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Masters of the Universe, la recensione: il ritorno di un immaginario pop tra fedeltà e limiti

Masters of the Universe riporta He-Man al cinema tra nostalgia anni ’80, azione fantasy e intrattenimento moderno.

Il ritorno di Masters of the Universe sul grande schermo si confronta con una sfida particolare: adattare un immaginario che, nel corso degli anni, è diventato più importante della narrazione stessa. He-Man, Skeletor ed Eternia non sono infatti soltanto personaggi e ambientazioni, ma icone della cultura pop nate dalla celebre linea di action figure della Mattel e consacrate dal successo della serie animata degli anni Ottanta.

Un universo che, tra merchandising, televisione e memoria collettiva, ha assunto una dimensione che va ben oltre quella del semplice racconto: un patrimonio di immagini e aspettative con cui Travis Knight, attraverso il suo nuovo film, nelle sale italiane dal 4 giugno, si misura a quasi quarant’anni dal fallimentare tentativo live-action prodotto dalla Cannon Films. Un film in cui il regista cerca di trovare un equilibrio tra la fedeltà all’identità visiva e simbolica del materiale originale e la necessità di costruire un’opera capace di rispondere alle esigenze del cinema contemporaneo, con personaggi più sfaccettati, conflitti interiori e una maggiore continuità emotiva.

La storia segue Adam, principe di Eternia, costretto a rifugiarsi sulla Terra dopo l’invasione del suo pianeta da parte di Skeletor. Per quindici anni vive come un normale impiegato mentre cerca disperatamente la Spada del Potere, unico mezzo per tornare a casa e liberare il proprio regno.

Eternia dalla serie animata al cinema

In Masters of the Universe uno degli aspetti più importanti è il modo in cui rielabora un materiale originariamente non cinematografico in un racconto strutturato. La serie animata He-Man and the Masters of the Universe seguiva infatti una logica completamente diversa da quella del cinema, con episodi autonomi, ripetizione rituale dello scontro tra bene e male e una chiara impostazione morale, tipica delle produzioni Filmation dell’epoca, che concludevano spesso le storie con una lezione esplicita. I personaggi erano più archetipi che individui psicologicamente definiti, e Eternia, esistendo come spazio simbolico immutabile, non aveva uno sviluppo temporale.

Un’impostazione che il film rompe, introducendo proprio il tempo come elemento centrale, con la separazione tra Adam e la Spada del Potere per quindici anni che diventa il motore di un racconto fondato su conseguenze, perdita ed evoluzione. In questo modo Eternia non è più statica, ma un mondo trasformato dall’assenza dell’eroe e dal crescente dominio di Skeletor.

Rispetto alla versione animata, il pianeta è di fatto rappresentato come una realtà non più in armonia, segnata da rovine, distorsioni ambientali e dalla presenza delle forze di Skeletor. Tuttavia, questa costruzione funziona solo quando i paesaggi riescono a farsi carico di ciò che è accaduto prima, e il film spesso, affidandosi a un’estetica fantasy che attenua l’identità di Eternia, la rende simile a molti altri universi dello stesso genere, privandola di un identità forte.

A causa, inoltre, di una sceneggiatura scritta da Chris Butler – sviluppata sulle precedenti bozze di David Callaham, Aaron Nee e Adam Nee – incapace di decidere se trattare l’universo con serietà o ironia, il film ha un approccio coerente ma prevedibile che privilegia la funzionalità narrativa a discapito di una ricerca stilistica più rischiosa.

A causa, inoltre, di una sceneggiatura scritta da Chris Butler — sviluppata sulle precedenti bozze di David Callaham, Aaron Nee e Adam Nee — incapace di decidere se trattare l’universo con serietà o ironia, il film ha un approccio coerente ma prevedibile che privilegia la funzionalità narrativa a discapito di una ricerca stilistica più rischiosa. Una trasposizione che non assume mai una vera posizione interpretativa sull’iconografia di He-Man, non decostruendola né reinterpretandola, ma rinunciando a una spinta più audace che avrebbe davvero fatto la differenza, limitandosi a riproporla in una forma ancorata al tono di un blockbuster dall’eccessiva durata di 141 minuti, che nella seconda metà perde vivacità in una serie di sequenze ripetitive.

Tra gli elementi più riusciti emergono le scenografie di Guy Hendrix Dyas che, abbracciando un’estetica da giocattolo, danno vita a un mondo fedele alle origini del materiale, a cui si affianca la colonna sonora di Daniel Pemberton, che contribuisce a mantenere lo stesso spirito, con sonorità fantasy-metal riconducibili agli anni Ottanta.

Per quanto riguarda i personaggi, Nicholas Galitzine incarna un Adam diviso tra identità personale e destino mitologico e, nonostante non venga sufficientemente valorizzato, la sua prova resta una sorpresa positiva. Camila Mendes interpreta una Teela che, pur inserendosi attivamente nel gruppo, finisce per avere la funzione di supporto narrativo. Idris Elba, nei panni di Duncan (Man-At-Arms), invece è solido e dà coesione alla storia, mentre Jared Leto, con il suo Skeletor, è molto teatrale e visivamente iconico, meno d’impatto come minaccia, ma convincente sul piano scenico grazie all’espressività dei movimenti e al lavoro vocale.

Un adattamento quindi che, oltre a mettere in scena la battaglia tra forze opposte, disegna una traiettoria narrativa in cui il ritorno di Adam coincide con il recupero di una responsabilità rimossa. Tuttavia, questo schema non sempre si sviluppa in modo pienamente organico e, se alcuni passaggi risultano molto efficaci — soprattutto quelli legati alla riattivazione del conflitto, al disagio del protagonista diviso tra due mondi e alla sua successiva presa di coscienza — altri sono più meccanici e funzionali alla progressione della trama che realmente necessari sul piano emotivo. Una mancanza di audacia che evidenzia la distanza con operazioni riuscite come Bumblebee, in cui Travis Knight ha restituito l’immaginario del franchise senza semplificarlo alla sola iconicità, integrandolo in un percorso di formazione stratificato.

Un adattamento tra fedeltà e limiti

Tra fedeltà all’immaginario originale e desiderio di rinnovamento, Masters of the Universe resta in bilico tra la volontà di rispettare e mantenere simboli ed estetica e il tentativo di trasformarli in un racconto cinematografico contemporaneo dalla maggiore profondità emotiva e continuità narrativa.

Un film che si muove con sicurezza ma non trova mai una forma propria, procedendo senza inciampare, ma anche senza mai rischiare nulla, e riflette un registro ormai tipico dei grandi franchise, ovvero mondi già pronti che il cinema rimette in circolo puntando sulla riconoscibilità e non sulla forza, riducendo una storia potenzialmente esplosiva a un intrattenimento ordinato, nostalgico e ben confezionato.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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