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Marty Supreme, la recensione: un ritratto fuori dagli schemi

Marty Supreme di Josh Safdie: un ritratto energico e fuori dagli schemi su mito, identità e fama, con un intenso Timothée Chalamet.

Caotico, sfuggente e animato da un’energia incontenibile: questo e molto altro è Marty Supreme, il nuovo film di Josh Safdie che trasforma il ping pong in un’arena esistenziale e il suo protagonista in un mito fuori scala. Con questo lavoro, Safdie firma uno dei suoi film più ambiziosi e vitali, capace di travolgere lo spettatore con un ritmo febbrile, sospeso tra adrenalina, ironia e desiderio di grandezza non raccontando semplicemente una carriera sportiva, ma esplorando la fame insaziabile di riconoscimento di un giovane pronto a tutto pur di lasciare un segno.

Al centro della scena c’è Marty Mauser, liberamente ispirato a Marty Reisman, l’iconico campione di ping pong degli anni ’50, scomparso nel 2012 e definito da Sports Illustratedil più celebre truffatore del gioco”. Famoso non solo per il talento, ma anche per trasformare ogni partita in uno spettacolo: colpiva una sigaretta da oltre la rete, giocava bendato o seduto per scommessa e girò il mondo con gli Harlem Globetrotters in numeri comici.

Reisman amava esagerare, reinventare i fatti e costruire un mito intorno a sé, proprio come il Marty Mauser di Timothée Chalamet. Un giovane talento nella New York degli anni ’50, contraddittorio, sopra le righe, narcisista, egoista e inaffidabile, la cui personalità e determinazione, fin dalle prime scene, dimostrano di essere il vero motore di un ritratto vibrante di un’epoca e di una figura sospesa tra realtà e finzione.

Il sogno di essere qualcuno e il corpo di Chalamet

Superando il confine del tradizionale racconto sportivo, Marty Supreme, nelle sale italiane dal 22 gennaio, si basa principalmente sull’autobiografia di Reisman, The Money Player: un testo poco affidabile, ma fondamentale, per comprendere il personaggio, rivelando quanto fosse plausibile negli anni ’50 che un giovane credesse di poter trasformare il ping pong in una via verso la celebrità e il riscatto, in un epoca in cui lo sport attirava folle e l’attenzione dei media.

Il film diventa così un’esplorazione vorticosa dell’identità, della fama e del bisogno quasi disperato di emergere, attraverso uno stile visivo e narrativo frammentato, fatto di salti temporali, episodi e sequenze che rispecchiano l’irregolarità e l’energia incontrollabile del protagonista. Marty usa lo sport per vincere, definire se stesso e ritagliarsi uno spazio in un contesto già deciso senza di lui, con tensioni e adrenalina colte con straordinaria lucidità da Safdie.

Muovendosi costantemente tra vero e inventato, il regista rende credibile il sogno di Marty con imprese improbabili fondate su fatti reali. Viaggi internazionali, affari, sfide e fughe rocambolesche talmente esagerate al punto da sembrare già scritte per il cinema, che restituiscono l’atmosfera di un tempo senza pietà, la marginalità e la feroce volontà di distinguersi di un giovane, la cui ascesa sportiva riflette una maturazione personale molto più profonda.

Oscillando tra talento, imbroglione e showman, tanto confuso quanto carismatico, Marty cerca di dare un senso alla propria storia con lo sport, gestendo una personalità in continuo cambiamento, proprio come l’ambiente che lo circonda. Reinventandosi e giocando con l’immagine che gli altri hanno di lui, trasforma le esperienze in narrazioni più grandi, parlando del bisogno universale di lasciare una traccia, e rendere la propria vita degna di essere ricordata, usando il ping pong come mezzo per emergere in un mondo che tende a escludere.

Ma con il tempo anche i miti mostrano la loro fragilità, con le sconfitte, gli errori e i cambiamenti che segnando la crescita di Marty, lo spingono a confrontarsi con i limiti del proprio corpo, le conseguenze delle scelte fatte. L’eterno performer incapace di fermarsi inizia così a prendere coscienza delle responsabilità, dei legami trascurati e del prezzo pagato per l’ossessione della fama.

Timothée Chalamet e il contrappunto di Gwyneth Paltrow

A far vivere e respirare Marty Supreme è però Timothée Chalamet: nervoso, irrequieto, proteso in avanti e attraversato da una crescente energia, traduce ambizione, paura e desiderio di riconoscimento in movimenti e sguardi rapidi, con una fisicità che rende tangibile la fame di successo del protagonista.

Chalamet infatti non interpreta semplicemente Marty Mauser, bensì lo plasma istante dopo istante, facendone una figura spudorata, contraddittoria ed eccentrica, sempre sull’orlo dell’eccesso. Dominando lo schermo con una presenza magnetica, alternando esibizione e fragilità, il favorito all’Oscar 2026, rivela le crepe del personaggio proprio quando il mito sembra sul punto di compiersi, come nella partita persa contro il campione giapponese Endo, ispirata alla storica sconfitta di Marty Reisman in India contro Hiroji Satoh, la cui rivoluzionaria racchetta in gommapiuma segnò un passaggio epocale nella storia del tennistavolo.

Accanto a lui, Gwyneth Paltrow, nel ruolo dell’ex-stella di Hollywood Kay Stone, ritiratasi dalle scene dopo il matrimonio con l’uomo d’affari Milton Rockwell (Kevin O’Leary), funge da controcampo emotivo e morale. Il suo personaggio — mai ridotto a semplice spalla o interesse sentimentale — emerge in modo quasi dissonante rispetto al caos che circonda Marty. Lavorando per sottrazione, e affidandosi a silenzi, posture e micro-espressioni, la Paltrow offre un punto di vista trattenuto che mette a nudo le incoerenze del protagonista senza giudicarle, evidenziando il peso di chi osserva un mito nascere sapendo quanto sia fragile e destinato a consumarsi.

Il loro rapporto diventa quindi uno spazio in bilico tra l’immagine che Marty costruisce e quella che inevitabilmente gli sfugge, e se Chalamet è corpo in movimento e fame che non conosce tregua, la Paltrow è la misura del tempo che passa, delle conseguenze e dei legami trascurati, rafforzando il lato umano del film e ricordando che ogni mito ha bisogno di uno sguardo esterno che ne veda le crepe.

Marty Supreme: tra gloria e vulnerabilità

Marty Supreme si chiude come si apre: non come un tradizionale film sportivo, ma come il racconto frenetico di un giovane che ha trasformato uno sport marginale in show e la propria vita in una storia da tramandare. Al di là della verità storica, ciò che conta davvero è lo spirito di Marty, attraverso cui il film trova la sua dimensione più intima e universale, diventando un’allegoria del successo e della capacità di reinventarsi per sopravvivere e dare senso alla propria vita oltre la celebrità.

Un’opera irregolare e pulsante, che fa riflettere sul prezzo dell’invenzione di sé e sull’illusione della grandezza. Marty Supreme seduce e lascia il segno proprio perché non ha paura di mostrare ciò che sta dietro al mito, con la leggenda che diventa un terreno in cui affiorano le crepe della vita reale.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

8


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