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Nessun Dolore, recensione: una storia di accoglienza che non sempre riesce a lasciare il segno

Gianni Amelio racconta l’incontro tra un uomo comune e chi vive ai margini, con un film sincero ma non sempre convincente.

Cosa succede quando una persona qualunque si trova davanti a qualcuno che ha bisogno di aiuto? È da questa situazione che parte Nessun Dolore, il nuovo film di Gianni Amelio. Presentato in anteprima il secondo giorno dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, il film arriverà nelle sale il 24 settembre distribuito da 01 Distribution.

Al centro della storia c’è Davide, interpretato da Alessandro Borghi, un trentenne che vende libri usati in una piazza di Roma e conduce una vita semplice, scandita dal lavoro e dal rapporto con Elsa, una cliente affezionata con cui ha sviluppato una particolare complicità. La sua quotidianità cambia quando incontra un bambino arrivato dal Nordafrica e, poco dopo, Aminah, che decide di accogliere nella propria casa.

Da quel gesto prende forma una vicenda che si allarga progressivamente ad altre persone e ad altre situazioni, portando Davide fuori dalla dimensione ristretta in cui aveva sempre vissuto. Amelio costruisce così un racconto nel quale le diverse storie si incrociano senza convergere mai del tutto: il punto di partenza resta ovviamente Davide, ma il film finisce per spostare continuamente lo sguardo, accumulando incontri, conflitti e temi senza soffermarsi abbastanza su nessuno di essi.

Quando il dolore degli altri entra nella nostra vita

La domanda più scomoda di Nessun Dolore non riguarda tanto chi abbia ragione o torto, ma quanto possa durare la nostra disponibilità verso gli altri quando comincia a costarci qualcosa. Il film parte da un aiuto quasi istintivo e lo porta poco alla volta su un terreno più difficile, dove la generosità si scontra con la fatica, la paura, i rapporti con gli altri e le conseguenze delle proprie scelte. Ed è proprio qui che la storia trova il suo tratto più evidente, ma anche alcuni dei suoi limiti principali.

Il riferimento alla realtà è evidente e riguarda l’immigrazione, la condizione di chi non ha una casa, la difficoltà di trovare accoglienza e la diffidenza verso chi offre aiuto. Sono situazioni che Amelio riporta nella quotidianità attraverso persone concrete come Aminah, il bambino e gli altri uomini e donne che cercano un posto dove stare. Ma è proprio nel mostrare come un problema collettivo possa entrare improvvisamente nella vita di una persona comune che dinamiche, azioni e reazioni vengono forzate inutilmente, dando l’impressione di voler spingere lo spettatore verso un pensiero ben preciso.

In tal senso la casa di Davide rende tutto questo ancora più evidente. Se all’inizio, infatti, è il suo spazio privato, il luogo delle sue abitudini e della sua tranquillità, con l’arrivo di persone sempre nuove diventa un rifugio perdendo progressivamente quella funzione. Un’idea efficace che rende concreto il concetto dell’accoglienza, perché quando si apre davvero la propria porta entrano anche i problemi, le esigenze e le storie di chi viene accolto.

Nessun Dolore mostra così la distanza tra sostenere un principio e metterlo in pratica, quando questo significa condividere il proprio spazio, cambiare abitudini e assumersi responsabilità che prima non si immaginavano, ed è qui che Davide avrebbe avuto bisogno di maggiore profondità. Il personaggio funziona quando appare spaesato e reagisce agli eventi senza sapere dove lo porteranno, mentre convince meno quando il suo percorso diventa troppo lineare, e mancano momenti di cedimento, stanchezza, paura, desiderio di tornare alla vita di prima e persino un gesto egoista. Questo di certo non avrebbe necessariamente messo in discussione la sua generosità, ma lo avrebbe reso sicuramente più credibile e imprevedibile.

Anche il conflitto con i condomini avrebbe potuto sviluppare proprio questa dimensione. La loro denuncia non riguarda soltanto il rapporto con i migranti, ma il momento in cui una decisione personale coinvolge anche chi vive intorno a noi. Il film sfiora dunque la questione interessante in merito all’avere paura delle conseguenze di una situazione senza essere mossi dall’odio o dal rifiuto, con i condomini che rappresentano gli oppositori di Davide. Dare maggiore spazio alle loro ragioni, alle esitazioni o alle contraddizioni avrebbe sicuramente reso il confronto meno netto e più vicino alla realtà.

Una debolezza simile riguarda anche Elsa e Aminah. Elsa (Valeria Golino) appartiene alla vita che Davide aveva prima di tutto questo e avrebbe potuto rappresentare con più forza ciò che il protagonista sta perdendo, ma rimane marginale e finisce per non avere un vero peso emotivo nel film. Aminah (Beidja Yahiaoui), è centrale nella vicenda, ma viene raccontata soprattutto attraverso la propria condizione: è giovane, incinta, sola e appena arrivata in Italia. Questo suscita ovviamente empatia, ma non lascia emergere la persona che c’è dietro, cosa che avrebbe permesso di darle un percorso più autonomo, invece di farne solo il motivo per cui Davide cambia.

Dal canto suo, il silenzio del bambino (Gabriel Bovino) evita spiegazioni inutili, rendendo subito evidente la sua condizione: non può raccontare ciò che gli è successo, difendersi o scegliere il proprio futuro, perché sono gli adulti a decidere per lui, mettendo in luce una vulnerabilità che non ha bisogno di essere spiegata. E a partire da queste diverse forme di sofferenza che anche l’infermiere, interpretato da Valerio Mastandrea, assume un significato particolare: il suo modo di stare accanto al dolore è diverso da quello di Davide e richiama una realtà in cui la sofferenza non è qualcosa di occasionale, ma è diventare parte della quotidianità.

In questo quadro il titolo trova una delle sue possibili chiavi di lettura, con il dolore che non è soltanto quello fisico, ma comprende la solitudine, la perdita, l’assenza di una casa e la mancanza di punti di riferimento. Davide entra lentamente in contatto con queste esperienze e non può più considerarle qualcosa di lontano, e ciò che prima poteva essere percepito con immagini, notizie o numeri astratti, assume il volto di una persona precisa con cui confrontarsi ogni giorno.

L’arresto porta infine il contrasto a un livello ancora più delicato. Davide pensa di aver aiutato delle persone, ma la sua condotta ha un risvolto diverso per la legge, creando una tensione tra ciò che lui ritiene giusto e ciò che le regole consentono. Questo avrebbe potuto mettere davvero alla prova il protagonista, costringendolo a chiedersi non solo se avesse fatto la cosa giusta, ma se fosse disposto ad affrontarne tutte le conseguenze. Il film però apre questa possibilità senza svilupparla fino in fondo, mantenendo abbastanza chiara la posizione morale di Davide, e facendo emergere la distanza tra la ricchezza della materia e il risultato finale.

Nessun Dolore mette in campo situazioni forti e personaggi che potrebbero prendere direzioni diverse, ma spesso accompagna lo spettatore verso una lettura forse scontata perdendo naturalezza.

Un film che non convince fino in fondo

Nessun Dolore parte da una situazione capace di aprire questioni importanti e trova i suoi momenti migliori proprio quando resta vicino a Davide e alle conseguenze concrete delle sue scelte. Quando invece allarga troppo lo sguardo, il racconto perde la sua forza e alcune delle possibilità che aveva costruito rimangono solo accennate.

Gianni Amelio riesce a dare al film un tono personale, ma resta comunque la sensazione che ci fosse qualcosa in più da raccontare e che il film, proprio nei passaggi più interessanti, scelga una strada facilmente riconoscibile. Un film, quindi, interessante per quello che prova a raccontare, ma meno convincente nel modo in cui lo sviluppa. Le idee non mancano, ma la sensazione è che avrebbe potuto lasciare qualcosa in più.

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Emanuela Giuliani

Il Voto della Redazione:

6


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