Presentato in Concorso a Venezia 83 il nuovo film di Shiya Tsukamoto, un racconto dell’orrore e dell’orrore sulla guerra del Vietnam.
Alla Mostra di Venezia 2026 Shinya Tsukamoto conferma la propria carica viscerale, pur senza cogliere appieno l’obiettivo: anche se incapace di lasciare indifferenti, Mr. Nelson, Did You Kill People? risulta infatti un’opera imperfetta e sbilanciata, priva di quella genuina sobrietà e di quell’immediatezza che da sempre contraddistinguono il suo cinema.
La vera storia di un ragazzo distrutto dal Vietnam
Mr. Nelson, Did You Kill People? ripercorre con crudo e implacabile realismo la complessa parabola esistenziale di Allen Nelson, articolando la narrazione attraverso il tragico contrasto tra la violenza sistemica del suo passato e il disperato tentativo di ricostruzione interiore nel presente. Cresciuto tra estreme privazioni, l’abbandono e i soprusi familiari nei ghetti afroamericani della Grande Mela, Allen Nelson trova nell’arruolamento nel Corpo dei Marines l’unica apparente salvezza da un destino di marginalità. Ma quella divisa finirà per diventare una prigione, facendolo finire direttamente nella carneficina della guerra del Vietnam.
Lì, spogliato di ogni tratto di umanità dall’addestramento e dall’orrore del campo di battaglia, il giovane si trasforma in una spietata ed efficacissima macchina da guerra, per la quale anche la più estrema ed impietosa pratica di violenza diventa una tragica routine quotidiana. Il racconto si struttura su due piani diversi temporali speculari: Mark Merphy incarna con straordinaria fisicità la giovinezza di Nelson sotto le armi, la paura, l’orrore, il crudo sradicamento dell’empatia e il trauma primordiale del combattimento. Poi ecco che negli anni della maturità, ci pensa un intenso Rodney Hicks, con un’interpretazione sofferta, a parlarci dell’Allen adulto che, pur a distanza di anni, si ritrova incapace di reintegrarsi. Era diventato un senzatetto, era stato salvato infine dalla futura moglie, Linda (Tatyana Ali), un’insegnante, ma la prigione del suo passato continua senza posa.
A legare cercare una via d’uscita da questa dolorosa frammentazione psichica ci proverà il Dottor Daniels, interpretato dal redivivo Geoffrey Rush, chiamato a decifrare l’abisso di un disturbo da stress post-traumatico semplicemente terrificante. Ed ecco allora che mentre il protagonista tenta faticosamente di metabolizzare i propri fantasmi, di fare i conti col proprio passato, la sua storia diventa un esempio di riscatto, sofferto, a cui però il regista giapponese non sa donare la giusta quantità di calore umano e di empatia.
Un film civile che soffre di un eccesso di manierismo
Sul piano formale e interpretativo, Shinya Tsukamoto dimostra una fermissima coerenza con la sua storica poetica antitetica e sovversiva, firmando un biopic bellico espressivo e realistico, che rinuncia a qualunque prospettiva neutra o rassicurante: l’uso costante della macchina da presa a mano, l’opprimente scansione sonora e una fotografia granulosa e sovraesposta, trascinano lo spettatore all’interno di una trappola sensoriale priva di respiro.
Mr. Nelson, Did You Kill People? è capace di rendere tangibile e sconvolgente la metamorfosi psicologica dei Nelson, tuttavia, l’opera soffre nel complesso di un’evidente sproporzione espressiva e di una profonda mancanza di sintesi. Tutto spesso diventa una vera propria di infatuazione stilistica da parte di Tsukamoto, nei confronti della sua stessa riconoscibile estetica della devastazione, cadendo in un’ossessiva e quasi compiaciuta ridondanza di amputazioni, battaglie, omicidi, sangue e viscere che finisce paradossalmente per anestetizzare la sensibilità del pubblico, anziché sollecitarne la coscienza critica.
Rifiutandosi di ampliare la prospettiva per offrire una visione d’insieme o per collocare storicamente la frattura sociale e politica, di rendere la guerra qualcosa di più di un mero incubo fatto di spari e sangue, Mr. Nelson, Did You Kill People? finisce per spiegare troppo e mostrare tutto in modo fin troppo prevedibile, negando allo spettatore ogni spazio per l’astrazione, il sottinteso o la rielaborazione personale. Questa mancanza di misura azzera il fascino del racconto e culmina in un epilogo debole e retorico, quasi diluito, dove la spietata lucidità della premessa iniziale si scioglie in un pietismo consolatorio. Tsukamoto ha forse peccato di presunzione o di ambizione, per quanto ovviamente la natura antibellica dell’insieme abbia una sua coerenza di fondo. Ma si poteva fare di meglio.
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