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Marty Supreme: la New York anni ’50 secondo il direttore della fotografia Darius Khondji

La New York anni ’50 prende vita in Marty Supreme: Darius Khondji usa foschia e lenti anamorfiche per un’estetica immersiva.

Una New York avvolta dalla foschia, percorsa dall’avidità e illuminata da sogni di gloria: è questa l’atmosfera che il direttore della fotografia Darius Khondji ha costruito per Marty Supreme, trasformando ogni inquadratura in un viaggio visivo negli anni ’50.

Nel film, Timothée Chalamet interpreta Marty, un perdente ostinato convinto che il tennistavolo sia la sua via di fuga verso il successo. Siamo nel 1952: Marty lavora in un negozio di scarpe, dove manipola i clienti fingendo che alcune taglie siano esaurite per spingerli ad acquistare modelli più costosi. Ma il suo vero talento è un altro: architettare piani per arricchirsi in fretta, inseguendo costantemente l’illusione del colpo grosso.

Qui la Recensione: Marty Supreme, la recensione: un ritratto fuori dagli schemi

Il regista Josh Safdie e Khondji — candidato all’Oscar — hanno dato forma a un mondo frenetico e stratificato, guidati dalla sceneggiatura scritta da Safdie insieme a Ronald Bronstein. Fondamentale anche il contributo dello scenografo Jack Fisk, con cui Khondji ha lavorato a stretto contatto per ricreare una New York autentica. L’ispirazione arriva dalla fotografia dell’epoca, in particolare dagli scatti urbani di Helen Levitt, capaci di catturare la vita quotidiana con sguardo poetico e realistico.

“Volevamo che l’avidità fosse quasi palpabile”, racconta Khondji come riportato da Variety. Per questo ha scelto di utilizzare macchine per la foschia nelle scene in esterni, creando un velo costante tra macchina da presa e attori. “C’è sempre uno strato tra noi e loro: filmiamo attraverso questi livelli, come se osservassimo la città e i personaggi da una distanza che riflette il loro isolamento.”

Accanto a Chalamet, Gwyneth Paltrow interpreta Kay Stone, diva del cinema in declino che rimane affascinata dal carisma ambiguo di Marty. Il loro primo incontro avviene al The Ritz London: Kay attraversa la sala da pranzo con un’eleganza regale mentre la macchina da presa la segue con un movimento fluido, quasi ipnotico. Poco dopo, Marty la chiama nella sua stanza, dando vita a una sequenza costruita su un’idea registica sorprendentemente moderna.

Khondji attribuisce infatti a Safdie la scelta di girare simultaneamente le due stanze durante la telefonata, riprendendo gli attori in tempo reale. “È stata un’idea entusiasmante: due spazi separati, ma emotivamente connessi, filmati nello stesso momento.”

Nel confronto finale, quando Kay smaschera Marty e lo costringe a riflettere sui suoi “sogni”, Khondji utilizza un obiettivo anamorfico Cinemascope da 360 mm, impiegato per gran parte del film. La lunga focale permette di mantenere una distanza fisica dai personaggi, rafforzando l’approccio osservativo scelto per tutta la narrazione.

“Volevamo guardarli da lontano”, spiega il direttore della fotografia. Eppure, nonostante la distanza, la macchina da presa rimane incollata ai volti, catturando ogni esitazione, ogni crepa, ogni desiderio inconfessato — immersi in quella foschia che rende Marty Supreme un racconto visivamente denso e profondamente immersivo.


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