A dieci anni da Jeeg Robot, il cinecomic italiano cult torna in 4K, tra periferia romana, superpoteri e favola nera urbana.
Immaginate la periferia di Roma trasformarsi in un campo di battaglia tra crimine, solitudine e superpoteri, uno scenario che arrivò sul grande schermo, il 25 febbraio 2016, con Lo chiamavano Jeeg Robot, il sorprendente esordio di Gabriele Mainetti che cambiò per sempre il cinema italiano. Con il suo mix unico di manga, gangster e supereroi, il film portò sul grande schermo un racconto urbano mai visto prima che catturò critica e pubblico.
Oggi, a dieci anni di distanza, il film ritorna nelle sale in versione rimasterizzata 4K il 2, 3 e 4 marzo 2026, offrendo la possibilità di rivivere un’esperienza cinematografica intensa e originale. Questa occasione non è solo un ritorno alla nostalgia, ma un’opportunità di riscoprire un’opera che sa unire divertimento, emozione e riflessione, mostrando come la quotidianità possa trasformarsi in qualcosa di straordinario.
Tra favola nera, marginalità e supereroismo
Cosa accadrebbe se un ladruncolo di periferia diventasse improvvisamente un supereroe? Questa è la scintilla iniziale di Lo chiamavano Jeeg Robot, dove la Roma più popolare e periferica si intreccia con il mito dei superpoteri in un racconto stratificato.
Al centro della scena Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), cinico, disilluso e solo, la cui vita prende una piega inattesa quando entra in contatto con sostanze radioattive, scoprendo di possedere una forza sovrumana e l’invulnerabilità. Poteri, che inizialmente sembrano solo un mezzo per sopravvivere e trarre vantaggio personale, ma il cui vero cuore emerge con l’incontro di Alessia (Ilenia Pastorelli) giovane donna fragile che crede e vede in lui la reincarnazione dell’eroe del manga Jeeg Robot d’Acciaio.
Questa visione segna l’inizio di un percorso di trasformazione e il passaggio di Enzo da antieroe egoista a figura empatica, altruista e consapevole delle proprie fragilità. I superpoteri, inizialmente vissuti come semplici strumenti di forza fisica, assumono progressivamente un valore simbolico, diventando metafora di riscatto personale e del coraggio necessario per affrontare le proprie paure. Un evoluzione, inoltre, che sottolinea come anche chi vive ai margini ed è considerato insignificante dalla società possa diventare un eroe, non attraverso imprese straordinarie, ma grazie a una profonda crescita interiore e a gesti concreti di autentica umanità.
Ma se Enzo è l’eroe, Lo Zingaro (Luca Marinelli) rappresenta il villain complesso e magnetico della storia. La sua ossessione per il potere, la megalomania e la violenza che scaturisce dal bisogno di affermazione sociale incarnano la frustrazione di chi è emarginato, di chi lotta per trovare un posto in un mondo che lo ignora. Il suo scontro con Enzo non è solo fisico, ma diventa l’emblema del conflitto tra chi sceglie il riscatto e chi soccombe alla disperazione, tra la possibilità di rinascita e l’autodistruzione.
A distinguere Lo chiamavano Jeeg Robot è anche l’equilibrio tra cultura pop e realtà urbana. La Roma periferica — con i suoi palazzoni, le strade degradate, le piazze caotiche e i vicoli stretti — non è un semplice sfondo, ma un vero e proprio protagonista che influenza i personaggi e riflette le contraddizioni della società italiana. In questo contesto, il mito dei supereroi non è solo estetica o spettacolo ma, piuttosto, uno mezzo per esplorare marginalità, solitudine e dinamiche sociali, trasformando il cinecomic in un racconto realistico ed emotivo.
Una favola nera contemporanea, dove mito e quotidianità si incontrano, mostrando un’Italia reale, fatta di contraddizioni, emarginazioni e desiderio di riscatto. I poteri di Enzo rappresentano la forza interiore, il coraggio e la possibilità di cambiamento; la violenza e l’ossessione dello Zingaro incarnano la frustrazione e l’alienazione di chi vive ai margini; mentre Alessia la speranza, la fiducia e la capacità di ispirare trasformazione negli altri.
Una parabola moderna dunque che dialoga con un contesto culturale più ampio, che omaggia il manga giapponese Jeeg Robot d’Acciaio, inserendosi in un panorama globale di riferimenti pop, mostrando come culture diverse possano incontrarsi e generare nuove forme artistiche, esplorando temi universali che rendono la storia accessibile e riconoscibile a spettatori di ogni età.
Il realismo popolare che conquista
Dietro l’apparente semplicità di un cinecomic urbano, la regia di Gabriele Mainetti rivela una padronanza sorprendente dei generi e dei linguaggi cinematografici, orchestrando sequenze d’azione spettacolari, umorismo nero e momenti di profonda introspezione psicologica, con un ritmo che mantiene lo spettatore costantemente coinvolto.
Ogni scena e inquadratura raccontano emozioni, contraddizioni e trasformazioni dei personaggi, contribuendo in maniera decisiva alla coerenza e all’autenticità del film. Dai voli tra i palazzoni ai vicoli periferici, dai momenti di tensione intima ai grandi scontri d’azione, ogni inquadratura radica la narrazione in un realismo popolare che distingue Lo chiamavano Jeeg Robot dai cinecomic hollywoodiani.
I dialoghi, realistici e dialettali, rafforzano il legame con la Roma periferica, mentre i riferimenti alla cultura pop e ai manga giapponesi creano un ponte originale tra realtà urbana e mito, rendendo la narrazione al contempo accessibile e ricca di significato.
Un mondo reso ancora più vivo dal cast: Claudio Santamaria dà corpo a Enzo, mostrando con naturalezza la trasformazione da antieroe cinico a uomo complesso e vulnerabile; Ilenia Pastorelli, nei panni di Alessia, diventa il fulcro emotivo della storia, equilibrando fragilità e determinazione; Luca Marinelli, nello Zingaro, veste un antagonista magnetico e inquietante, capace di incarnare disperazione e ossessione in modo memorabile.
Curiosità dal set
La realizzazione di Lo chiamavano Jeeg Robot è costellata di aneddoti che mostrano l’energia e la creatività dietro le quinte. Claudio Santamaria ha raccontato di aver provato a immergersi totalmente nel ruolo di Enzo, passando ore a studiare gestualità e posture da “uomo qualunque” prima di trasformarsi nel supereroe, per rendere credibile la sua evoluzione da antieroe cinico a figura empatica.
Ilenia Pastorelli, al suo debutto cinematografico, ha imparato molte scene sul set grazie all’improvvisazione e alla collaborazione con gli altri attori, creando momenti di autenticità che avrebbero caratterizzato il rapporto tra Alessia ed Enzo. Luca Marinelli, nello Zingaro, si è ispirato a figure criminali reali per costruire un villain credibile, aggiungendo un’intensità psicologica che ha reso il personaggio memorabile.
Le riprese nelle strade e nei vicoli della periferia romana non sono state facili: alcune scene d’azione, tra palazzoni e vicoli stretti, hanno richiesto l’uso di stunt acrobatici, gru e droni, sfidando logistica e sicurezza. Dietro l’apparente leggerezza del film si nasconde un lavoro meticoloso di scenografia e trucco, con effetti pratici e make-up che hanno reso i superpoteri e le ferite dei personaggi realistici senza ricorrere eccessivamente al digitale.
Infine, il legame con la cultura pop e i manga non si limitava alla sceneggiatura: sul set erano presenti riferimenti visivi e oggetti di culto che hanno aiutato gli attori a calarsi nello spirito del film, trasformando ogni inquadratura in un piccolo omaggio al mondo dei fumetti e della fantascienza giapponese.
L’impatto culturale e il ritorno in sala
Lo chiamavano Jeeg Robot infatti non è solo un cinecomic, ma racconta storie di fragilità e riscatto, di eroi imperfetti e di vite ai margini, con personaggi indimenticabili e una Roma periferica che diventa a tutti gli effetti un protagonista. Dieci anni dopo, il film resta un punto di riferimento del cinema italiano contemporaneo, parlando ancora di umanità e cambiamento. La sua forza sta nella capacità di emozionare e far riflettere, unendo divertimento e profondità, e nel lasciare un segno indelebile nella memoria di chi lo guarda. Ancora oggi, il suo ritorno in sala invita nuove generazioni di spettatori a confrontarsi con una storia che resta sorprendentemente attuale e universale.
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Emanuela Giuliani
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