, ma una rappresentazione concreta della memoria. Attraverso l’isola, infatti, qualcosa di astratto e invisibile come il ricordo prende una forma che le protagoniste possono attraversare, esplorare e, soprattutto, cercare di proteggere. Un vissuto che non viene presentato semplicemente come uno spazio in cui conserviamo ciò che è accaduto, ma come qualcosa che contribuisce a costruire chi siamo e il modo in cui ci leghiamo agli altri.

Il passato, tuttavia, non rimane necessariamente immutato, e un ricordo può essere vicinissimo nella nostra mente senza riuscire a restituire un momento esattamente com’era. Con il passare del tempo persino le esperienze a cui attribuiamo maggiore valore possono iniziare a sfumare, e da questa distanza nasce la fragilità della memoria e il timore che i momenti più significativi possano lentamente perdere i loro contorni.

Un aspetto che in L’Isola dei Ricordi diventa ancora più forte nel rapporto tra Jo e Raissa, la cui amicizia, nata durante l’infanzia, è fatta di anni di esperienze condivise e ogni ricordo è un piccolo pezzo della loro storia: perderlo quindi non significa solo dimenticare un episodio, ma rischiare di smarrire qualcosa che appartiene a entrambe. In questo modo la memoria si lega alle relazioni affettive, mostrando quanto spesso siano proprio i momenti vissuti insieme a dare profondità a un rapporto.

Da qui arriva naturalmente la crescita. Jo e Raissa stanno vivendo uno dei passaggi più delicati della loro vita, una fase in cui il futuro comincia a farsi concreto e ciò che fino a poco prima sembrava normale diventa qualcosa da ricordare. L’avventura sull’isola prende così forma trasformando in fantasia una sensazione molto reale: quella di non sapere cosa succederà alle persone e ai legami a cui siamo abituati, portando con sé la paura della separazione.

L’amicizia delle protagoniste di fatto oltre che dai pericoli di Nakali, è messa alla prova anche dalla possibilità che le loro vite prendano direzioni diverse. Il film dà così un volto fantastico alla paura comune di vedere cambiare un rapporto che per anni è sembrato indistruttibile, e la probabilità di perdere i ricordi porta all’estremo il timore che la distanza possa finire per cancellare ciò che due persone hanno costruito insieme.

A questa dimensione personale si aggiunge quella familiare e culturale, con Nakali popolata da figure legate alla mitologia e alle storie filippine che fanno parte dell’universo familiare delle protagoniste. Questo amplia il concetto di memoria, poiché non ricordiamo semplicemente ciò che abbiamo vissuto in prima persona, ma anche le vicende che ci sono state raccontate e che abbiamo ricevuto da chi è venuto prima di noi.

In tal senso L’Isola dei Ricordi mette a confronto da un lato i ricordi privati, fatti di esperienze, emozioni e momenti condivisi; e dall’altro le narrazioni e le tradizioni che passano da una generazione all’altra. In entrambi i casi, però, c’è bisogno di qualcuno che parli e qualcun altro che ascolti affinché rimangano vivi.

Ed è qui che il fantastico assume un ruolo importante, con le creature mitologiche di Nakali che permettono di parlare anche del rapporto tra ciò che ereditiamo e ciò che scopriamo personalmente, facendo così emergere il rapporto tra eredità e identità. Le storie che ascoltiamo da bambini possono sembrare semplicemente racconti, ma finiscono per entrare nel nostro modo di vedere il mondo: formano il nostro immaginario, ci collegano alla nostra famiglia e, in alcuni casi, diventano parte di ciò che sentiamo di essere. Nel film, la mitologia filippina quindi contribuisce a dare un’identità precisa al mondo di Nakali e alle protagoniste.

Aspetti che finiscono per incontrarsi nel valore delle storie. Una vicenda condivisa può lasciare un segno nella vita di chi la ascolta, un’esperienza vissuta insieme può rafforzare un legame, mentre le tradizioni tramandate possono diventare patrimonio di una famiglia e di una cultura. È un filo che attraversa l’intero film e che lega la memoria personale a quella collettiva senza separarle mai completamente.

Il valore di ciò che resta

L’Isola dei Ricordi è un’avventura fantasy capace di alternare spettacolo, leggerezza e momenti più emotivi, senza rinunciare a una certa componente malinconica. L’isola è il cuore visivo del viaggio, un luogo ricco di possibilità che il film sfrutta in modo efficace, anche se non sempre fino in fondo.

Tuttavia, nonostante alcune soluzioni risultino prevedibili con la storia che tende a tornare su percorsi più familiari, il film conserva una sua immediatezza non cercando continuamente di stupire, ma preferendo affidarsi a una narrazione diretta, sostenuta dall’ambientazione fantastica e dalle dinamiche tra le protagoniste. La sensazione che lascia è quindi di un racconto in grado di coinvolgere e intrattenere piacevolmente, rispettando le proprie premesse.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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